Immigrazione: risorse urbane intelligenti

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Foto F. Bottini

Resilienza e complessità, come ben noto, viaggiano di pari passo. Un sistema quanto più si compone di una miriade di elementi anche contrastanti fra loro, tanto più sarà vitale, reattivo, adattabile, in pratica adeguato al cosiddetto «sviluppo» nella sua accezione migliore, ivi comprese le declinazioni sostenibili per forza assai in voga ai tempi nostri. Nella metropoli del terzo millennio questo carattere (lo capiscono anche gli economisti, figuriamoci gli altri) riguarda sia le componenti funzionali e spaziali, in grado di ottimizzare l’uso delle risorse, vuoi locali vuoi di importazione/esportazione, sia il fattore chiave che trasforma queste risorse in sviluppo e ricchezza, ovvero quello umano e sociale. Ce lo raccontano certi spietati cantori dello slum terzomondiale come brodo primordiale di innovazione e crescita economica, quanto la confusione di città e campagna si declini soprattutto nell’intreccio di etnie, mestieri, sinergie impensabili nell’isolamento rurale. Ce lo confermano anche fonti inaspettate come gli storici, quando descrivono l’affermarsi di attività o diete alimentari in grado di determinare intere civiltà o ascese e declini, quanto si sovrappongano di fatto le vicende umane e quelle delle migrazioni.

Chiamiamo le cose col loro nome

La storia urbana è storia di immigrazione, perché nemmeno un disinformatissimo cretino potrebbe pensare per un solo istante che il formarsi delle grandi capitali, dei nodi di ricchezza e potere di tutte le epoche, delle città conquistatrici di territori e motore degli imperi, derivi dalla maggiore propensione a riprodursi dei loro abitanti, magari stimolati dal romantico suolo delle orchestrine al tramonto. Ciò che fa grande una città è da sempre il continuo flusso delle migrazioni, prima dalle campagne circostanti, poi da una zona più vasta, e infine con la globalizzazione dei nostri giorni da tutto il pianeta, attraverso le infinite filiere di mobilità e comunicazione disponibili. A ben vedere, anche il lavoro dei pendolari, che alimenta l’economia urbana, è da molti punti di vista parte del fenomeno migratorio: vuoi perché concretamente altro non è se non una forma di urbanizzazione (avvicinamento da zone più lontane esterne al bacino pendolare), vuoi perché appare sempre più difficile distinguere, salvo la formalità amministrativa o la specializzazione funzionale, circoscrizioni cittadine e altre che non sono tali. Non a caso si parla di «urbanizzazione planetaria», e tutte le considerazioni su cosa significhi quell’aggettivo «urbano» vengono dopo. Questa urbanizzazione altro non è che la forma contemporanea dell’antica migrazione alla ricerca di un futuro migliore.

Punti di vista sbagliati

E ciò premesso appaiono surreali e antistorici, tutti gli atteggiamenti «negazionisti» che ignorano volutamente la natura del processo, e insieme le sue vere potenzialità. Il riferimento è in primo luogo alle forze politiche e sociali tendenzialmente chiuse al cambiamento, o che lo interpretano al massimo come integrazione intesa nel senso autoritario di assimilazione: un po’ come se tutti i «cittadini romani» dentro i confini dell’Impero una volta sbarcati nell’Urbe per un motivo o per l’altro, si fossero riclassificati Senatori, o in procinto di diventarlo da un momento all’altro. E come se, per arrivare di nuovo ai nostri giorni, l’influsso di nuovi individui e famiglie dentro una comunità, avvenisse solo adeguandosi punto per punto a costumi, mestieri, abitudini, ovvero le normali dinamiche sociali smettessero di esistere, appiattendo le relazioni su quelle gerarchiche familiari o peggio aziendali. Ma c’è anche da aggiungere, a questo surreale negazionismo urbano di destra reazionaria, anche un altro punto di vista altrettanto strampalato e autoclassificato «di sinistra solidale». Il quale, sia di fronte ai dilemmi posti dai grandi processi di riorganizzazione del lavoro, sia con lo sguardo troppo spesso rivolto a un fumoso passato di cui non si vogliono cogliere davvero i termini, spera nella maggiore capacità degli ambienti rurali di accogliere popolazioni migranti, magari provenienti già da contesti agricoli, o comunque disponibili a trovare occupazione in aree del genere. Si rendono conto, questi signori, di rinnegare a loro probabile insaputa non solo la storia, ma anche la loro personale storia di ascendenza operaio-urbana? E che quindi dovrebbe essere radicata nella melting pot fatta di conflitti, tesi antitesi e sintesi infinite? Speriamo che se ne rendano conto, prima di essere sepolti da una multietnica risata.

Riferimenti:
Michael Collyer, The world’s urban population is growing – so how can cities plan for migrants? The Conversation, 2 novembre 2015

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