Londra: partecipazione urbana joint venture

La critica che più spesso si attirano i progetti pubblico-privati, ha a che vedere col particolare mix che (così accusa in genere la critica) vedono la parte pubblica sobbarcarsi gran parte degli oneri, mentre i privati non rischiano nulla e incassano tutti i vantaggi dell’operazione. Anche quando coglie nel segno al 100%, questo tipo di critica non mette nel conto il prodotto finale della joint venture pubblico-privata, che si configura (o dovrebbe configurarsi nelle intenzioni) come vantaggio collettivo ottenuto anche attivando il legittimo interesse e tornaconto di investitori che hanno come fine un guadagno. Infrastrutture che servono la cittadinanza, recupero e/o riqualificazione di spazi degradati che costituivano una bruttura o un rischio, piazze o verde che, a complemento di privatissimi edifici a uso residenziale o commerciale, si mettono a disposizione di tutti, in quantità e qualità inarrivabili secondo i normali standard di urbanizzazione. Ma le critiche sembrano evaporare, svanire nel nulla, quando a entrare in campo è quel genere di interesse privato diffuso a volte impropriamente definito «diritto dei cittadini» a influire sulle scelte della pubblica amministrazione (e a volte degli stessi interessi privati classici), attraverso forme partecipative, istituzionalizzate o spontanee che siano.

Il «progetto secondo me»

C’è un aspetto dei vari processi detti di «progettazione partecipata» che pare quasi inquietante a ben vedere, ed è la pretesa di un privato cittadino di esprimere chissà perché domande e interessi collettivi, esattamente quelli che si giudicavano un po’ squilibrati nella joint venture classica schematizzata sopra. Per essere precisi, quella «pretesa» è tale nel momento in cui tali interessi collettivi dovrebbero coincidere coi propri progetti, senza passare attraverso alcuna mediazione. In genere si parla di «egoismo» di singoli o gruppi, quando ci si trova di fronte a progetti in negativo, ovvero alle opposizioni cosiddette nimby alle trasformazioni sgradite. Ma cos’è, se non egoismo espresso in altre diverse forme, quel genere di partecipazione, a volte anche organizzata in comitati spontanei strutturati, quando si intende imporre un certo assetto invece di un altro a strade, piazze verde, e altri elementi della vita collettiva urbana? Ancora: quale differenza esiste, in linea di principio, fra questo genere di progetti a costo zero per i proponenti, e la quota di vantaggio particolare dei privati nelle joint venture miste? Nessuna, se consideriamo che in entrambi i casi ci sono risorse pubbliche indirizzate a realizzare un vantaggio particolare anziché collettivo. Con l’aggravante, che il privato dei progetti a partecipazione mista si era almeno assunto il carico economico di una parte delle trasformazioni, mentre i cittadini partecipanti, vuoi nimby vuoi proponenti, ritengono di avvalersi di un diritto disponibile e del tutto gratuito.

Fammi vedere i soldi

Con queste premesse di principio (un po’ schematiche, ma che fotografano una questione), l’Ufficio del Sindaco di Londra, nell’ambito dei progetti speciali e di animazione sociale, ha attivato un programma pilota che usa il crowdfunding come strumento per favorire una ripresa di responsabilizzazione dei cittadini, nella forma più classica dell’investimento nelle trasformazioni urbane: il co-finanziamento diretto. Con il meccanismo del crowdfunding, a cui poi si aggiunge un contributo dell’amministrazione, oltre al ruolo di garanzia, ampi gruppi di cittadini, organizzati o singoli, possono concepire e finanziare progetti in modo responsabile e legato a filo doppio alla loro effettiva fattibilità. Più si allarga il consenso e la partecipazione, ovvero più il progetto coincide assai praticamente con le aspirazioni reali della collettività interessata, più certamente e rapidamente si raggiungerà la quota necessaria a realizzarlo. Nulla di più lontano dalle «visioni» ipotetiche di qualcuno che, pur in buona fede, ritiene da un lato di avere l’idea migliore, dall’altro che gli aspetti monetari non siano di suo interesse. E nei progetti dell’amministrazione c’è, anche, in futuro e sulla scorta delle esperienze oggi in corso (vedi al link) di allargare il metodo anche a «interessi privati» di tipo economico come le vere e proprie imprese, coinvolgendole insieme ai cittadini nella medesima corresponsabilizzazione, a mettere una mano sul portafoglio.

Riferimenti:

Office of the Mayor of London, City Hall Blog, Regeneration (progetti di crowdfunding 2016)

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