Piani maestri per i maestri della politica (1948)

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Schizzo di Arthur Gallion, 1950

A che punto sono gli architetti e i pianificatori d’oggi? O meglio, qual’è la posizione dell’urbanista rispetto agli altri pianificatori; quale il rapporto con la pianificazione totale, inseparabile in tutti i suoi momenti dall’azione di governo? Quella che in mancanza di un termine più preciso chiamerei pianificazione di governo, il cui senso voglio chiarire man mano. Consideriamo ora l’attuale fase della pianificazione. Oggi essa corrisponde ad un di presso a quella dell’alchimia nel XVIII secolo. Sulle basi di una scienza grossolana – l’empirismo di una pianificazione di governo – promette agli uomini ricchezza, salute, felicità. Anche la simbologia è rassomigliante: abbiamo tra gli elementi del piano – l’opus – il nuovo materiale – la materia prima – e quindi i mezzi della sua trasformazione in soddisfazione sociale, in beneficio economico, come la pietra filosofale e l’oro liquido. Questo paragone non vien fatto ironicamente. Tutti sanno che l’alchimia aveva alti e utili fini. Ricordate il capitolo di Jung su «L’idea di redenzione dell’alchimia» come un episodio dell’eterna lotta dell’inconscio collettivo per emergere nella coscienza.

Il Liber perfecti magisterii elenca per il buon alchimista gli stessi requisiti necessari per il buon urbanista: «Deve essere di ingegno sottile e possedere sufficiente conoscenza dei metalli e dei minerali. Ma non può avere uno spirito rozzo e duro, né essere avido o avaro, indeciso o esitante; inoltre non deve aver fretta né presunzione, bensì dev’essere di ferma risoluzione, tenace, paziente, dolce, perseverante e moderato». I migliori di questi suggerimenti erano dettati dalla coscienza delle esasperanti difficoltà delle ricerche di laboratorio. Uno dei loro detti era: «Tu ricerchi duramente e non trovi. Forse troverai se non ricerchi». Sembra una boutade alla F. Ll. Wright. Quando la chimica divenne scienza, l’alchimista divenne un chimico sperimentatore. Quando la pianificazione sarà una scienza, l’urbanista diventerà un pianificatore sperimentale. Ma quel tempo non è ancora venuto.

La pianificazione ha percorso un troppo breve cammino verso la scienza. Dei suoi tre aspetti – politico, legislativo e amministrativo – il primo è l’arte dell’immaginazione, il secondo è la formazione dei concetti, il terzo è l’istituzione dei laboratori dove le forme sono collocate e generalizzate. Per ora noi non possiamo formulare i concetti e tanto meno costruire i laboratori di prova. Il fatto è che l’urbanista si trova di fronte ad una divergente necessità. Come artista la sua fantasia precorre la realtà. Come tecnico lavora coi testi e con istrumenti che gli sembrano, e sono, inadeguati. In tutto ciò che si legge sulla pianificazione è evidente l’urto continuo della fantasia contro l’insufficiente legislazione e l’inefficienza della burocrazia. L’azione politica deve essere il primo interesse dell’urbanista.

Naturalmente i tecnici e gli amministratori si rendono pienamente conto essi stessi della necessità di un’adeguata legislazione, ma anche qui si tratta di un ciclo chiuso dacché essi possono agire solo in forza di un’autorizzazione legislativa. Fortunatamente, si comincia intanto a riconoscere la necessità di stanziamenti di bilancio per la pianificazione. Il Congresso degli Stati Uniti autorizzò nel 1943 la costituzione, in seno all’amministrazione dei lavori pubblici, di un programma di pianificazione. Questa indagine sulle esigenze, gli standards ed i procedimenti nelle costruzioni pubbliche, era limitata essenzialmente agli edifici come tali, ma è impossibile non considerare questi ultimi in rapporto con le strade, i servizi e gli impianti pubblici, e coi problemi della pianificazione in generale. Quel che si è fatto finora in materia di pianificazione fa ben sperare per un non lontano avvenire. In una coerente legislazione e dall’esperienza amministrativa sorgeranno certamente gli organi necessari alla realizzazione di una pianificazione su vasta scala. Quando questi entreranno in funzione, e penso che questo accadrà in questo periodo del dopoguerra, allora si comincerà a ricorrere frequentemente all’opera dell’urbanista. Egli si differenzia dagli altri pianificatori, politici, sociali, economici, giuridici, per un solo, ma importante aspetto. Come il suo nome sta ad indicare, egli è anche e specialmente un artista.

La natura intrinseca dell’arte può sfuggire all’analisi, ma non così il suo fine sociale che è stato ben definito dal filosofo Edgar Singer: «Solo l’arte il cui fine è di mutare i propositi di coloro a cui essa si rivolge, può dirsi “bella” (“libera” o “liberatrice”)», egli ha scritto nel suo saggio Ideale estetico e ideale razionale; e ancora «L’artista deve essere l’araldo del malcontento»; e ancora «L’artista non crea nuovi ideali» (Singer si riferisce agli ideali esterni all’arte, ma si permette la glossa); «egli crea i creatori degli ideali». Evidentemente questa non è la facile arte degli eclettici e della “città bella”. Va di moda oggigiorno storcere la bocca di fronte a piani che manchino di praticità. Dove per praticità si intende probabilmente l’aderenza immediata o per lo meno non troppo remota alle possibilità sociali, politiche, economiche e giuridiche.

In un articolo su Urbanistica, arte e politica, il professor Hudnut (preside della facoltà di Architettura e Urbanistica all’Università di Harvard) si è dottamente burlato dei grandi piani regolatori sepolti nella biblioteca Urbanistica di Harvard. Eppure risulta evidente da una recente polemica di stampa che anche le più modeste proposte degli urbanisti sono al di là della comprensione delle menti pratiche. Né la storia ci apprende che gli artisti siano stati più amati in passato di quel che non siano ora. Fidia fu mandato in carcere per la parte avuta nella direzione dei lavori pubblici sotto Pericle, ed il Barone Haussmann che ebbe da Napoleone III l’incarico di redigere il progetto per una città che avrebbe dovuto essere al sicuro dalle folle infuriate e dai nemici esterni, non sapeva che farsene degli urbanisti. «Essendo artisti – scriveva, essi – si davano poco pensiero delle spese. Potrei aggiungere che in genere non avevano né le cognizioni necessarie per redigere un preventivo, né l’esattezza e la meticolosità occorrenti per la verifica di una fattura».

Simili accuse sono ancora di attualità e urtano la suscettibilità degli urbanisti; i quali debbono tuttavia ammettere che altri che non sono architetti sanno preparare preventivi e verificare le fatture almeno quanto loro. Questi altri, inoltre, presentano un ulteriore vantaggio agli occhi dei pratici, ed è quello di non proporre cose che, come recriminavano i rispettabili cittadini ateniesi a proposito dei lavori di Pericle, «costano un occhio della testa». È invece funzione e dovere degli urbanisti la formulazione di tali proposte. Vivono e lavorano oggi nel mondo due grandi artisti che sono anche due grandi urbanisti. Ognuno ha presentato un sistema urbanistico inteso a risolvere l’arduo problema dei nostri tempi: come conciliare le combinazioni di velocità e di potenza rappresentata dalla rete stradale di New York e dalla bonifica della Tennessee Valley con le esigenze della vita umana. L’americano delle pianure proclama l’abbandono o la ruralizzazione della città; l’europeo, figlio di un continente sovrappopolato, ne proclama la ricostruzione.

I loro piani hanno una grande qualità in comune. Benché essi possano dirsi prodotti della realtà presente, il loro massimo titolo di fama è la splendida indifferenza per qualsiasi elemento pratico che ne ostacoli la realizzazione. Essi trascendono i limiti momentanei delle possibilità sociali, politiche, economiche e giuridiche; eppure, o forse appunto per questo, i loro autori sono più noti al mondo intero che non alcuno dei loro colleghi. Né i loro piani sono sepolti negli archivi delle biblioteche di urbanistica. Essi sono parte essenziale dell’arte dell’azione politica. È chiaro che io parlo di Broadacre City e del piano di Parigi del 1922, e dei loro autori, Frank Lloyd Wright e le Corbusier. Con la parola, con gli scritti e i progetti, costoro hanno perorato instancabilmente la causa ed il caso dell’urbanista, dando sempre rilievo alla funzione dell’artista nella società. Oserei dire che i loro piani e argomenti non pratici hanno contribuito indirettamente quanto tutta la praticità messa insieme a portare l’apparato legislativo ed amministrativo della pianificazione al punto in cui esso è oggi.

A costo di apparire frivolo, voglio ricordare qui la storia di Dinocrate, che ci raccontava Vitruvio in uno dei divertenti passaggi introduttivi che danno sapore e condimento alla carne peraltro tigliosa del suo trattato tecnico. La cito solo per il suo valore apodittico. Dinocrate era un urbanista dei tempi di Alessandro Magno, che precorse di ventitré secoli le trovate pubblicitarie in conto proprio di Salvador Dalì e la popolarità delle figure di Gutzon Borglum scavate nelle montagne. Egli aveva un piano urbanistico da proporre al re, e tentò dapprima di accostarlo con le solite lettere di presentazione per illustri personaggi. Come spesso accade tuttora, veniva tenuto a bada con promesse vaghe, finché, persa la pazienza, egli non decise di attrarre l’attenzione su di sé a modo suo. Ecco quello che fece, nel racconto di Vitruvio stesso:

«Debbo premettere anzitutto che egli era un uomo di alta statura e di piacevole aspetto. Fiducioso nelle doti fornitegli dalla natura, mise da parte il vestiario abituale e, untosi d’olio e coronatosi il capo con una ghirlanda di foglie di pioppo, gettatosi una pelle di leone sulla spalla sinistra, prese una grossa mazza nella destra, si diresse verso il tribunale reale nell’ora in cui il re stava dispensando giustizia. La novità di tale apparizione destò la curiosità della gente e Alessandro, accortosi con stupore dell’oggetto di tanta eccitazione, ordinò alla folla di fargli largo, e gli chiese chi fosse. “Un architetto macedone” replicò Dinocrate “che propone piani e progetti degni della vostra fama. Propongo di modellare il Monte Athos in forma di statua di un uomo che regge una città spaziosa nella sinistra ed un immenso vaso nella destra, nel quale dovranno confluire tutti i corsi d’acqua della montagna per poi rovesciarsi nel mare”».

Consultatosi coi suoi esperti economici e industriali, Alessandro apprese che la zona del Monte Athos era quanto mai inadatta alla vita di una città, ma egli era così entusiasta di Dinocrate e delle sue proposte che da allora in poi lo tenne sempre presso di sé. All’epoca della spedizione in Egitto, il suo favorito ebbe l’incarico di preparare i piani per la fondazione di Alessandria. Non voglio dire con questo che l’urbanista d’oggi possa conseguire risultati così felici prendendo alla lettera l’esempio di Dinocrate. Voglio solo far notare che che un piano audace presentato in maniera sensazionale è uno dei più potenti strumenti di pressione politica nelle mani di qualsiasi classe sociale. Inoltre un piano simile può dare frutti in epoche e modi non previsti dall’autore. A mo’ di contrasto vi racconto ora l’infruttuosità dei metodi di Vitruvio. Egli mancò di intendere l’insegnamento della storia, che egli stesso aveva narrata.

«Dinocrate – egli dice – ottenne questi onori in virtù del suo piacevole aspetto e dignitoso portamento». E poi va a presentare le proprie credenziali, probabilmente a Cesare Augusto, nei seguenti termini: «Ma a me, o Imperatore, la natura ha negato un’alta statura, il mio viso è rugoso per l’età, e l’infermità ha minato la mia costituzione. Privo di queste doti, io spero tuttavia di guadagnarmi qualche titolo della vostra benevolenza con l’aiuto delle mie cognizioni scientifiche e gli insegnamenti che saprò impartire». Come nel caso delle polverose scartoffie del professor Hudnut, non risulta che egli abbia mai prodotto altro che una dotta dissertazione sull’urbanistica, la progettazione e la costruzione. Pertanto, alla luce delle recenti esperienze e dei vecchi aneddoti, mi sembra che l’urbanista possa essere massimamente utile a sé stesso e alla società, mantenendo apertamente la sua posizione di artista, di «araldo del malcontento», di creatore dei «creatori di ideali». In quanto tecnico, egli deve preparare piani pratici per menti pratiche. In quanto artista egli non può che affermarsi o perire con piani maestri per i maestri della politica.

A prova dell’efficacia del piano come strumento di azione politica, a condizione che esso sia audacemente annunciato e audacemente attuato, voglio ricordare le parole di un legislatore inglese, pubblicate nella Architectural Review di Londra circa un anno fa, sotto il titolo «La politica dell’urbanistica». Sir Richard Acland, membro del Parlamento e fondatore del partito del Commonwealth, non è un totalitario, ma crede fermamente che l’azione politica collettiva, determinata dal libero consenso democraticamente espresso, deve spingersi molto più oltre di quanto la stessa teoria non ammetta adesso, se la pianificazione su vasta scala voglia tradursi in realtà durante la vita della generazione che vede la luce ora. Egli osserva che ogni progetto di architetto, di qualsiasi portata esso sia, è, di fatto, un manifesto rivoluzionario. Rimprovera agli urbanisti la loro incapacità a saper riconoscere quanto di rivoluzionario è implicito nella filosofia stessa dell’urbanistica. Li incita a non temere di affermare le inevitabili conseguenze politiche. Ogni piano, egli conclude, andrebbe presentato con queste parole: «Queste sono le città che potreste avere, se le volete e se vi decidete a respingere tutti i principi fondamentali su cui è basata la vostra società».

Questa affermazione supera in forza quanto la maggioranza dei miei connazionali oserebbe dichiarare. L’ho citata per mettere ancor meglio in evidenza la posizione dell’urbanista. Egli si trova tra due estremi: tra la realtà della legislazione urbanistica e dell’apparato amministrativo oggi esistenti, entrambi inadeguati per concorde riconoscimento, e le conseguenze della propria dottrina urbanistica, che lo portano nel cuore della fantasia politica. È questo, della fantasia, il campo particolare dell’urbanista. Altri, cui spetti il compito, potrà studiare i dettagli della legislazione e dell’amministrazione al pari e, oserei dire, meglio di lui. Ma lui solo può tradurre in immagine il fine a cui quegli strumenti di lavoro sono diretti. Lui solo può fornire all’uomo di governo la rappresentazione grafica di ciò che è ancora impossibile, promuovendo l’azione politica che metterà in moto l’apparato legislativo e burocratico. Per quanti altri compiti egli si prefigga, questo sarà il primo ed essenziale: continuare a preparare piani maestri per i maestri della politica.

da: Metron, n. 25, 1948
L’articolo di Joseph Hudnut, «Urbanistica, arte, politica», citato qui da George Howe, fu tradotto sempre per Metron dall’originale dell’Architectural Record, ed è disponibile su La Città Conquistatrice nella medesima sezione Antologia 

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