Spazio pubblico: alcune considerazioni

Private faces in public places
Are wiser and nicer
Than public faces in private places
(W.H. Auden, 1932)
Fools’ names, like fools’ faces, are often seen in public places
(tradizionale proverbio inglese)

Si potrebbe citare in apertura l’ennesima polemica internazionale tra favorevoli e contrari ad una delle tante leggi per contenere i flussi migratori. Si tratta nel caso specifico della norma statale adottata dall’Arizona contro l’immigrazione clandestina dal Messico, e della contemporanea scoperta del solito inopportuno statistico: proprio lì, dove si tuona contro il pericolo di invasione e degrado, un puro calcolo matematico indica bassissimi tassi di criminalità, che oltretutto scendono a quanto pare proporzionalmente al crescere degli immigrati. Come riferisce il corrispondente di un giornale italiano, si dimostrerebbe così il fallimento della cosiddetta tolleranza zero, scavalcata da inattese forme di autocontrollo: «la tesi di sociologi ed economisti è che ogni etnia, costruendo nelle città la sua enclave, crea una struttura sociale abbastanza omogenea» (Gaggi, 2010).

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Foto F. Bottini

A prima vista una notizia positiva, tutto sommato in linea con le convinzioni progressiste e ottimiste di chi, a suo modo allievo magari inconsapevole delle antiche riflessioni di Jane Jacobs (1958; 2000), ripone infinita fede nelle potenzialità del metabolismo sociale e spaziale urbano. Esiste però anche un’altra faccia della medaglia, e cioè che a ben vedere proprio il meccanismo delle enclave sta storicamente alla base della dispersione urbana, del disinvestimento di risorse e aspettative nelle aree urbane, e del successivo emergere delle forme di riqualificazione e rigenerazione privatistiche, alla radice della progressiva erosione di spazio pubblico che caratterizza la nostra epoca (Hoyt 2004; Minton, 2006; id. 2009).

Perché non sembra esserci troppa differenza, da un certo punto di vista, fra queste enclave di autocontrollo sociale, e altre varie perimetrazioni più o meno rigide, più o meno materiali, che hanno caratterizzato gli ambiti suburbani e urbani negli ultimi decenni: dai recinti virtuali segnati dalle bande che si conquistavano spazi nei progetti di case popolari dell’urban renewal, ai quartieri recintati per ricchi, ai tragicomici programmi di recinzione di verde e piazze delle nostre amministrazioni locali nel segno di una improbabile sicurezza, al modello più noto e inflazionato sino alla banalità, del centro commerciale introverso al centro di un parcheggio (Staeheli, Mitchell, 2006; Bottini, 2005). Tutti questi universi poco permeabili si assomigliano, spesso se non sempre, anche per l’ambivalenza di valori che esprimono: da un lato la reazione tutto sommato propositiva a uno stato di crisi dell’idea di ambito pubblico, dall’altro appunto la tendenza a isolare una sola componente rispetto al contesto complesso entro cui il problema si è manifestato, prefigurando così nuovi e più gravi squilibri. È infatti possibile ad esempio leggere secondo questa prospettiva sia l’avanzare strisciante di un’idea paranoica di spazi sicuri e difendibili, partita dalla critica sistematica ad uno solo degli aspetti deboli del progetto urbano razionalista (Newman, 1972), sia certe forme di militarizzazione e segregazione spaziale per politiche di cosiddetta tolleranza zero, pure nate da una oggettiva esigenza di vero recupero pubblico di ambiti espropriati alla città da usi inattesi. Perché è vero che «se non si ripara un finestra rotta in un edificio, presto anche tutte le altre saranno rotte» (Kelling, Wilson, 1982), ma è altrettanto vero che come ognuno sa esistono molti modi: sia di riparare le finestre che di impedire nuovi vandalismi.

Occorre ripartire dalla constatazione che molti dei percorsi intrapresi dalla politica, dalla cultura, dalle discipline territoriali e spesso anche dalla sensibilità sociale diffusa, possono finire per risolversi in altrettanti vicoli ciechi, nello stesso modo in cui l’antica utopia della città giardino giusta, sostenibile ed equa si è dispersa nelle claustrofobiche stradine a cul-de-sac dell’anticittà segregata. E al tempo stesso, che non sia in alcun modo possibile il puro auspicio di un ritorno a improbabili tradizioni urbane, più o meno locali, più o meno praticabili. Del resto, la ricostruzione idilliaca e tradizionale fa esattamente parte della panoplia reazionaria scaturita dalla paura del nuovo, e seguirne per quanto in buona fede una parte del percorso non aiuta certo a cercare sbocchi più avanzati. La piazza storica, il mercato rionale, le relazioni familiari e di vicinato, la rete commerciale di quartiere, i rapporti economici e sociali di un ipotetico bel tempo che fu, sono esattamente il prodotto che la vulgata privatistica commerciale ci ripropone ogni giorno, in forma credibile quanto caricaturale, nelle sue specialistiche enclave con ingresso a pagamento.

Un tipo di recupero più o meno ideologico di valori, a cui forse ha già pensato sin dai tempi del primo apparire la cultura del cosiddetto postmoderno, per arrivare in anni recenti alle formulazioni più mature e a loro modo non prive di contenuti complessi e orientamenti sociali (Duany, Plater-Zyberk, Speck, 2000; Duany, Plater-Zyberk, 2001), ma i cui risultati successivi, in Europa ad esempio fortemente caratterizzati dalle esperienze urbanistiche ispirate dalla fondazione del Principe di Galles, non paiono scostarsi di molto dal medesimo approccio sostanzialmente settoriale che ha ciclicamente contrassegnato almeno per tutto il Novecento l’emergere della nuova questione urbana.

Quello che avviene, se ad opporsi a grandi processi «spontanei» è solo uno specifico settore culturale, professionale, di interessi, è puntualmente uno sbocco altrettanto settoriale, che nel caso della nuova urbanistica (come già in parte avvenuto all’epoca della città giardino, Cfr. Hall, Ward, 1998) produce dichiarazioni di principio, casi esemplari di realizzazioni, ma sostanzialmente senza incidere nei rapporti reali. Ovvero senza conquistarsi uno spazio stabile di consenso, in grado poi di sommarsi in modo non episodico ad altri movimenti, non solo in grado di accoglierne il testimone, ma di rinnovare e rilanciare obiettivi. Di fatto, per quanto riguarda le discipline e forze culturali-sociali che trovano un proprio luogo di intreccio privilegiato nella città e nel territorio, ciò è già avvenuto in tempi abbastanza recenti, quando nell’immediato dopoguerra su entrambe le sponde dell’Atlantico, in parte anche nel mondo in via di sviluppo post-coloniale, giungeva a maturazione il pensiero urbano cresciuto nella prima metà del secolo. La fase pareva più che mai favorevole, con un ciclo di sviluppo in piena crescita, la ricostruzione, la produzione e redistribuzione del reddito, il planning in senso lato come parte integrante dello stato sociale, e le vaste aspettative culturali e di formazione pluridisciplinare degli operatori (Bottini, 2003). E molti risultati vennero ottenuti, in realtà, a partire ad esempio da abitazioni più sane, un maggior diritto a servizi di base come istruzione o sanità, spesso organizzati spazialmente nel quadro equilibrato dei villaggi urbani disegnati sulla traccia della neighborhood unit di derivazione utopista.

Si verificava parallelamente, in modo abbastanza chiaro se osservato in una prospettiva storica, un altro processo, che vorrei riassumere in modo piuttosto rudimentale come dispersione dei consumi di spazio, e che caratterizza per un lungo arco di tempo la crescita urbana diffusa.

L’interpretazione offerta dal libero mercato all’idea di funzionalismo spaziale, sviluppa a modo suo nelle periferie e nel suburbio i propri perfezionamenti al modello originale. Innanzitutto coi luoghi del lavoro, secondo criteri già diffusamente accettati, ma da cui evapora via via anche quel residuo di urbanità che in fondo mantenevano in qualche modo le company town della tradizione. E poi frammentando sempre più le funzioni, e i singoli segmenti demografici, socioeconomici e di mercato: si realizzano così i quartieri monoclasse (e/o monoetnici), i grandi complessi decentrati di servizi anche pubblici, l’ubiqua caricatura della piazza rappresentata dallo shopping mall.
A volte concepito e recepito con le migliori intenzioni e aspettative, questo tecnoburbio (Fishman, 1987) non solo allontana spazi e funzioni snaturandone il senso sociale, ma evidenzia quanto i nuovi tessuti connettivi, offerti dalla tecnologia (l’automobile privata, poi il telefono, i media, la rete e le sue applicazioni sociali …), pur aprendo nuovi orizzonti ne chiudano inesorabilmente moltissimi altri.

Che fare? Il tema è attualissimo e particolarmente sensibile, al punto che già il mercato privato propone da par suo soluzioni preconfezionate, una fra tutte l’ultimissima trovata dei superluoghi (Agnoletto, Delpiano, Guerzoni, 2007; Paris, 2009), oltre a promuovere un modello privatistico di riqualificazione urbana che sottrae ulteriormente spazio pubblico, anziché aggiungerne (Minton, 2009; Bottini, Gibelli, 2008).
Ed è probabilmente proprio da qui che occorre iniziare a riflettere: la domanda di innovazione esiste, e dura ormai da almeno un paio di generazioni; dunque rispondere semplicemente in termini di ritorno all’antico – comunque si voglia intendere questa opzione – significa replicare altrettanto antichi errori. La città tradizionale, anche quella che appartiene alla tradizione moderna più recente, lascia in eredità le proprie pietre (e per fortuna pure qualche aiuola) e insieme il suo ruolo aperto e cangiante di spazio di interazione per le idee. In questo senso non è mai la stessa, e men che meno luogo conoscibile in esclusiva o con particolare approfondimento da nessuno: diritto di cittadinanza e di parola è anche poter parlare autorevolmente di città.

Ho lagàt la mè cà zo n’del Kentucky
E ma so trasferìt sota Clüsù
E ‘nvece di nisüline a maie i cachi
E ‘nvece di serpencc a go i bisù1
(El Bepi, Kentucky)

Gli spazi della nuova frontiera

La citatissima Anna Minton (2009), descrivendo il vicolo cieco che da qualche lustro sembra aver imboccato la cultura dello spazio pubblico urbano in Europa, forse indulge un po’ troppo in certi atteggiamenti «insulari», del resto non estranei ad esempio al nostro dibattito sulla tutela del paesaggio. Ovvero, di cercare la radice dei mali soprattutto nelle culture esterne, che atterrando in un contesto privo di adeguati anticorpi sociali avrebbero facilmente fatto piazza pulita di conquiste che si credevano inattaccabili. Credo che sia possibile però anche un altro tipo di lettura dei vari processi che, innestati dalla diffusione urbana del secondo dopoguerra e dalla più recente parziale ri-urbanizzazione postindustriale, vedono la solita esotica America non tanto come sogno scivolato chissà perché nell’incubo, quanto possibile fonte di riflessioni più mature rispetto agli stessi problemi, nonché di strumenti per costruirci in casa i nostri anticorpi, e magari – perché no? – rilanciare propositivamente verso obiettivi più avanzati.

Ad esempio nel leggere la suburbanizzazione della città. Non mi riferisco ovviamente né al processo di dispersione in sé, né ad un ipotetico e generico trasloco di forme e tipi suburbani nel bel mezzo dell’insediamento denso metropolitano. Si tratta invece di un ciclo particolare di sviluppo urbanistico e socioeconomico, nel quale alcuni «organismi metropolitani geneticamente modificati» sfuggono dai laboratori nei quali erano stati sinora confinati, e da par loro iniziano a far danni. Ho cercato in altra sede (Bottini, 2010b) di sviluppare il tema con qualche contestualizzazione storica, che qui vorrei solo riassumere per sommi capi. Ovvero, che l’ideologia sostanzialmente antiurbana verso cui si indirizzano gran parte delle riflessioni scaturite originariamente dal paradigma della città giardino, esercitandosi praticamente in campo libero (sia sul versante fisico, di greenfield, sia su quello dei vincoli formali di carattere amministrativo, socioeconomico, culturale) finisca per produrre e perfezionare spazi che forse assomigliano vagamente a un modello urbano, ma certamente nulla hanno a che spartire coi comuni processi di conflitto, sedimentazione e consenso collettivo che caratterizzano l’evoluzione della città.

Prendiamo lo spazio più citato a questo proposito, ovvero quello del centro commerciale: gran parte dei commentatori e studiosi, quanto più ci si addentra in modo documentato nei suoi abbastanza fulminei processi di definizione a cavallo della metà del ‘900, tanto più ci si discosta sia dalla storia urbana che da quella dell’architettura (Longstreth, 1998; Hardwick, 2004). Le ricostruzioni che in buona fede, anche nel nostro paese, provano a ricondurre le forme originarie dello shopping mall contemporaneo via via alla piazza, alla galleria coperta o ad altre strutture note, oltre a rafforzarne indebitamente l’immagine di spazio pubblico almeno in nuce, mancano di cogliere proprio questo aspetto di totale estraneità (Amendola, 2006). Sono invece sostanzialmente due i fattori che, secondo la maggior parte degli studi più accorti, convergono a costruire il modello perfetto del contenitore commerciale: l’organizzazione a carattere semi-industriale del grande magazzino, e la mobilità automobilistica di massa. Ogni altro elemento è pura citazione, o sovrastruttura ideologica, un po’ come nei nostri contemporanei outlet village si montano facciate e stucchi che riproducono stili regionali o materiali locali.

A confermare e rafforzare questa lettura, contribuisce se necessario, un curioso libro di polemiche memorie del fondatore di una delle principali catene italiane (Caprotti, 2007; Scarpellini, 2007) che evidenzia sino a che punto la grande distribuzione organizzata, pur dovendo per motivi di contesto operare nel nostro paese sostanzialmente in ambiente urbano, concepisca i propri spazi in modo rigorosamente chiuso a qualunque influenza sociale diversa dalla propensione al consumo. Naturalmente ciò che vale in modo così vistoso per il modello commerciale in tutte le sue varie articolazioni, non cambia in sostanza anche per i vari altri formati, siano essi lo spazio del lavoro, produttivo o di erogazione di servizi, del divertimento, della residenza. Nel laboratorio della nuova frontiera, ovvero nell’insediamento disperso che almeno nell’ultima generazione ha interessato abbondantemente tanta parte del continente europeo e dell’Italia (Gibelli, Salzano, 2006), ha così modo di perfezionarsi un modus operandi che poi diviene prassi comune e apparentemente accettata in modo acritico. Una prassi che nella maglia storica italiana poi imbocca due percorsi, complementari dal punto di vista degli investimenti e delle aspettative degli operatori, distinti quanto a modi di manifestazione e soprattutto visibilità.

Il primo è quello della cosiddetta riqualificazione urbana, che anche nel nostro caso come in altri (Minton, 2009b) tende a costituire recinti a ingresso limitato o controllato, certamente più affini a uno spazio privato che a un contesto urbano, anche quando non è possibile o opportuno porre vere e proprie barriere fisiche. Il secondo è probabilmente più simile ai meccanismi dell’esurbio nordamericano, anche se con le varianti negative del suo operare in un contesto storico-sociale ben più complesso. Ciò appare evidente nei casi in cui le condizioni sono mature a sufficienza vuoi per sperimentare una tipologia di superluogo, vuoi per operazioni di cosiddetta valorizzazione turistica, ottenuta abitualmente obliterando qualunque sedimentazione locale. Di seguito farò alcuni esempi di cronaca recente, desunti dal contesto dell’area regionale milanese-lombarda, per molti versi all’avanguardia da questo punto di vista. Se di avanguardia è lecito parlare, ovviamente.

Recintopoli

Nella Milano intesa come metropoli centrale, che la rivista internazionale Urban Land ha consacrato forse un po’ frettolosamente a «grande cantiere europeo di innovazione urbanistica», gli osservatori attenti, anche non necessariamente critici, non possono fare a meno di rilevare come «spesso ci si confronta sulla qualità vera o presunta di un intervento urbanistico ignorando sistematicamente le regole e i processi sottesi alla costruzione di un certo tipo di spazio» (Bolocan, Bonfantini, Botti, 2007). Le grandi trasformazioni in corso sulle ex superfici industriali dismesse e in genere le maglie sinora sfuggite per vari motivi alle mani degli operatori delineano un panorama variegato di qualità spaziali; ma è certo che mediamente pare emergere una forte prevalenza alla parziale segregazione: a volte solo intuibile in prospettiva, in altri casi palese già nel progetto, come nell’ampiamente decantato (e sinora miseramente fallito) piano di sir Norman Foster per Santa Giulia, dove la città dei ricchi appare rigidamente e fisicamente separata da quella dell’edilizia convenzionata e cooperativa.

Per leggere meglio quanto una certa idea strisciante di anticittà si sia ormai affermata nel senso comune, forse risulta più efficace andare oltre le vere e proprie trasformazioni urbanistiche fisiche, per entrare nell’area grigia del controllo del territorio esercitato in altre forme. Per intenderci, secondo le modalità via via proposte negli ultimi anni dagli emuli nostrani di Rudolph Giuliani e della sua tolleranza zero. Iniziando da uno spazio che ha reso famosa la città sin dal XIX secolo, riconosciuto internazionalmente come uno degli antenati nobili dello shopping mall: la Galleria Vittorio Emanuele. Che negli ultimi tempi fa notizia … per l’idea di installare un riscaldamento! La mente sospettosa corre troppo se collega certe definizioni di centro commerciale degli immobiliaristi a questo innocente ma relativamente costoso adeguamento tecnico?

Dicono, gli operatori del settore, che in fondo uno shopping mall altro non è se non una formula organizzativa sommata a un impianto di aria condizionata. Sbrigativo ma efficace. Come ci informa puntualmente la cronaca questa «è soltanto una parte di un piano più ampio che l’amministrazione vuole portare a termine» (Gallione, 2010), magari attivando un apposito organismo di gestione e valorizzazione della Galleria. E pare già di ascoltarli, i futuri manager di questo gruppo di lavoro, quando disserteranno sull’indifferibilità della chiusura notturna, o l’applicazione di norme particolari che scoraggino certe frequentazioni sgradite agli esercenti, nel migliore stile Business Improvement District (Hoyt, 2004; McLinden, 2007), con tanto di timbro dell’amministrazione locale.

Anche nel caso della Galleria, i vari progetti di riqualificazione e modernizzazione sono preceduti dalle classiche e molto visibili campagne stampa sul degrado (gli appartamenti abbandonati dalle clientele politiche all’epoca di Tangentopoli e occupati abusivamente da qualche disperato) o su un’occasione economica poco sfruttata. Secondo un processo non molto dissimile da quello che sta interessando alcune strade corridoio semicentrali. La più nota, anche ahimè a livello internazionale per i risvolti non tanto vagamente razzisti, è quella della cosiddetta chinatown di via Sarpi: un assai appetibile quartiere che fa da cuscinetto fra le zone altamente qualificate a ridosso di Parco Sempione, e quelle in corso di radicale trasformazione attorno alla stazione Garibaldi. Sull’asse principale e sulle vie adiacenti ormai da diversi anni si sviluppa un conflitto fra le attività di commercio all’ingrosso gestite prevalentemente da imprese cinesi, e il resto del tessuto residenziale e commerciale. Il che sembrerebbe del tutto fisiologico in una città che vede normalmente insediarsi imprese, che giustamente crescono in qualità e quantità, trasformandosi fino a richiedere spazi nuovi. Se non fosse per l’aria che tira in materia di interventismo comunale sulla presunta sicurezza, o qualità urbana che dir si voglia, anche qui «ignorando sistematicamente le regole e i processi sottesi alla costruzione di un certo tipo di spazio», nello stesso modo delle trasformazioni urbanistiche vere e proprie. Col risultato di scontentare più o meno tutti, salvo naturalmente chi sta ad aspettare il momento più opportuno per entrare in campo con le proprie idee di gentrification, magari non proprio strisciante (Liso, Rossi, 2010).

Un altro caso molto noto e discusso, forse perché esplicitamente in linea con le ordinanze dei cosiddetti sindaci-sceriffi, è quello che ha riguardato via Padova, arteria commerciale che unisce l’area di Piazzale Loreto alla periferia interessata dai grandi processi di riqualificazione urbana, in questo caso il Programma Integrato di Intervento Quartiere Adriano. L’elemento scatenante, che si verifica alla fine di una serie diluita di polemiche sul solito tema del degrado e sicurezza, è l’omicidio di un giovane egiziano, dopo il quale «gli africani sono scesi in strada, hanno rovesciato auto, spaccato vetrine e scatenato una vera e propria caccia ai sudamericani, ritenuti autori del delitto. E l’estrema periferia di Milano ha vissuto una serata di guerriglia» (Liso, Vanni, 2010). Il riferimento alla banlieu, che evoca marginalità metropolitane europee, anche se forse in buona fede qui risulta fuori luogo, visto che la zona dove si verificano i fatti sta a pochi passi dal nodo di Piazzale Loreto, e il degrado edilizio e sociale si limita a una piccola manciata di isolati. Quella che invece scatta immediatamente a livello istituzionale è una reazione che pare quasi pianificata in anticipo, e pronta ad entrare in campo alla prima occasione. Sostenuta da manifestazioni più o meno razziste, più o meno tese a confondere problemi veri e presunti, si sviluppa nelle settimane successive un’ordinanza che ha del surreale: a un problema di sicurezza urbana nell’ambiente stradale, probabilmente per la prima volta al mondo non si risponde alimentando il noto meccanismo del controllo sociale spontaneo, ma riducendolo. In pratica, si fissa piuttosto arbitrariamente un orario di chiusura per gli esercizi commerciali che rendono la via un corridoio di forte traffico pedonale. Un coprifuoco, lo chiamano in parecchi. Salvo naturalmente chi lamenta atmosfere dove «Ci sono tratti di strada in cui l’odore di hashish fa spavento» (Stella, 2010).

Insomma da questi processi piuttosto rudimentali ed espliciti di preparazione del terreno per qualche forma di valorizzazione urbana, pare lontana anni luce l’acquisizione, che si credeva scientificamente consolidata, secondo cui non sono tanto gli «indesiderabili» a costituire un problema, quanto i metodi sciocchi e sbagliati per eliminarli, allontanarli nasconderli (Whyte, 1980). La spiegazione di questa apparente sbadataggine forse sta nel tentativo deliberato di preparare il terreno a un ulteriore livellamento della complessità urbana della via, con l’eliminazione degli esercizi sgraditi (sgraditi a chi?), e naturalmente in un secondo tempo interventi diffusi di recupero e ricostruzione. Non è un caso, se la medesima procedura in seguito viene applicata ad altre vie egualmente semicentrali: è quello che chiede il «mercato».

Prima casa e mezza: l’esurbio metropolitano alla milanese

All’inizio di questa nota cercavo di spiegare come certi riferimenti apparentemente esotici siano invece il modo più adatto per affrontare nella prospettiva adeguata temi apparentemente inestricabili. Così come la New York dell’epoca dell’urban renewal a colpi di espropri e sventramenti è un ottimo sfondo per capire, attraverso le reazioni sociali targate Jane Jacobs (Flint, 2009) anche molte dinamiche milanesi di oggi, magari val la pena di fare anche un passo più indietro nel tempo, sino agli albori della pianificazione territoriale moderna: a quell’Appalachian Trail (MacKaye, 1921), che raccontava il rapporto strettissimo, anche fisico oltre che sociale ed economico, fra i sistemi montani e gli insediamenti metropolitani delle grandi pianure: acque, poi manodopera, poi puro spazio, in tutte le possibili forme.

Dopo quasi un secolo, fra generazioni di automobilismo di massa, discreta redistribuzione del reddito, innovazioni tecnologiche e organizzative varie, spesso interi ampi sistemi geografici si integrano ormai in modo strettissimo, al punto da costituire una sorta di città allargata, evoluzione dell’antico concetto di megalopoli, e che è stata ribattezzata Mega-regione (Florida, Golden, Mellander, 2007; RPA, 2007; Metcalf, Terplan, 2007). A maggior ragione, questo vale per le regioni di dimensioni più ridotte e integrazione storicamente sedimentata, come quella che ad esempio compare anche nella carta di inquadramento del Piano di governo del territorio urbano milanese, a comprendere il sistema di pianura più urbanizzato e infrastrutturato, e sui margini le valli prealpine e appenniniche.

Alla fascia prealpina appartiene ad esempio il sistema delle valli bergamasche, e per capire quanto sia forte questa appartenenza alla «comunità metropolitana allargata» (McKenzie, 1933) basta farsi un giro nel centro di Milano, o oltre l’Adda nei centri commerciali dell’area di Dalmine, Zingonia, Curno, Brembate, per leggere le medesime inserzioni, su manifesti e volantini: tale Tonino, Pierino, Carlino, in camicia a scacchi da travet in libera uscita, decanta il calore del legno e della pietra nelle villette complete di mutuo, sparse in tutte le valli orobiche, che aspettano la gentile clientela (sia le villette che le valli orobiche sottostanti). La notevole accessibilità stradale, ingorghi a parte, di queste zone, da almeno un paio di generazioni meta abituale del turismo di massa, sciistico e non, di fatto finisce per trasformare i piccolissimi nuclei storici e soprattutto le ben più vaste informi distese di seconde case in una specie di quartieri periferici della regione milanese. Più che seconde case, quindi, prime case e mezzo, anche se rigidamente organizzate secondo criteri suburbani di frammentazione, esagerato consumo di suolo, elevato impatto ambientale e paesaggistico. E, last but not least, progressiva cancellazione di qualunque idea residua di spazio pubblico, sia dalla qualità fisica degli insediamenti che dai processi decisionali che ne determinano le modalità.

Una delle varie vicende locali in corso di svolgimento su cui vale forse la pena di soffermarsi è quella di Piazzatorre2, dove da alcuni anni si sta sviluppando un progetto emblematico di un certo approccio allegramente privatistico alle trasformazioni del territorio. Le premesse sono per molti versi assai simili a quelle di moltissime località, turistiche e non, che si trovano a fare i conti con una fase di crisi dell’economia locale, in questo caso determinata sia da fattori esterni – varie evoluzioni nei consumi e nella propensione di spesa, cambiamenti climatici – sia da contingenze locali, nel caso specifico riassumibili nella storica dipendenza dal settore edilizio, e dalla debolezza del comparto turistico ad esso legato dal modello delle seconde case anziché di altre forme di accoglienza. La situazione da un lato di debolezza economica, dall’altro di quasi evanescenza istituzionale, in un comune che conta poche centinaia di residenti con diritto di voto, a fronte di migliaia e migliaia di cittadini virtuali che abitano le prime case e mezza dello sprawl montano, sta alla base dell’ingresso di un operatore privato portatore di una proposta schematica: trasformazioni edilizie in cambio di posti di lavoro (Bottini, 2008). Più concretamente, l’accordo siglato fra la società immobiliare e il comune comprende interventi di rilancio sui comprensori sciistici, e la riconversione di due ambiti urbani a nuove attività. Forse qualche particolare in più su questi ambiti urbani e relative attività aiuta a capire meglio.

Piazzatorre ha visto, su tutto l’arco del ‘900 e con un balzo in particolare dall’epoca dell’automobilismo di massa, via via colmarsi di edifici tutta la «piazza» che geograficamente definisce e dà il nome al luogo sino al punto da lasciar poco spazio libero (Urbani, 2007). E la forma assunta da questo genere di crescita edilizia, disordinata e frammentata quasi per definizione, da un lato scarica secondo modalità classiche qualunque ruolo collettivo, identitario, addirittura di immagine, sugli esigui frammenti storici pre-novecenteschi con la chiesa e poco altro; dall’altro con il tipo di occupazione del suolo privatistico-automobilistico finisce per precludere di fatto anche una vera fruizione pubblica del grande common rappresentato dagli ambienti aperti di prossimità, pascoli, boschi ecc., che rappresentano il valore aggiunto del contesto montano. Tutto in nome delle seconde case, il cui effetto dannoso e distorto è ben noto da questo punto di vista, e riconosciuto anche nei documenti della pianificazione territoriale. Ma in nome di un perseguito sviluppo economico locale, qual è la scelta dell’amministrazione? Quella di realizzare altre seconde case, e di farlo su due specifiche aree ora destinate a ricettività collettiva: la prima è un comparto urbano di fatto in centro storico, la seconda in quella che si può definire la soluzione di continuità (ovvero l’ultimo spazio aperto) fra i due nuclei che definiscono l’insediamento. Come contropartita, gli operatori della trasformazione edilizia investiranno nel rilancio delle piste da sci, e si impegnano a «utilizzare personale e aziende della Valle Brembana, a parità di prezzo e di qualità delle controprestazioni, di guisa da garantire la tutela della manodopera e dell’economia locale» (Ghisalberti, 2007).

Forse sono il piccolo contesto, e la relativa semplicità dell’operazione, a mettere in evidenza qui tutti i limiti del «processo allineato alle aspettative dell’operatore privato e, sostanzialmente oltre che formalmente, dimentico della esigenza di un ordine spaziale generale a tutela dell’interesse collettivo» (Bottini, Gibelli, 2008) che caratterizza tanti interventi sparsi nella regione lombarda, e che purtroppo sembra voler far scuola a livello nazionale. Naturalmente se si leggono il Documento di inquadramento delle politiche urbanistiche comunali (Piazzatorre, 2007), che secondo la legge lombarda dovrebbe contestualizzare queste trasformazioni di iniziativa privata nel quadro generale di uno sviluppo condiviso, o anche la documentazione del successivo processo di Valutazione Ambientale Strategica (Piazzatorre, 2009), tutto appare tenersi, nel linguaggio tecnico specialistico ricco di riferimenti normativi e nel quale l’aggettivo «urbano» ricorre di continuo. Resta il fatto che basta farsi in giretto fra i parcheggi vuoti e le file di villette con le serrande abbassate di un giorno qualunque per capire al volo la distanza che passa fra intenzioni dichiarate e realtà: qui si sta realizzando la pianificata cancellazione dell’ultimo brandello di spazio pubblico, e di autonomia pubblica, in cambio di una promessa economica-occupazionale. Oltretutto da parte di un operatore privo di esperienza specifica nel settore turistico, e qualificato a quanto pare solo in quello delle costruzioni.

Uno squilibrio forse non evidente al ristretto gruppo che necessariamente prende le decisioni in un territorio di «cittadini virtuali» privi di diritto di voto, ma che salta immediatamente all’occhio di questi ultimi, e fa scattare automaticamente una reazione. Si tratta di una protesta forse classificabile come atteggiamento nimby, di chi egoisticamente tutela il valore d’uso del proprio investimento immobiliare, contro un ipotetico sviluppo socioeconomico collettivo del territorio, ma che forse intuisce meglio il senso ultimo che pervade alcuni ignorati documenti di programmazione a scala vasta (Valle Brembana, 2006) dove si indica proprio nel modello delle seconde case, comunque inteso, la radice di qualunque crisi. Cosa curiosa: l’opposizione nimby, dichiaratamente orientata sulle medesime posizioni di centrodestra che di fatto sostengono questo modello di sviluppo e le relative norme regionali e scelte locali, non pare limitarsi alle azioni classiche del ricorso legale contro il progetto di saturazione degli spazi aperti, ma inizia a promuovere una discussione aperta sul modello di sviluppo turistico locale. E se avessero davvero capito tutto? Se, cioè, contrariamente a quanto la nostra sensibilità genericamente progressista di solito ipotizza, fosse possibile anche un percorso complementare «induttivo» verso l’idea di spazio pubblico e condiviso?

È vero, di solito la realtà ci dimostra l’esatto contrario: ossia che nell’ambiente del suburbio/esurbio si insediano e rafforzano atteggiamenti fortemente individualisti, dove vale il detto «il miglior vicino è quello che sta oltre una solida recinzione». Ma una verifica sul campo delle aspettative e dell’immaginario dei nuovi soggetti mostra una realtà assai più variegata e promettente in cui alla classica fauna dei vetero o neo aspiranti pionieri della domenica si somma qualcosa di inedito, a volte ancor più inquietante, a volte con risvolti decisamente positivi (Benjamin, 2009). Il sito Salviamo Piazzatorre http://salviamopiazzatorre.blogspot.com attivato da un piccolo gruppo di proprietari di seconde case appartiene sicuramente al secondo gruppo, con la sua proposta assai ampia non solo di documenti legati alla specifica battaglia locale da cui è nato, ma anche di casi studio nazionali e internazionali, articoli di riviste, traduzioni. In modo molto simile a quanto è accaduto e accade ad esempio con l’insediamento di una grande superficie commerciale, dove il dibattito sulle alternative di sviluppo locale sostenibile e attento ai bisogno generali di fatto si poggia sullo zoccolo duro dei piccoli esercizi, anche in questo esurbio di prime case e mezza l’istinto a conservare il privilegio dell’affaccio sul bosco, sulle montagne, dell’accesso diretto al sentiero, stimola a una riflessione e azione a tutela dell’ambito pubblico.
Spesso si dice da più parti che l’ambiente non è di destra né di sinistra. Forse è davvero il caso di verificare se anche la questione dello spazio pubblico non appartenga, in tutto o in parte, alla medesima famiglia. E poi ci si può sempre dividere su tutto il resto, naturalmente.

(questo testo è l’insieme con poche modifiche del saggio introduttivo del curatore, e del mio altro contributo alla raccolta Spazio pubblico: declino, difesa, riconquista, Ediesse 2010)

NOTE
1 Ho lasciato la mia casa là nel Kentucky, e mi sono trasferito sotto Clusone [Val Seriana, provincia di Bergamo], invece delle noccioline mangio i cachi, e invece dei serpenti ci sono i biscioni. Una canzonetta ironica, su una musica country, che sfotte certe nostre esterofilie un po’ masochiste, dai fuoristrada alle villette inutilmente sparse nel nulla. Il pezzo è decisamente nella hit parade dei simpatizzanti della Lega Nord, ed è stato anche proposto dal palco di Pontida.
2 Spostandosi di poco, una manciata di minuti in macchina, nel medesimo sistema di valle ci si può imbattere in due altri casi analoghi forse più eloquenti, ma al tempo stesso troppo complessi per trovare spazio in queste brevi note: quello di San Pellegrino Terme, che un grande gruppo immobiliar-commerciale vuole trasformare in una specie di «company town virtuale» (Bottini, 2009), e quello della stazione sciistica di Foppolo, dove il medesimo gruppo compete con Carlo Debenedetti per assicurarsi la realizzazione di una specie di «superluogo» multifunzionale integrato agli sporti invernali, praticamente sopra le attuali piste da sci.

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