Cambiare la città esistente o costruirne una nuova? (1926)

Uno dei fondatori dell’urbanistica moderna si cimenta, nel pieno del dibattito internazionale tra le due guerre, col tema della new town o città giardino che dir si voglia, elencando i motivi per cui governi e le associazioni dovrebbero impegnarsi in questo senso. E anticipando in parte i tentativi del decennio successivo (si pensi alla Resettlement Administration del New Deal, o all’Agro Pontino fascista solo per citarne due) delinea alcune possibilità di intervento.

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Piano di Belmont, Florida – John Nolen

Esistono due modi di affrontare il tema urbanistico riguardo ad una migliore distribuzione della popolazione: uno è riorganizzare e ricostruire le città esistenti; l’altro è progettare e realizzarne di nuove, che le si voglia definire “Satelliti” dei centri attuali, o vere e proprie new town distinte in luoghi diversi, ciò che in Inghilterra chiamano Città Giardino (1). Di nuove città se ne creano di continuo, sia per caso che deliberatamente. La questione principale per l’urbanistica è di rendere più consapevole il processo, progettare e costruire nuove città intenzionalmente, usando conoscenze, potenzialità, previsioni. Il problema è diverso rispetto alla riorganizzazione delle città esistenti. Non richiede un approccio altrettanto prudente.Le città nuove devono esprimere nuovi criteri e nuovi ideali, cercare di risolvere i problemi moderni e rispondere alle nuove situazioni.

La questione non è tanto di scegliere se orientarsi verso la ricostruzione dell’esistente o pianificare il nuovo. Se l’obiettivo è una migliore distribuzione della popolazione, allora si devono usare entrambe le possibilità insieme. Ci sono esempi di città morte, che non sono più tali, la cui civiltà è sparita insieme a loro. E ci sono anche esempi di città che a causa delle evoluzioni industriali, economiche, o di altri aspetti, sono divenute meno importanti, come nel caso dei centri minerari. Ma in genere le città che esistono lo sono stabilmente, e lo resteranno nel tempo a venire: non solo continuano a esistere, ma non cambiano nei loro caratteri fondamentali. Una rassegna delle forme delle città in questo e altri paesi presenterebbe cambiamenti relativamente piccoli avvenuti in esse. Pensiamo che piccole modifiche comporta nell’organizzazione di una città, anche un evento traumatico come un terremoto, una inondazione, che devastano gli edifici e le infrastrutture. Ne sono esempi Londra, San Francisco, Baltimora, Galveston o Dayton.

E ancora se pensiamo alle città americane negli ultimi venticinque anni, il periodo in cui si è esercitata attivamente l’urbanistica moderna, notiamo come nonostante trasformazioni sostanziali ed evoluzioni in molti aspetti, la loro forma resta in gran parte la stessa. Uno studio su Chicago, St. Louis, Detroit, o altre città che hanno una storia di grandi progressi in campo urbanistico, confermerebbe che anche nella migliore situazione qualsiasi ripensamento e riorganizzazione di una città esistente debba avvenire confermandone i caratteri. Quasi tutto ciò che l’uomo produce viene periodicamente distrutto, e cambia per adeguarsi alle mutate circostanze. Delle città resta assai poco, salvo la planimetria generale, ovvero l’organizzazione stradale e la distribuzione dei caratteri principali, pubblici e privati. Ma questo rimane, così come era all’origine: si può dimostrare che le vecchie città non si adattano bene a nuove condizioni, non si possono modificare troppo. E perché dunque non le si elimina, se sono così poco adatte allo scopo? In primo luogo perché presentano grandi vantaggi localizzativi, rispetto a una baia, a una ferrovia, all’organizzazione topografica, alle materie prime, alla produzione agricola. In secondo luogo, gli interessi consolidati di singoli e imprese, o più in generale della cittadinanza presa nel suo insieme, sono il frutto un investimento troppo grande in terra e trasformazioni.

Esistono due principali ragioni per costruire nuove città. La prima è quella di dotarne nuovi territori che di tanto in tanto si conquistano, e la seconda è quella di rispondere a nuove domande e nuovi criteri attraverso l’urbanistica. Alcune delle cause per la colonizzazione di nuovi territori sono:

1. Il prolungamento di ferrovie e grandi strade di comunicazione, la costruzione di porti e canali. A questo modello si possono assimilare i casi del nostro sviluppo attraverso il continente, gli insediamenti verso ovest e nord ovest, la California, il sud-ovest. Molte delle nuove città e cittadine in Florida dipendono da prolungamenti ferroviari, specie la Florida Western and Northern (Seaboard Air Line) che attraversa lo stato; o da grandi strade come Dixie Highway o Tamiami Trail.

2. L’occupazione di nuovi territori per la scoperta di oro, petrolio o altri minerali, o per produzioni agricole, o trasformazioni industriali.

3. L’insediamento di nuove attività determinate da innovazioni quali l’automobile, l’aeroplano, la radio.

4. L’estensione in serie a tutto il paese di impianti, come nel caso di U.S. Steel, General Electric, varie fabbriche di automobili, Sears Roebuck, etc.

5. La bonifica e colonizzazione di nuove terre. Le opere di bonifica, del governo o eseguite da un privato, richiedono nuove città. La costruzione di isole, come in Florida, vuol dire mettere a disposizione superfici che danno l’occasione di essere progettate e trasformate secondo certe linee.

6. Ci sono gli insediamenti turistici, invernali o estivi, grazie all’accumulazione di ricchezza che chiede di essere investita. L’economista Roger Babson, parla di “trasferte invernali” come nuovo settore.

7. Cause varie, tra cui nuove sedi scolastiche o universitarie o simili.

8. Aggiungerei un altro motivo per realizzare new town. Esiste un limite alla dimensione delle città. Certo si può discutere su quale sia, questo limite, ma è la stessa capacità umana di organizzare e gestire, o la regola dell’efficienza cha cala ad un certo punto (come le rese in agricoltura), a fissare un limite alle città esistenti, e a spingere a insediare la nuova popolazione in centri nuovi.

Ma le nuove città non si devono solo alla colonizzazione di nuovi territori; cambiano anche le esigenze. La vita cittadina oggi esige:

1. Scuole pubbliche per tutti; ferrovie; tranvie; automobili; camion e autobus; cinema e radio; nuovi metodi di costruzione, edifici, materiali; costruzioni in acciaio; ascensori; nuovi metodi nelle reti di servizio municipali; innovazioni nelle asfaltature, nei marciapiedi, nell’illuminazione. Tutto ciò richiede modifiche rispetto alla città così come era organizzata cent’anni fa, o anche solo cinquant’anni fa. Si tratta di innovazioni che portano vantaggi dove si applica anche una nuova urbanistica.

2. Il cittadino esprime diversi gusti e abitudini. La vita domestica non è più quella di un secolo fa. Esiste l’edificio ad appartamenti, si conta sempre di più su caffè e ristoranti. C’è il problema dei servizi domestici. Cresce l’amore per la natura. Fra le necessità della vita cittadina c’è anche il country club. Sono solo una settantina d’anni che parchi e campi gioco costituiscono parte integrante della progettazione della città, insieme a zone di tutela integrale, spiagge per i bagni, strutture per gli sport invernali.

3. Sono cambiati i criteri per le reti fognarie e idriche cittadine, ci sono nuovi metodi di smaltimento rifiuti e così via. Sceso il tasso di mortalità dal 20 per mille del 1880 al 12,3 per mille del 1923.

4. Trasformazioni nell’economia e più elevato standard di vita si esprimono nella città, grazie all’incremento del reddito pro capite, che se nel 1850 era di 300 dollari, oggi supera i 3.000 dollari.

5. Cambia l’uso del tempo libero, ed emergono nuove idee per gli sport e le attività fisiche all’aperto. Cinquant’anni fa la giornata lavorativa era più lunga di due o tre ore rispetto a oggi, era sconosciuta la mezza giornata del sabato, e la domenica dedicata alla religione e al riposo. Oggi in pratica nessuna delle città esistenti, piccola o grande, riesce ad offrire spazi aperti per queste riconosciute esigenze. E il problema di rispondere alla domanda di nuovo tempo libero, di offrire nuovi ideali, richiede nuove idee di spazio ricreativo.

Certo, per tantissimi motivi non si possono progettare new town davvero adeguate a tutte queste esigenze, ma certo si riuscirebbe assai meglio che non con la riorganizzazione delle città esistenti. La differenza è simile a quella coi vecchi fabbricati, costruiti cinquanta o cento anni fa, quando li si riadatta alle necessità di un ufficio moderno, o di un albergo metropolitano, rispetto ad una costruzione del tutto nuova. E inoltre le nuove città possono, e devono, non solo tener conto delle esigenze di oggi, ma anticipare quelle future, consentendo una più facile riconversione dello spazio a situazioni e funzioni che cambiano.

Come dovrebbe essere la nuova città o cittadina?

1. La nuova città deve essere adeguatamente localizzata dal punto di vista geografico. Si tratta di un fattore di primaria importanza, e riguarda criteri di scala regionale e nazionale.

2. Il piano cittadino si deve basare su considerazioni topografiche, in rapporto a ferrovie e grandi strade di comunicazione, affacci su corpi d’acqua o altri elementi naturali. Anche questo è di importanza fondamentale.

3. I caratteri della città devono essere fissati in riferimento ai suoi scopi e funzioni. Il piano deve tener conto delle varie esigenze della città, che siano principalmente industriali, o residenziali, o ricreative, oltre che dei condizionamenti topografici e climatici.

4. Occorre considerare le probabili dimensioni dell’insediamento. Solo così è possibile fissare i punti fondamentali, quelli che non si possono modificare facilmente. Certo non c’è alcuna intenzione così di controllare quali dimensioni possa raggiungere alla fine la città, ama un’idea almeno approssimativa si deve tenere presente, nella stesura del piano. La crescita è una delle difficoltà principali con le città esistenti. Progettando una new town ci deve essere un fattore di elasticità, che compensi l’eventuale errore di sovrastima o sottostima delle dimensioni. Anche le grandi imprese, come U.S. Steel o General Electric riconoscono i limiti di efficienza riguardo alle dimensioni degli impianti, quando decidono di insediarne dei nuovi.

Vale qui la pena di considerare alcuni elementi fondamentali di una città. In questo articolo non si entra certo nei particolari, ma anche sommariamente si possono enumerare alcune considerazioni tali da influenzare il progetto, diverse da quelle di intervento sulla città esistente. Facciamo l’esempio della ferrovia, della situazione delle città attuali, di quanto poco si possa fare per modificarla, e degli enormi costi. I problemi vanno dalla individuazione dei percorsi, agli incroci a livello con le strade e ai sottopassi, la posizione delle stazioni passeggeri e merci, le pensiline per i viaggiatori, i rapporti tra ferrovie e localizzazioni industriali, i rapporti con le vie d’acqua, e via dicendo. Difficile intervenire su questioni del genere in una città esistente, ma certo lo si può fare bene con un nuovo piano adeguatamente studiato. La stessa cosa vale per le sponde, sia a funzioni industriali che per il tempo libero. La separazione logica fra industrie e ricreazione è stata oggetto di scontri in molte città americane, come San Diego, ma con un piano del tutto nuovo si possono fissare le distinzioni in modo soddisfacente.

Ma il paragone più evidente forse, tra quello che si può fare con una città esistente e in una new town, riguarda le strade. Nella città nuova la scelta delle arterie principali, della loro larghezza, direzione, pendenze, non comporta particolari difficoltà oltre le considerazioni tecniche per capire tutte le esigenze. In una città esistente invece adattare le vie principali esistenti alle esigenze moderne è una sfida ardua, che non si è ancora risolta in alcuna delle città importanti. E il contrasto tra vecchio e nuovo si applica benissimo a tante altre tematiche, come per esempio gli edifici pubblici, la loro organizzazione, la scelta di spazi aperti. Quest’ultima è di primaria importanza nella moderna vita cittadina. Comporta crearsi una scorta di elementi naturali da distribuire per tutta la città, campi da gioco, spazi per la ricreazione a scala di quartiere.

Qualcuno ha osservato che la cosa più permanente di una città è “quanto legalmente fissato nelle funzioni delle varie superfici” (2). Risulta abbastanza evidente che usando gli adeguati strumenti di progettazione urbanistica alle varie aree, unitamente alle prescrizioni di zoning, sia possibile fissare legalmente queste qualità in modo assai più soddisfacente di quanto non avvenga nella città esistente, dove alcune condizioni pregresse non si possono modificare. La qualità delle abitazioni in tante città americane, piccole e grandi, non è elevata come potrebbe essere. E qui ancora emerge il contrasto fra le due situazioni. Progettando una città nuova si possono fissare qualità molto più alte di quanto non succeda con le città esistenti, specie quelle grandi, in termini di dimensione dei lotti, soleggiamento, aerazione, qualità ambientale. Per non parlare della qualità dei quartieri, del tempo libero, dei servizi alla famiglia e in particolare per i bambini.

Cosa si può fare in pratica

L’iniziativa per la realizzazione di nuove città deve essere lasciata al caso, allo sporadico investimento di qualche privato proprietario come avviene ad esempio in Florida, oppure deve essere regolamentata e controllata dalle autorità di governo? Ci deve essere una pianificazione a scala nazionale e regionale, nella localizzazione di nuove città? Difficile rispondere ora a queste domande, ma ad ogni modo ecco di seguito come si potrebbe iniziare e orientare una trasformazione del genere:

1 – c’è il governo federale che ha avuto in passato, e ancora ha, occasioni per influenzare favorevolmente l’insediamento e costruzione di nuove città; 2 – in passato le ferrovie sono state soggetti attivi nella costruzione di nuove città di varie dimensioni, industriali commerciali residenziali, e potrebbero continuare; 3 – esistono grandi imprese nazionali come U.S. Steel o General Electric, che hanno la possibilità di insediare in tanti casi new town concepite per le esigenze della vita moderna, specie il lavoro e l’industria, unite ad abitazioni adeguate; 4 – ci sono occasioni illimitate per operare secondo le linee fissate con Letchworth e Welwyn, le città giardino inglesi, o con “Mariemont” e altre iniziative per le città nuove del nostro paese; 5 – la Farm Communities Association, di recente istituzione, potrebbe organizzare nelle campagne dei ben concepiti e localizzati villaggi come centri di vita agricola.

Nel formare l’opinione pubblica, nello stimolo e sostegno alle varie forme di azione urbanistica, spiccano le varie organizzazioni e associazioni tecniche nazionali interessate al tema. Notevole influenza potrebbe avere il tipo di conoscenze urbanistiche che si studiano nelle università e istituti specializzati, come a Harvard, all’Università di Liverpool in Inghilterra, o in istituzioni tecniche. Soprattutto avrebbe grande valore il tipo di scambi internazionali di idee ed esperienze promosso dalla International Federation for Town and Country Planning and Garden Cities.

Il nuovo ordine della vita cittadina qui sommariamente tracciato, possibile con la progettazione di nuove città adeguate alla nuova situazione, comprende tante cose che rendono la vita degna di essere vissuta: abitazioni decorose, eliminazione dei tuguri e dei quartieri che li ospitano, bambini ben nutriti, sani nel corpo e nella mente, città avvolte nella luce del sole e non in una cappa di fumo, città senza più rumori molesti, città più sicure. Volendo in queste città, potremmo anche aggiungere decorazioni e monumenti. Potremmo migliorarne la situazione estetica con più colore e individualità. Più biblioteche, più occasioni per la musica e l’arte.Grandi spazi per il gioco, parchi, boschi. Costruendo il nuovo potremmo innalzare la qualità della vita, materiale e spirituale, e al tempo stesso grazie a una buona urbanistica diminuire i costi che comportano oggi le città, perché si tratta del modo più pratico di rispondere alle esigenze del movimento, degli affari, del’economia su cui si basa la ricchezza delle città.

  1. Con città satellite si intende un centro dotato di una propria autonomia, un’entità distinta con caratteristiche economiche, sociali, culturali, che pur dotato di una identità abbia comunque una forte relazione o relativa dipendenza da una grande città. Non si intende invece un villaggio, perché un villaggio non è una città, né un suburbio o altro genere di quartiere assimilato ad altra entità. La parola “satellite” si usa nell’accezione astronomica: un corpo influenzato da un altro maggiore, ma fisicamente distinto (Cfr. C.B. Purdom, The Building of Satellite Towns). Con Città Giardino si intende una città pensata per un sano abitare e per attività produttive, che consenta una piena vita sociale, anche se di non grandi dimensioni, circondata da una fascia di terreno rurale, e in cui tutte le superfici sono di proprietà pubblica o comunque controllate dalla comunità (Cfr. C.B. Purdom, Town Theory and Practice)
  2. “What is City Planning” nella rubrica Zoning Roundtable su City Planning Vol. 1, n. 2, p. 130.

City Planning, aprile 1926 – Titolo originale: New towns versus existing cities – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Riferimenti: qui su La Città conquistatrice vedi anche, di Charles Benjamin Purdom, Nascita della Città Giardino (1913)

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