Nascita della Città Giardino (1913)

Le associazioni di villaggio

gardenErano particolarmente attive all’inizio del XIX secolo le società edificatrici, che realizzarono parecchi piccoli quartieri. Ci si impegnava anche per allargare il campo, e nel settembre del 1845 l’architetto londinese Moffatt propose una associazione con lo scopo di realizzare dei villaggi entro un raggio di dieci.quindici chilometri dalla metropoli. Il piano era molto ambizioso, riguardava complessivamente abitazioni per 350.000 persone, e una spesa totale di dieci milioni di sterline. Non se ne fece poi nulla e non se ne conoscono altri particolari. Altro tentativo, su scala più modesta, tre anni dopo, di una associazione con capitale di 250.000 sterline in azioni da 5 sterline ciascuna, con l’obiettivo di realizzare un villaggio per 5000-6000 persone nei pressi della stazione di Ilford in Essex. Il Tait’s Edinburgh Magazine (dicembre 1848), da cui traggo i particolari descritti qui, racconta il progetto:

“Aria pura e spazio, boschi e acqua, scuole, chiese, parchi e giardini, a circondare graziosi villini né troppo concentrati per non guastare l’atmosfera di campagna, né troppo radi per impedire le possibilità di rapporti sociali”

Sono previste tre categorie di alloggi: uno con affitto da 40 sterline l’anno, un secondo da 30 sterline, un terzo tipo da 12 a 18 sterline. Gli affitti comprendono anche rispettivamente un abbonamento ferroviario alla linea per Londra della Eastern Counties Railway. I promotori mettono a disposizione anche la possibilità che gli inquilini acquistino la propria casa. A ben vedere si tratta di una società di costruzioni su larga scala “col vantaggio di poter contare su un progetto che non vedrà interferenze da parte di altri costruttori, scientificamente organizzato anche dal punto di vista finanziario”. Gas e acqua vengono forniti dalla società e le fognature “saranno perfette sin dall’inizio”. Ci sono spazi messi a disposizione per chiese, sale comuni, scuole, verde, e si osserva che ci saranno pochi poveri. Si discute se quel tipo di villaggio, un esperimento che se riuscito potrebbe essere seguito da altri, non possa semplicemente attirare dalla grande città tutti i migliori ceti artigiani “lasciando ancora i poveri stipati nei loro umidi e malsani tuguri” ma l’articolo osserva che certamente anche le classi artigiane “meritano che se ne perseguano gli interessi. Essi non sono macchine al servizio del mondo, non vivono sulle spalle della società, ma è la società che poggia su di loro. Rappresentano le sue colonne principali, e devono essere rese salde e stabili nella loro posizione da tutti i sostegni legittimamente possibili e immaginabili. Facendoli uscire dalle vecchie città allenteremmo la pressione, gli affitti si ridurrebbero, e per chi non può seguirli si renderebbero disponibili migliori alloggi”.

Il giornalista considera ottimisticamente il progetto: “Non dobbiamo certo scoraggiarci nel vedere ogni grande città circondata ad alcuni chilometri dalle sue periferie da nuovi suburbi, che offrono tutti i vantaggi di una cittadina insieme alle attrazioni della vita di campagna. Il progetto è una positiva rivoluzione per il paese. Quando si intende promuovere vita, salute, morale, risparmio di soldi, non si ha bisogno né di sostenitori né di avversari. Se quelle sentine che oggi si affittano nelle grandi città non troveranno più inquilini, saranno distrutte. Se gli inquilini saranno nelle condizioni di chiedere i cambiamenti necessari a farne delle migliori case, otterranno quei cambiamenti; ci saranno meno casi di febbri e colera del genere che in un modo o nell’altro falcidiano ogni anno le nostre popolazioni, peggio delle peggiori guerre che versano inutilmente il sangue dei popoli”. Non so se poi quel progetto abbia maturato qualcosa, anche se oggi Ilford è uno dei più popolosi aggregati urbani vicino a Londra, e una moltiplicazione di altre Ilford forse non pare così auspicabile come poteva apparire nel 1848, come modello di Villaggio Giardino.

Il progetto di Buckingham

Nel 1849 si pubblica un libro intitolato National Evils and Practical Remedies (Londra, Peter Jackson, Late Fisher, Son, & Co.), che raccomanda “il fondamentale principio di unire lavoro, capacità e capitali” nella costruzione di una città modello al fine di assorbire i disoccupati. L’autore è James Silk Buckingham, riformista multiforme e classico idealista ottocentesco. Grande viaggiatore e pacifista, sostenitore dei liberi scambi, della temperanza, delle biblioteche pubbliche, dell’abolizione della schiavitù. Tra le tante iniziative fonda il giornale Athenaeum ed è parlamentare per la circoscrizione di Sheffield. Il suo progetto si può schematicamente riassumere così: occorre istituire una Associazione per la Città Modello regolamentata da Atto Reale o Atto del Parlamento, a limitare la responsabilità dei proponenti. Si tratta di una iniziativa privata, senza alcun sostegno governativo. L’obiettivo è l’acquisto di 4.000 ettari di superficie, su 400 dei quali erigere una città per 10.000 abitanti da chiamare Victoria come la giovane regina. Si tratta di una città accuratamente progettata, con fabbriche e alloggi privati,il cui affitto varierà da 5 a 300 sterline l’anno. Tutti gli edifici sono di proprietà dell’ente, che possiede e gestisce anche le fabbriche e le aziende agricole estese sui restanti 3.600 ettari attorno alla città. La compagnia è unico proprietario e datore di lavoro: aspetto curioso, va detto, in un piano espressamente concepito per “evitare i mali del comunismo”. Le fabbriche devono rispettare la giornata lavorativa di otto ore, e i salari essere pagati regolarmente. Niente sovraffollamento negli alloggi, assistenza medica, asili nido e scuole gratuiti; bagni cucine e lavanderie pubbliche. Secondo una delle particolari convinzioni del promotore, non sono consentite armi, alcolici, né tabacco. L’ente ha un capitale di 3 milioni di sterline, suddiviso in quote da 20 sterline ciascuna. Un milione deve essere impegnato in industria e agricoltura. I dividendi sugli eventuali profitti vengono pagati in una quota limitata del 10%. Possono investire nella compagnia anche persone non residenti nella città, ma tutti gli abitanti devono possedere almeno una quota, eventualmente da pagare a rate. Dopo il pagamento dei dividendi e tutti gli accantonamenti di bilancio, i profitti vanno suddivisi tra i residenti/azionisti.

La città, di cui il libro pubblica una planimetria e un disegno in prospettiva, ha forma quadrata. Una parte esterna comprende 1.000 case e verde, un quadrato più interno una galleria coperta di laboratori, mentre verso il centro quadrati più piccoli ospitano abitazioni più costose e gli edifici pubblici. Le attività produttive devono essere “collocate vicino ai margini esterni della città così che la popolazione di lavoratori possa godere dell’aria aperta”. Il fatto che una proposta tanto ben congegnata come quella di Buckingham non abbia avuto seguito, si spiega in parte con la stessa personalità dell’uomo, e in parte col fatto che gli inglesi raramente si fanno affascinare da proposte teoriche e sperimentali, se non ci sono aspetti speculativi e la prospettiva di profitti illimitati. Altro motivo, forse più immediato, è che all’epoca in cui Buckingham scrive il suo libro c’è una totale indifferenza per le condizioni sanitarie delle città e della popolazione operaia. Il Dizionario Biografico Nazionale dice di lui: “Uomo di grande bontà di cuore e apertura di vedute, fluente oratore dotato di vivace immaginazione. Pur non mancando in alcun modo di capacità, e sempre molto attento alla propria immagine pubblica, fu sempre piuttosto volubile occupandosi di parecchie iniziative contemporaneamente. A ciò si devono con molta probabilità i suoi insuccessi”.

Certamente il riformismo di Buckingham aveva, non c’è alcuna necessità di dirlo, un ampio campo su cui operare nell’elaborazione del suo piano, ma considerando le orribili condizioni dell’epoca, e la rassegnazione prevalente, stupisce che il libro contenga tante poche divagazioni nel fantastico e nell’assurdo, e invece tanti aspetti pratici. Lo si è criticato in tempi diversi e in modo forse immeritato, chi non l’ha letto con attenzione ne ha tratto un’idea sbagliata. Il piano vale davvero la pena di un esame attento, in quanto schema originale di quello della Città Giardino messa in pratica da Howard. Lui dice di non aver letto il libro di Buckingham, almeno sino a quando “il mio progetto era in fase avanzata”, ma certo rivalutare il primo lavoro non significa diminuire i meriti e lo straordinario successo di Howard.

Hygeia, di Benjamin Ward Richardson

Nell’ottobre 1875, Benjamin Ward Richardson, medico e riformatore, tiene una relazione al Comitato Salute del Congresso di Scienze Sociali di Brighton, in cui descrive nei particolari una Città della Salute a cui dà il nome di “Hygeia” (Cfr. Hygeia: a City of Health, Macmillan & Co., 1876). Anche se non ne propone un piano costruttivo, ne ribadisce la fattibilità e l’urgenza, ed è questo il motivo per cui ci interessa. Per dirla con le sue parole: “Il mio obiettivo è di delineare in teoria una città organizzata e basata attorno al libero arbitrio, alla conoscenza scientifica, da pensare in termini di perfezione sanitaria, e che anche se non realizzata possa convivere con una bassissima mortalità generale e un’elevata longevità individuale”. Mr. Chadwick ci ha detto parecchie volte di poter costruire una città che garantisca un dato tasso di mortalità, io gli credo ed è per questo che ne ho pensata una con un tasso minimo. Una città così non esiste, e dovete scusarmi se vi chiedo di ricorrere all’immaginazione mentre ve la descrivo. Ma senza andare oltre ciò che oggi è facilmente possibile, vi inviterei a evocare una città non particolarmente favorita da risorse naturali, che organizzata secondo criteri scientifici nelle due ultime generazioni, è riuscita a raggiungere una vitalità non perfettamente naturale, e si avvicina a quel criterio. La nostra città, che chiameremo Hygeia, ha il vantaggio di essere di nuova fondazione, ma è costruita in modo tale che anche le città esisten ti potrebbero usarla come modello. La sua popolazione è di circa 100.000 persone, che abitano in 20.000 case, che sorgono su 1.600 ettari di superficie, ovvero in media poco più di 60 abitanti ettaro. Il benessere della popolazione contro un eccesso di densità è garantito dal tipo di case che ne assicurano una distribuzione adeguata”.

“Il modello ha spazio sufficiente per tre grandi arterie principali, o viali, che scorrono da est a ovest. Al di sotto di ciascuna c’è una ferrovia che sopporta il traffico principale. Poi le vie da nord a sud che attraversano le grandi arterie ad angolo retto, e le vie minori parallele, pur sempre ampie. Tutti i percorsi sono alberati su entrambi i lati, spesso anche con cespugli e sempreverdi. Tutte le superfici sul retro delle case sono giardini. Fango e polvere accumulati sulle strade sono lavati ogni giorno e scaricati in tombini verso le fogne che li portano lontano dalla città”.

Le case sono di mattoni, su archi che che consentono all’aria di circolare liberamente. Sulle pareti interne piastrelle invece di intonaco; le cucine staranno nel punto più alto per smaltire i fumi; il riscaldamento sarà ad aria calda oltre che a camini. Non ci saranno bar o tabaccherie. Lavanderie pubbliche, bagni, un ospedale, una biblioteca. Invece di un rigagnolo, i bambini avranno un giardino. Ma mentre la mia voce smette di raccontarvi una città non ancora nata, non liberatevi da essa come si fa con un sogno, ve ne prego. Molte parti di questa città già esistono, ideate da pionieri della scienza sanitaria, ce ne sono tante attorno a noi, oggi”.

Villaggi Industriali Modello

A partire da quanto realizzato da Robert Owen a New Lanark nel 1800, sono stati compiuti molti progressi nel tempo, da parte dei titolari di grandi fabbriche consapevoli del valore che assume la buona salute dei propri operai, costruendo villaggi industriali per lavoratori. Il primo tentativo di togliere l’industria al sovraffollamento della città, verso una zona di campagna, si deve a Sir Titus Salt di Bradford, che si era arricchito con la lavorazione dell’alpaca. Nel 1850, dopo parecchi anni di attività, decide di ampliarla andandosene da Bradford. Non gli piaceva, racconta, il fatto di contribuire a sovraffollare quella già sovraffollata area. Comprò dei terreni sulle sponde dell’Aire, sopra Shipley, che “per la bellezza dei luoghi e la salubrità dell’aria era un posto ideale per costruire case” e inizia i lavori nel 1851. Un entusiasta biografo ricorda che “iniziò a realizzare un luogo per l’industria quale non si era mai visto in Inghilterra, contiguo agli alloggi dei lavoratori”. Ottocento case per una popolazione di circa 3.000 persone, una chiesa, una biblioteca, un ospizio e altri edifici. Nessuna osteria. Il villaggio fu ufficialmente inaugurato nel 1853, e battezzato Saltaire. Certo questo primo tentativo di costruire le migliori condizioni per case e impianti produttivi, a sessant’anni di distanza, è piuttosto lontano dalle esigenze di oggi, ma all’epoca rappresentò un esperimento notevole, che merita riconoscimento all’impegno del pioniere. E nei suoi limiti un esperimento riuscito, case ben costruite e affitti accessibili ai lavoratori, rispetto alle condizioni generali dell’epoca si trattava di un villaggio ideale.

Di altre iniziative simili a quella di Saltaire ce ne sono poi state parecchie, le principali e ben note quelle di Port Sunlight e Bournville. Port Sunlight nasce su iniziativa di Sir William H. Lever, che nel 1887 acquista poco più di venti ettari fuori da Birkenhead, al costo di cinquecento sterline l’ettaro, da destinare a nuovi impianti e villaggio modello per lavoratori. Il villaggio è di proprietà dell’azienda e destinato ai soli dipendenti. Ben concepito, case ben progettate, affitti settimanali molto contenuti. Si pagano anche spese di manutenzione generale ma nessun interesse sul capitale: l’impresa considera il villaggio una forma di “condivisione della ricchezza” coi lavoratori. Con l’ampliarsi dell’attività si è ampliato anche l’insediamento, e si tratta dell’esempio più completo nel nostro paese, di una grande impresa industriale che si fa carico del benessere dei dipendenti.

Il villaggio di Bournville è fondato da George Cadbury nel 1889, quando sposta la sua fabbrica di cioccolato da Birmingham nelle campagne. L’idea qui non è di costruire villini di buona qualità per i propri dipendenti, ma “per gli operai e lavoratori di Birmingham e dintorni”. Scrive Cadbury: “Ho avuto il privilegio di poter praticare una passione che ho sin dall’adolescenza, l’idea di mettere a disposizione dei giardini”. In un primo tempo le case del villaggio vengono cedute in affitto a 999 anni, ma questo genera speculazioni e la pratica della vendita è interrotta. L’intero complesso è stato ceduto da Cadbury al Bournville Village Trust. Complessivamente l’area è di circa 250 ettari, dei quali circa 50 costruiti. Ci sono 925 case in affitto a prezzi contenuti più spese. Complessivamente gli affitti fruttano al trust il 4% del capitale investito. Ci sono scuole, sala pubblica, un locale di mescita analcolici. Il villaggio è un ottimo esempio di buona urbanistica e edilizia, secondo Cadbury è stato anche un ottimo guadagno in termini economici.

Gli esempi concreti dei villaggi modello, e l’impegno dei riformatori sociali e sanitari per una migliore costruzione delle città, preparano la strada all’idea esposta nel 1898 da Ebenezer Howard, per un nuovo modello basato sulle esperienze passate. Al volgere del secolo, in un’epoca in cui più che mai si riflette sui problemi urbani, egli formula la proposta di cui le idee di Owen, Buckingham, e delle Associazioni di Villaggio erano state profezie.

Da: Charles Benjamin Purdom, The Garden City- A study in the development of a modern new town, Dent & Sons, Londra 1913 – Estratti e traduzione a cura di Fabrizio Bottini

Riferimenti: anche John Nolen nel suo Cambiare la città esistente o costruirne una nuova? (1926) di fatto sviluppa i medesimi temi della forma ideale e degli obiettivi anche sociali

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