Milano e il Castoro Infinito

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Foto F. Bottini

In principio c’era un Geometra, che di cognome faceva pure Penati: quando si dice il destino cieco! Meglio precisare che il geometra Cesare Penati negli anni ’30 padani fascistissimi era il presidente della Società il Milanino, ovvero della gestione che il regime totalitario aveva sostituito all’originaria cooperativa della città giardino fondata da Luigi Buffoli a inizio secolo. In quanto pur effimero leader di un movimento come quello per il decentramento insediativo pianificato, il geometra Penati coerentemente cercava di ampliare il campo, lanciandosi in intemerate imprese dialettiche di cui le vecchie stampe di un convegno sulla casa popolare ci lasciano preziosa traccia. Sosteneva, il nostro avventuroso geometra, che fosse non solo possibile ma addirittura indispensabile una Bonifica Integrale del Nord Milano, da finanziare esattamente coi medesimi fondi e i medesimi criteri di quella assai più famosa dell’Agro Pontino, ma con obiettivi lievemente divergenti. Se nelle paludi tra la capitale e il promontorio del Circeo il problema era principalmente quello di eliminare la malaria e innescare un’economia agricola con qualche centro urbano di servizio, tra Milano e le alture settentrionali (quel territorio che significativamente apriva il bando di concorso per il piano regolatore del 1926-27) la questione era soprattutto di gestione integrata del territorio.

Urbanistica e ruralistica

Il movimento italiano per le case economiche aveva quasi da subito liquidato come visionaria e poco realistica l’ipotesi originale di Ebenezer Howard, concentrandosi sui quartieri e lasciando perdere il modello della città nuova con attività produttive e territorio agricolo greenbelt di riferimento per l’alimentazione a km zero, come diremmo oggi. L’idea del geometra Penati però, forse per dire qualcosa di interessante a un convegno, forse per altri motivi, di fatto ripescava in salsa fascista-efficientista il medesimo modello della cosiddetta social-city, con Milano alla base di un sistema semicircolare di centri minori, da sviluppare e collegare tra di loro e col capoluogo attraverso strade, ferrovie, tranvie e reti telefoniche. Il piano territoriale metropolitano-regionale, secondo alcuni criteri del resto anche sostenuti da pezzi da novanta dell’urbanistica locale come gli altri due Cesari (Albertini e Chiodi), avrebbe poi fissato gli obiettivi generali di sviluppo infrastrutturale e di Bonifica Integrale, a fissare gli equilibri tra la città, la campagna, e lo spazio interstiziale allora definito intercittà, che oggi chiameremmo suburbio.

Sprawl? Ma parlate in italiano!

Finito il convegno gabbato lo santo. Nel senso che una volta stampati gli atti, delle elucubrazioni del geometra Penati, dei piani regionali degli altri due Cesari, nessuno sapeva più che farsene: né gli operatori economici assai poco propensi a farsi regolare da chicchessia, né gli amministratori del territorio, con la loro classicissima idea che l’universo inizi e finisca dentro la propria circoscrizione elettorale. Avvenne così che nel lungo periodo dalla fine del fascismo, attraverso il boom economico di mobilieri brianzoli e affini, intraprendenti imprenditori multisfaccettati postindustriali, residenti ambosessi automuniti e amministratori pensosamente sviluppisti, di Bonifica Integrale e gestione del territorio non si parlò proprio più nemmeno per ridere. Qualcuno, ogni tanto, come col Piano Intercomunale Milanese, tirava ancora fuori queste cose, ma poi saltava fuori l’immancabile grido: ci vuole lo sviluppo. Lo sviluppo del territorio, come si imparò a dire poco dopo. Che vuol dire fare strade, e poi metterci di fianco i capannoni, e dietro i capannoni le palazzine o villette.

La rottura delle acque

In tutto questo sviluppo del territorio c’era di mezzo quel fastidio del territorio, da levare di mezzo. Cioè, il territorio va bene quando bisogna nominarlo, evocarlo, ma poi va adeguatamente ricoperto per renderlo fruibile. Anche quando è fatto di acqua: corsi d’acqua, pioggia che deve bagnare la terra, che deve infiltrarsi, che deve scorrere da qualche parte. La soluzione è sempre pronta: un bel condotto realizzato col medesimo solido cemento del capannone lì a fianco, e l’acqua se ne va via senza rompere le scatole, a cielo aperto o in sotterranea. La bonifica integrale comprendeva borghi giardino, campi, fabbriche, officine, lo sviluppo del territorio no, qui siamo nel nord operoso, mica in mezzo ai terroni che zappano la terra e per questo si chiamano così. Noi tiriamo di lima, anche se nessuno ci chiama per questo limoni. C’è un campo? Mettici sopra un parcheggio. C’è un fosso? Fagli attorno una bella condotta, e attorno alla condotta il centro commerciale alle spalle del parcheggio. Tutto si tiene. Ma poi le acque cominciano a rompersi e rompere, a ogni temporale, a ogni pioggerella. I geometri nipoti degeneri del Penati fascista-howardiano hanno sempre la stessa risposta: metti lì un altro tombino! Ma alla lunga non funzionano, i tombini saltano, ti arrivano i topi nel centro commerciale, e il fango a sporcare i sedili del Suv nel garage.

La metropoli meretrice e i Samaritani

Dato che però i tombini saltano soprattutto “giù a Milano”, non pare che il problema in fondo sia tanto grave. Come si dice in alcuni raffinati salotti, in fondo sono cazzi loro. Vogliono abitare nella malefica città densa di complessini punk e immigrati infedeli, che si ciuccino anche le nostre acque sporche quando gli salta il tombino per un temporale. E che non vengano a romperci le scatole sul territorio, per interventi di prevenzione a monte: il monte è mio e me lo gestisco io! Ma l’emergenza incalza, l’abitante dello sprawl in fondo giù a Milano tra i peccatori ci va per la ciucca della movida il sabato sera, e qualche solidarietà inizia a serpeggiare almeno nelle alte sfere. Ebbene si: faremo degli interventi a monte, ma con lo stile nostro, niente bonifica integrale o gestione del territorio, quella è roba da fasciocomunisti, ma una bella tombinatura gigante, ispirata a un modello egizio-veneziano, tipo Assuan-MoSe. E non venite e dirci che non pensiamo in grande! L’idea è di un mega sistema di gronda settentrionale tecnicamente integrato, con barriere in cemento mobili e fisse che trattengano via via le precipitazioni, inoltrandole poi direttamente verso il mare e salvando così Milano dalle esondazioni.

Tanti piccioni con una fava

Altro che aree di laminatura, preziose superfici di territorio sottratte artificiosamente alla vocazione urbana stabilita dal destino! C’è di più: tutta l’autostrada Pedemontana Lombarda diventerebbe il caposaldo viabilistico di prima barriera e filtro del sistema, da un lato rispondendo alle esigenze mixed-use tanto in voga al giorno d’oggi, dall’altro garantendo continuità e articolazione dei flussi di denaro indispensabili alla realizzazione dell’opera. Per farla accettare dalla società, sono previste grandi campagne di assunzione, cooptazione, promozione di carriere per intellettuali e sedicenti tali. Basta che le sparino grosse, e le sparino spesso e regolarmente. Soprattutto, che non mettano in discussione il piano generale secondo cui bisogna gestire tutto con opere, secondo cui non esiste proprio la possibilità di un modello vagamente diverso da quello consolidato di sviluppo del territorio. Come prima iniziativa concreta, una grande mostra-convegno, a partire da una rivisitazione contemporanea dell’idea di Bonifica Integrale del Nord Milano, naturalmente declinata secondo gli avanzamenti tecnologici e gli attuali modelli di smart land. Titolo evocativo dell’evento, nonché nomignolo della mascotte: il Castoro Infinito. Chi non risica non rosica.

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