Megalopoli di Sinistra

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Foto F. Bottini

Spuntano di nuovo le osservazioni alla pensata del presidente del consiglio, il quale avrebbe detto che le Regioni sono troppe, ce ne vogliono di meno. Onestamente non so cos’abbia detto di preciso, né ho idea di cosa pensasse (lui e i suoi consiglieri) quando lo diceva, ma non posso che constatare quanto le reazioni si stiano prevedibilmente sdraiando su sospetti e visioni conservatrici. I sospetti sono quelli prevedibili di un riformatore in senso autoritario ansioso di tagliare l’erba sotto i piedi alla democrazia partecipativa, impedendo in ogni modo al popolo sovrano di esprimere i propri rappresentanti, come accaduto con gli enti di secondo grado delle province e città metropolitane. Cosa significherebbe, accorpare o comunque ridurre il numero delle Regioni rispetto a quelle attuali ereditate dalla Costituzione repubblicana? Nulla altro, se non appunto tagliare rappresentanza, obbligando magari degli abruzzesi di Vasto ad essere governati da un pugliese di Melendugno, o dei veneti di San Donà del Piave a subire il potere alieno di un nativo di Santhià. Esiste però un altro aspetto della faccenda, che forse non andrebbe affatto trascurato.

Tu continua a sfottere la macroregione

Se restiamo al Nord, che per primo ha manifestato esplicitamente (e forse senza troppe idee autentiche) questa specie di aggregazione-semplificazione istituzionale e territoriale, in tempi piuttosto recenti, abbiamo la famosa Macroregione della Lega. Nelle campagne elettorali si sono spese migliaia di battute, a prendere in giro la nuova pensata, che pareva assimilabile alla Padania di tanti anni prima, vessillo ad assetto variabile buono a evocare la fantasia di qualche gonzo più localista della media, e strappare voti sulla fiducia. Se però proviamo a saltare a piè pari dal palo alla frasca, e a sfogliare qualche libro di geografia o pianificazione territoriale, scopriamo che quella roba esiste davvero, esiste da parecchio tempo, e si chiama Megalopoli Padana, ovvero un sistema territoriale unitario, integrato, composto di città e campagne, infrastrutture, solide relazioni socioeconomiche, che va più o meno da Torino a Venezia, dalle Alpi alla fascia a cavallo del Po. Anche senza sfogliare quei libri e rapporti (che riempirebbero parecchi scaffali), basta sperimentare una giornata, in auto o in treno, su e giù per qualcuno degli assi di questa macro-città, e capire quanto tutto si tenga, dal raggio d’azione delle campagne pubblicitarie o promozionali, al pendolarismo dei lavoratori o studenti di lungo corso, ai mercati di certi prodotti.

Come si cambia, per non morire

Uno dei padri della pianificazione territoriale italiana contemporanea, Giovanni Astengo, nel 1946 offriva all’Assemblea Costituente un suo studio sul Piano Regionale Piemontese, basato sull’idea di bacini alimentari locali. Non lo offriva per sostenere un’idea particolare piemontese, ma come modello di metodo da usare nella riforma del governo locale: la storia e la geografia hanno determinato alcuni territori ambientalmente e socialmente omogenei, che possono diventare al tempo stesso mattoni di efficienza e democrazia, ricomposti secondo criteri razionali. Oggi, come continuano a ribadire sia gli studi che certe esperienze individuali (ricordate i pendolari Brescia-Vicenza, e le proteste per dover cambiare treni in una logica di divisione regionale?), esiste una entità integrata, la si tocca con mano, e si chiama megalopoli padana. Possiamo ignorarla, o lasciarla senza rappresentanza alcuna, pensando a Milano e non a Chivasso o a Castelfranco, oppure provare a ragionare oltre la contrapposizione fra secessionisti legaioli, e veri democratici a senso unico, che credono nella Costituzione come certi religiosi ortodossi. E non invece imitandone lo spirito moderno e aperto.

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