Milano post-EXPO– culture unbound

INNSE

Foto F. Bottini

Questo articolo non parla del destino delle aree Expo o di legacy. Non parla neanche del modello Milano e non ha intenzione di accennare a Sala. L’oggetto è lo scenario culturale dei prossimi mesi in una città che è stata incatenata mani e piedi all’evento più invasivo e logorroico del mondo per sette anni. L’Expo 2015, come tutti gli eventi e in specie quelli grandi, è un’entità fatta di comunicazione, e come tale ha occupato quasi per intero lo spazio mediatico milanese e italiano – ed è riuscito anche, a suon di moneta, a perturbare in una certa misura le frequenze straniere. Contrariamente a quello che si potrebbe immaginare, però, l’effetto di questa occupazione non è stato l’oscuramento dell’universo culturale, ma il suo assorbimento forzato all’interno di Expo.

Decantato come una grande occasione per la cultura, Expo non ha in realtà prodotto mostre e spettacoli, a parte la monumentale Arts and Foods di Celant alla Triennale e pochissimo altro, ma al contrario ha distratto fondi destinati all’ordinario finanziamento di musei e attività culturali, bloccandone o limitandone la programmazione. Ha quindi costretto curatori e direttori di ogni grado e livello a ideare eventi legati al cibo (dall’imbarazzante campo di grano della fondazione Trussardi alle migliaia di orrende rassegne di ortaggi in foto, su tela o in 3d), e infine ha cooptato anche i pochi che avevano scelto una linea autonoma obbligandoli con il sistema del bastone e della carota a confluire in Expoincittà.

Di conseguenza, qualunque iniziativa culturale abbia avuto luogo in Lombardia, anche se priva di riferimenti gastronomici, era comunque lì “per merito di Expo”. La fondazione Prada o l’ultimo dei djset dovevano ugualmente apparire come il prodotto di questo unico Jabba the Hut. È logico che ora, in maniera più o meno esplicita, la fine dell’evento sia vissuta come una grande liberazione di energie e denaro, che dovrebbero tornare in circolazione.

Il vantaggio più evidente è la libertà tematica: è finalmente possibile uscire dalla galassia alimentare, estesa per contiguità al campo Madre e al campo Natura. Ma diventa di nuovo pensabile anche occuparsi, per esempio, di artisti che non appartengano al gruppo ristretto delle icone internazionali del rinascimento italiano – LeonardoMichelangeloRaffaello, con qualche concessione ai grandi predecessori come Giotto. Senza nulla togliere alle mostre di grandissima qualità che anzi hanno forse segnato una delle migliori stagioni espositive del Palazzo Reale, è sempre bello osservare gli orizzonti che si ampliano.

E così per esempio la Triennale, dopo il blocco unico di Arts and Foods, si riappropria della complessità dei propri spazi inaugurando a fine novembre tre articolatissime mostre sull’arte, l’architettura e la moda italiana, ricche di curatori, di autori grandi e piccoli, artisti, architetti, stilisti, fotografi, e anche, per fortuna, di conflitti e contraddizioni. A inizio aprile invece, tra la chiusura delle mostre e l’inizio del Salone del Mobile, inaugura a sorpresa (è il caso di dirlo) la XXI Triennale, dando nuova vita a un ciclo che si era allentato negli anni Settanta-Ottanta per interrompersi del tutto nel 2001. Il titolo è 21st Century. Design after Design. Il design nella globalizzazione, e nel comitato scientifico figurano, oltre ai membri triennaleschi, vecchi guru milanesi come Andrea Branzi e Pierluigi Nicolin, il direttore creativo di Muji Kenya Hara, Cino Zucchi, che nel 2014 ha curato il più bel padiglione Italia di sempre nella Biennale di Architettura di Rem Koolhaas, Giorgio Camuffo, uno dei più importanti grafici italiani, Luisa Collina, che ha costruito la rete internazionale di scuole e università di design e arte Cumulus, e infine Richard Sennet, il prestigioso autore (tra l’altro) de L’uomo artigiano, e Stefano Micelli, autore di Futuro artigiano e una delle anime della Maker Faire di Roma. In mezzo a questo folto e autorevole gruppo campeggia Vicente Loscertales, il segretario generale del BIE, il re delle Expo universali.

Un alone di mistero avvolge deliberatamente questa XXI Triennale: le notizie certe sono che oltre al Palazzo dell’Arte occuperà da aprile a settembre, con mostre curate dai membri del comitato, la Villa Reale di Monza, spazi del Politecnico, del Mudec, dello Iulm, dell’Hangar Bicocca e della Fabbrica del Vapore, praticamente mezza città. È stata lanciata (last minute) una call per artisti, designer, architetti, filmaker e tutti i poveri under35 che classicamente ricadono nella categoria dei “creativi”, per partecipare a una mostra che appare orientata verso l’area di intersezione tra artigianato e makers teorizzata da Micelli. Sulla mostra principale, invece, quella con le partecipazioni dei paesi internazionali, un indizio lo fornisce la presenza di Loscertales. Sulle altre il buio più totale, un po’ inquietante se commisurato all’importanza dell’evento, che non manca di suscitare diffidenza. Il circuito dell’architettura e del design milanese è già provato dalla larga esclusione dal piatto Expo, riservato solo a Michele De Lucchi e pochissimi fortunati, e necessita di nuove occasioni per un rilancio.

Con ogni probabilità è il format del grande evento, anche se riprodotto a scala media, che impone questi protocolli di chiusura e controllo della comunicazione. Sono modalità legate al carattere straordinario, emergenziale degli eventi. Le politiche culturali milanesi di questi ultimi anni hanno alimentato in parallelo a questi una serie di istituzioni e iniziative, anche molto discusse, rivolte invece all’ordinario, alla manutenzione, all’esistenza di una fascia di persone che si occupa a vario titolo di cultura. Molto contestata per avere sgomberato alcuni centri sociali occupati, l’amministrazione – non si può non dargliene atto – ha aperto e messo a bando moltissimi spazi in disuso per progetti culturali.

Il caso più noto è quello di Base, nell’edificio dell’ex Ansaldo in zona Tortona, che ad aprile ospiterà nei suoi 6000 metri quadri coworking, laboratori, associazioni, spazi per mostre, performance e persino forme di urban gardening. Il progetto di gestione è stato elaborato da Esterni, che ha un’esperienza quasi ventennale di organizzazione dell’uso dei pubblici spazi, insieme a Arci Milano, Avanzi, Make a cube3 e H+: gruppi di persone a loro volta allocati perlopiù in coworking. Non c’è bisogno di dire quanto la retorica dell’innovazione culturale, delle start-up, della smart city e della sharing economy che permea questo genere di operazioni suoni falsa, se non deleteria. Ma è un prezzo che forse vale ancora la pena di pagare, pur mantenendo una salda distanza critica, in cambio di un’offerta di maggiori spazi a una categoria di persone che non ne ha nessuno, e che invece con queste lievissime spinte di incoraggiamento in un’era di magra riesce a costruire progetti anche molto interessanti.

Un esempio non lontano da questo è mare culturale urbano, che dovrebbe aprire prima della primavera il primo di due spazi (una cascina seicentesca restaurata e un edificio ex-novo costruito su un’area in disuso messa a bando dal Comune) dedicati alle arti multimediali e performative, con sale cinema, teatro, sale prova, coworking, residenze per artisti e molto altro, ma a servizio del quartiere San Siro dove risiede. Il modello è quello di centri culturali come il Matadero di Madrid o il Vooruit di Ghent, qualcosa che in Italia non si è mai visto. mare culturale urbano è fondato su un modello di impresa sociale privata che richiede interlocutori molto civili e interessati nella pubblica amministrazione.

Una forma di collaborazione pubblico-privato sicuramente agli antipodi del Mudec, il neonato Museo delle Culture, nato pubblico con una collezione permanente notevolissima ma affidato totalmente in gestione al Sole24Ore. In nome dell’imperitura idea che la cultura deve fruttare Il Sole ha imbastito un programma di mostre commerciali che tolgono spazio alla collezione: la più contestata è quella di Barbie, appena aperta, ma forse la più mediocre è quella di Gauguin, classico format pacchetto dell’impressionista acchiappa-scolaresche.

I privati che fanno veramente cultura a Milano non ci pensano neanche a fare cassa: di sicuro l’Hangar Bicocca e la Fondazione Prada servono anche a valorizzare le aree immobiliari su cui posano, ma, biglietto o meno, non esiste nessuna proporzione tra i costi dell’eccellenza assoluta che convogliano a Milano e i conti dei ragionieri della cultura. La grande mostra di Parreno curata da Andrea Lissoni all’Hangar, seguita a dicembre da Petrit Halilaj e ad aprile da Carsten Höller, o il sistema continuo di mostre ed eventi elaborati da Celant per Prada (ora ha appena aperto Gianni Piacentino, a dicembre Recto Verso, una mostra sul retro dei quadri), o le ormai leggendarie personali della Fondazione Trussardi nei luoghi più esoterici di Milano, appartengono a una logica altra.

(articolo pubblicato contemporaneamente dall’Autrice su Pagina99 21-27 novembre 2015)

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