Schegge di agricoltura urbana high-tech

risaia_fiore

Risaia a Milano – Foto F. Bottini

Che ce ne facciamo dell’edificio industriale dismesso? Ma un bel parco, o magari degli orti, o un bosco. E dell’area che un tempo era destinata a parcheggio attorno al centro commerciale mai decollato? Ma ancora, che bisogno c’è di chiederselo, boschi, campi, prati, che altro? Basta scorrere alla svelta qualunque resoconto o rassegna di stampa locale per trovare puntualmente confermata questa tendenza spensierata alla ruralizzazione della città, manco fossimo all’epoca degli strali del Duce contro le fabbriche, pericolosi contenitori di operai antifascisti. Tendenza spensierata solo a parole, naturalmente, perché gli interessi legati alle trasformazioni urbane continuano ad essere orientati verso il solito e solido cemento, che serva poi a contenere o no qualche genere di attività non importa. Di sicuro c’è solo che occorre trovare qualche genere di punto di incontro, o compromesso, fra queste posizioni estreme, dei nimbies neoruralisti da una parte, e del palazzinari recidivi dall’altra, e che la cosa si deve inserire in una specie di strategia di sostenibilità.

Ancora città e campagna

Come con chi parla e spesso straparla a proposito di decrescita, forse è meglio chiarire subito i termini del discorso: magari non localmente, ma la popolazione cresce, e cresce parecchio; cresce anche la quantità di spazio urbanizzato pro capite che questa popolazione usa, o auspica di usare; da qui la famosa e molto dibattuta urbanizzazione del pianeta, o a scala meno ampia l’occupazione di ex campagne o ambiti naturali con case, strade, reti tecniche. Se vogliamo seriamente contenere questo consumo di suolo, la risposta non sta certo tutta nel semplice vincolo di inedificabilità degli spazi aperti e dei campi, ma anche in radicali trasformazioni qualitative dello spazio urbanizzato. Una delle tante risposte emerse di recente è quella delle cosiddette vertical farms, che però la stampa ci presenta in modo semplicistico e contraddittorio: né più né meno che grattacieli, con qualche ciuffetto verde, buttati lì esattamente come se fossero la sede centrale di una grande banca, e anche nello stesso posto. Solo, invece di maneggiare titoli e obbligazioni, là dentro si gestiscono cetrioli e zucchine. Niente di più sbagliato.

Orizzontale, verticale, a strati

Se prima di lanciarsi in vertiginosi renderings e dissertazioni, i giornali cosiddetti di informazione dedicassero una manciata di secondi a riflettere, o a leggere libri opuscoli che descrivono sommariamente la vertical farm, scoprirebbero che si tratta in sostanza di una specie di laboratorio virtuale. La filosofia a cui si ispira suona più o meno così: l’agricoltura da tempo immemorabile sta falciando la biodiversità di immense regioni, e a maggior ragione lo sta facendo da quando si sono introdotte da alcuni decenni certe innovazioni come i concimi chimici; oggi è possibile sottrarre questa agricoltura tecnologica ai campi, lasciandoli liberi di recuperare la biodiversità perduta. Per occupare meno spazio, l’agricoltura del terzo millennio deve diventare urbana, verticale, scientificamente raffinata e integrata con altri sistemi, ad esempio quello delle acque e dei rifiuti. Ecco cos’è in sintesi quel sistema verticale, ad esempio serre idroponiche impilate, che usano i rifiuti organici delle metropoli e ne purificano gli scarichi, producendo ortaggi, cereali, magari allevando alcuni animali. E se impilare le cose invece di disporle in orizzontale serve a lasciar spazio altrove, lo si può fare anche con ciò che non è agricoltura in senso stretto: la trasformazione dei prodotti, la loro confezione, o le attività commerciali. Si recuperano davvero le cose di cui si parlava all’inizio.

Il bosco, l’orto, il campo, ma rigorosamente urbani

Le cose che il classico comitato di quartiere o il comune cittadino o la classe delle elementari chiede, sempre, alla domanda cosa vorresti nel tuo quartiere, si possono realizzare proprio grazie a maggiori densità altrove, ottenute con impianti complessi. E magari non tanto complessi, se continuiamo a ribadire cosa significa, davvero, vertical farm. Basta ad esempio guardare il progetto, tutto bello lucido e ben disegnato per carità, di uno studio di architettura per Growing Power, ente che pratica l’acquacoltura integrata soprattutto in contenitori dismessi: un edificio di tre piani, del tutto normale, e di cui non ci accorgeremmo mai se lo facessero davanti al nostro cancello. Niente vertigini, grattacieli, alte tecnologie sbandierate, ma siamo nel pieno dell’agricoltura urbana terzo millennio in verticale, altro che, e pure con alti contenuti sociali, oltre che ambientali, visto che ci si rapporta per statuto col quartiere, si coinvolgono ceti deboli, emarginati eccetera. Ma ancora si lascia posto ad altro, non si occupa con gli impianti un’altra area che potrà essere invece lasciata agli orti, o a un giardino, un parco, un campo giochi.

Laboratori in divenire, tutti ancora da capire

Nei prossimi anni dovremmo iniziare a pensare alla città come a un tessuto che si riempie e al tempo stesso si svuota, ovvero a una idea di densificazione locale molto diversa dal modo schematico in cui certi urbanisti hanno sinora concepito il cosiddetto infill development, almeno come scelta su larga scala. I veri laboratori urbani di produzione agricola si devono leggere in quanto struttura in grado di comprendere in rete integrata sia le varie vertical farm in senso proprio (se possibile già integrate ad altre fasi di trasformazione e distribuzione locale), sia il resto delle infrastrutture verdi, con orizzontalissimi orti di quartiere, e più oltre normali campi coltivati, magari senza l’impatto di diserbanti e fertilizzanti chimici, magari con una gestione sostenibile del ciclo delle acque, con obiettivi uguali a quelle del cugino verticale ad alta tecnologia. In questo senso, anche tutti i tentativi attuali che in una strettissima logica di mercato stanno cercando di inserirsi nella rete metropolitana, andrebbero promossi e monitorati. Certo fa un pochino sorridere leggere di gente che ha risolto tutta la questione agricoltura urbana guadagnando un sacco di soldi grazie al basilico prodotto sul tetto, o rifornendo di lattuga a chilometro zero qualche assai carnivoro fast food con pretese biologiche. Ma se non ci scordiamo di quanto sistemica e intricata sia, per forza, la città, dobbiamo valutare al meglio anche queste schegge del mosaico in continuo movimento che abbiamo davanti.

Riferimenti

Jondi Gumz, Cityblooms, Plantronics team up on urban farm run by technology, Contra Costa [California] Times, 4 ottobre 2014

Commenti

commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *