Lo Shopping-Center e la lotta per l’egemonia nel quartiere (1956)

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Foto F. Bottini

C’è una tendenza, logica del resto, a raggruppare i negozi di un quartiere tutti insieme, in uno o più nuclei, perché le leggi relative alla costruzione delle abitazioni economiche di un certo tipo [1] non ne permettono l’inserimento negli edifici d’abitazione, o perché si cerca di seguire il sistema, comune in Europa settentrionale e negli Stati Uniti d’America, dello shopping center, del centro commerciale cioè, costituito da un unico edificio [2]. Le ragioni che fuori d’Italia hanno portato verso questa nuova concezione delle attrezzature commerciali, vanno ricercate oltreché nella diversa struttura interna del commercio (grandi «contractors», magazzini per tutti i generi, dai commestibili ai giocattoli all’abbigliamento all’arredamento, pratica abolizione dei generi non confezionati in pacchi e scatole di peso controllato e di marca), nella tendenza a considerare le vetrine dei negozi e i negozi stessi, logicamente comprendendosi anche i caffè e le pasticcerie, come il naturale punto di incontro della popolazione del quartiere.

Il sistema, evidentemente, è perfettamente adatto per la vita di una popolazione sparsa in abitazioni unifamiliari a grande distanza l’una dall’altra, attrezzata con mezzi di trasporto individuali per tutti o quasi, e fornita, soprattutto, dei mezzi economici per acquistare. Per una popolazione povera qual è quella italiana sarà ben difficile, nella maggioranza dei casi, che lo shopping-center possa distaccarsi di molto dalla classica «mesticheria», dall’«emporio» o dagli altri spacci che riuniscono, da noi, in una sola bottega i generi comuni a più negozi specializzati, e i generi alimentari sono ancora legati, per la maggior parte, alla vendita a peso, quale si pratica rozzamente nei mercatini rionali. Sarà sempre possibile, nei grossi quartieri, costituire un centro commerciale per i generi che pur non essendo di acquisto eccezionale non sono nemmeno di prima necessità, ma per questi ultimi si dovrà sempre provvedere con negozi di «generi diversi», distribuiti lungo tutta la compagine edilizia, insieme al tabaccaio ed alla latteria-bar, le cui insegne luminose forniranno l’unico richiamo e l’unica speranza per le lunghe serate buie del quartiere.

La lotta per l’egemonia nel quartiere è già chiaramente delineata, anche se le ostilità rimangono al livello di guerra fredda: da una parte il bar coi biliardini, i negozi ed il cinematografo, che rappresentano de facto l’unico ricordo della «piazza» italiana come sede della vita associata, e che i sostenitori del centro commerciale di tipo americano penserebbero di poter potenziale; da un’altra parte la parrocchia, con le relative opere (biliardini, ping-pong, campi di calcio, di palla-volo e di palla-canestro) la cui tradizione non è certo recente, e che comunque hanno ricevuto impulsi e rinnovamento dalle necessità di organizzarsi come posto di combattimento nella lotta politica; da un’atra parte ancora le istituzioni similari create nelle sedi di partito, per poter fare una adeguata concorrenza alle opere parrocchiali; da un’ultima, infine il «centro sociale», organizzazione del tutto nuova, che vorrebbe, in teoria, togliere tutti, e i giovani in modo speciale, dall’abbrutimento delle luci dei bar e dalla polemica di parte delle organizzazioni confessionali, siano esse religiose o solo di partito, per tentare la costruzione, in essi, di un vero carattere e di una completa personalità personale e sociale.

In pratica, è facile prevederlo, il centro sociale non avrà una vita facile, mancando di mezzi ed essendo facile preda, attraverso il finanziamento ed i controlli amministrativi, politici e polizieschi [3], di quelle stesse organizzazioni confessionali che pretendeva di combattere. Si dovrebbe parlare ancora della scuola, ma la scuola italiana, per quel tanto di debole forza che le resta, è ancora più incapace dei nuovi «centri sociali» di fare qualcosa che possa realmente servire, al di fuori delle ore di lezione, per educare i giovani e gli adulti alla vita associata ed alle responsabilità del cittadino. Col tempo sarà forse possibile, man mano che si verrà costituendo lo spirito democratico e civile, coordinare l’azione di tute queste forze che per ora, in concorrenza assurda come sono, non creano altro che confusione, distruggendo quel po’ di carattere che abbiamo, e distogliendo tuttavia una notevole quantità di danaro dalle tasche pubbliche come da quelle private; e sarà forse possibile arrivare, anzi, a metterle d’accordo, come d’accordo lavorano in Inghilterra, per la creazione di un vero centro sociale di quartiere, dove siano raccolte l’una accanto all’altra i negozi, il cinema, la piccola sala per le mostre periodiche, la chiesa parrocchiale, gli uffici del Municipio, della polizia e dei carabinieri, le poste e la banca, le scuole e l’ambulatorio, le sedi dei partiti, dei sindacati e delle società sportive, i laboratori per il «tempo libero» dei ragazzi e delle ragazze, la sala da ballo [4]. Ma la nostra vecchia «piazza» che pure seguita a comparire, immutata, in tutte le astratte «composizioni» degli architetti, buoni e cattivi, non ha veramente più ragione d’essere: la vita è un’altra, oggi, e siamo abituati al movimento. Nelle città antiche, le vecchie piazze sono diventate posteggi o nodi di traffico, offrendo ai pedoni solo difficoltà di attraversamento, e la vita commerciale stessa stenta ad installarsi dove non ci sia una corrente continua di persone che passeggiano, sia pure lentamente. La città moderna, con i suoi spazi articolati e prevalentemente aperti, distribuirà un po’ dappertutto, lungo le strade, gli slarghi e i recessi per i pedoni, lasciando ai parchi e alla campagna di fornire quel maggior respiro che chiediamo oggi, quando veramente vogliamo allontanarci, e trovare la quiete, la stasi, le possibilità per un colloquio o per una meditazione.

In un quartiere di nuovo impianto c’è la necessità di organizzare il traffico, prevedendo la zona per la sosta dei mezzi di trasporto collettivi, per il posteggio dei taxi, per quello delle auto e delle moto private: sarà in prossimità di questa zona, forse, il luogo migliore per tentare, dove l’occasione ne mostri l’opportunità, la progettazione d’un centro commerciale organizzato, ed integrato opportunamente da altri servizi collettivi, ovvero si potranno tentare altri sistemi per l’integrazione della vita sociale del quartiere [5]; beninteso, evitando anche in questo caso eccessi ed errori troppo forti di valutazione del problema.
Questi errori, di solito, consistono nel predisporre i mezzi di difesa senza una opportuna, preventiva maturazione del problema stesso. I casi più comuni sono quelli che si riferiscono alla forzata ricostruzione del «vicinato», ai forzati collegamenti pedonali, alla errata distribuzione del verde nel quartiere. [vedi ovviamente su questo sito tutta la corposa serie degli articoli dedicati allo shopping mall]

[1] La legge «incremento occupazione operaia» è partita dall’idea (piano Fanfani) che ogni salariato stipendiato dovesse pagare un’aliquota della sua retribuzione mensile per costituire un fondo per la costruzione di alloggi da consegnare poi, mediante sorteggio, a quei lavoratori che ne avessero più bisogno. Era logico, quindi, che tutto il capitale così formato fosse esclusivamente destinato alla costruzione di alloggi. Solo in un tempo successivo, quando si rese chiara ai dirigenti la necessità di provvedere anche per i negozi, e si concretò l’utile che la stessa gestione poteva trarre, a tutto beneficio dei lavoratori interessati, dalla vendita o dall’affitto dei locali relativi, la legge fu modificata ed ora è possibile costruire negozi nel corpo stesso degli edifici di abitazione, purché non si vengano a trovare tuttavia in edifici da riscattare, nel qual caso la loro gestione da parte dell’Ente risulterebbe oltremodo onerosa (né è possibile, per l’Ente, prevedere la loro vendita se non nei pochi casi in cui questa si presenti sicura).
[2] Per la bibliografia sulle attrezzature commerciali e in particolare per gli shopping-centres vedi: Shops and Stores, di M. Ketchum, Progressive Architecture Library, Reinhold Publ., N.Y.
[3] Ci risulta che per i centri di servizio di alcune zone di riforma la Polizia, per ragioni a noi non evidenti, avrebbe vietato la costruzione del centro sociale a distanze inferiori a metri 100 circa dalle aule scolastiche, mentre in Inghilterra è molto diffusa la costruzione della scuola e del centro sociale in un unico edificio. Famoso l’esempio di Impington, di W.Gropius e M.Fry; vedi «Metron» n. 25.
[4] E’ allo studio di un tentativo del genere, per ora il progetto soltanto, per la città di Pontedera.
[5] Nel P.R. studiato per Ivrea nel 1954 era previsto un sistema di tre centri con diverse funzioni, collegati fra loro da un sistema di strade fra le quali la principale consisteva di un ponte sul fiume Dora che recava, affiancate, una strada di scorrimento veloce, una strada di interesse locale, ed un’ampia strada pedonale, fiancheggiata da una fila di negozi affaccianti direttamente sul fiume e sui giardini situati alle due sponde. Lo scopo era quello di riunire i due centri principali attraverso la via più rapida, senza tuttavia costringere ad attraversare un lungo ponte, aperto e scoperto, in una città dove d’inverno il clima non è sempre mite, creando nel tempo stesso una piacevolissima passeggiata estiva ed un luogo d’incontro per tutta la città.

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