Qualche differenza fra nimby e ambientalismo

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Foto M. B. Style

L’ambientalismo in sé, nonostante le varie incrostazioni accumulate nel corso dell’ultimo secolo, non sarebbe una opzione politica vera e propria, a pensarci bene. Non lo è così come non lo sono altre cose, tipo la felicità la salute o la zia emigrata in Australia: roba santa e indiscutibile, ma che si fa opzione politica soltanto se osservata in una certa prospettiva. Ambientalismo in quanto mettere al centro la vita non significa nulla, se non si specifica quale vita perché, per chi, come, con quali priorità. E proiettare sull’universo questo quel particolare ha senso solo, appunto, in quella prospettiva, diciamo così tagliando al solito con l’accetta, progressista o conservatrice. Torniamo sempre alla solita, urlata «cementificazione», nemica dell’ambiente per antonomasia, ma più che altro per via del nome, non certo della sostanza. Al punto che ci sono fior di granitici anticementificatori, pronti a impugnare entusiasti la betoniera, quando la colata serve a mantenere all’asciutto il loro particolare sederino.

Dal pianeta al pianerottolo

Senza tirare in ballo quei progetti di «centro studi per la sostenibilità» che paiono fatti apposta per essere insostenibili, forse è il caso di tornare al concetto di nimby, più volte rilanciato nella polvere o sugli altari sempre a seconda di chi lo sta considerando. Quanti, singoli o associazioni o gruppi para-politici, si oppongono a trasformazioni locali, in genere dicono di farlo per la tutela dell’ambiente, e quindi rientrano in quanto detto in apertura, potrebbero essere indifferentemente progressisti o conservatori o un po’ dell’uno e un po’ dell’altro. Molti studi soprattutto sociologici si soffermano sul fatto che l’atteggiamento nimby sia da considerarsi progressista perché tende ad allargare la consapevolezza e la partecipazione ai temi ambientali, indipendentemente dall’oggetto specifico. Si può anche concordare con quella prospettiva, che però appunto prescinde (le discipline sociali lo fanno spessissimo, confondendo un pochino le acque agli altri) dall’oggetto, nonché dal contesto generale entro il quale si colloca quell’oggetto. C’è l’autostrada che attraversa il parco, e quindi impedirà ai bambini di giocare nel parco, o la famigerata «cementificazione del quartiere» che sottrae visuali, aumenta il traffico e quindi l’inquinamento: non sono cose evidentemente negative, da qualunque punto di vista, per l’ambiente? Parrebbe ovvio, e invece non lo è, proprio se proviamo a dare un colore politico alla cosa, come in fondo fanno certi giudizi sulle opposizioni locali.

Il rovescio della medaglia

Sosteniamo la sacrosanta lotta dei cittadini contro la devastazione del loro ambiente. Già: ma non è che alla fine noi e loro stiamo sostenendo l’esatto contrario senza accorgercene? Pensiamo all’esempio di quell’autostrada attraverso il parco, e ai tanti altri casi pressoché identici di lunghe battaglie analoghe. Quante volte le abbiamo viste svilupparsi, pressoché identiche, anche quando il tracciato non era quello di un’autostrada, ma di qualcos’altro, magari una linea di pulitissimo tram, o addirittura una pista ciclabile. E le opposizioni quasi sempre sono assolutamente intransigenti: no, non si deve fare, da qui non deve passare, e non importa se questo pregiudica l’intera trasformazione che è sbagliata a prescindere. Qualcosa non torna. Magari può essere sbagliata l’idea di autostrada, o quella di tram, o il far passare il tracciato esattamente da lì, ma è la trasformazione in «messaggio politico generale» che non regge, proprio di fronte alle alternative che prefigura, del tutto contraddittorie e/o masochiste. Non si fa il tram e tutti dovremo usare l’auto, mettendo i presupposti per un nuovo tracciato stradale attraverso un parco, oppure non si fa l’autostrada lì ma la si sposta altrove, peggiorandone gli impatti, ma questo al comitato non importa perché la sua idea di «ambiente» prescinde da valutazioni del genere. È da questo pressapochismo, quasi sempre cavalcato da una classe politica modesta che si fa le ossa in quelle ambigue battaglie di retroguardia, che nasce un ruolo paradossalmente da «buoni», da veri amici dell’ambiente tutto sommato, di alcuni interessi particolari che di norma chiameremmo cementificatori o palazzinari. Giusto perché hanno colto – a differenza dei nimby – qualche sprazzo di interesse un pochino più generale, qualificandosi come progressisti di destra, diciamo. Ma almeno da qualche parte si progredisce.

Riferimenti:
Phil Eaton, Endless sprawl is not an option, New Zealand Herald, 23 febbraio 2016

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