Lo sviluppo (vero) del territorio

periphery

Foto J. B. Hunter

Un efficiente e ordinato assetto del territorio, la tutela degli spazi aperti e dei sistemi ecologici dall’edificazione indiscriminata, è una precondizione indispensabile per lo sviluppo socioeconomico. Il che di fatto da solo sconfessa piuttosto brutalmente quel mitico «sviluppo del territorio» con le virgolette, decantato da lustri a destra e sinistra, quello che confonde in malafede le due accezioni della parola development, quella puramente edilizia e quella che attiene al dispiegarsi equilibrato delle potenzialità umane e ambientali. Ma si può dire molto di più volendo, a questo proposito: addirittura, capannoni villette e centri commerciali a vanvera sarebbero alla base della crisi mondiale che ci sta attanagliando tutti da qualche anno, e di cui ancora non si intravede la fine. Non è la sparata di un telepredicatore, e nemmeno la constatazione un po’ iperbolica seppur in buona fede di un ambientalista. È invece una delle tante analisi di studiosi qualificati, qui nel caso specifico anche con vasta esperienza nel settore immobiliare (sic), nonché fellow della prestigiosa Brookings Institution, ente di ricerca non particolarmente orientato a far sparate a vanvera, per quanto affascinanti e futuristiche, ma a cimentarsi direttamente con la decisione politica e le strategie operative in materia di posti di lavoro, infrastrutture, politica estera, difesa …

Lo studioso è Christopher Leinberger, noto per appartenere al variegato fronte multidisciplinare che va dagli architetti di area new urbanism, al sociologo Richard Florida, ai discendenti culturali di Jane Jacobs, insomma tutti coloro che sostengono un primato dell’ambiente urbano sulla compartimentalizzazione dispersa genericamente detta sprawl, e che invece altri pur prestigiosi e ascoltati commentatori mettono purtroppo dentro al generico calderone «città». Non si tratta di questione di lana caprina: con una popolazione mondiale in crescita esponenziale e sempre più urbana, dare senso preciso all’aggettivo «urbano» diventa esiziale, tanto quanto decidere quali qualità debba avere il tanto agognato sviluppo.

Leinberger è convinto di una sostanziale «diseconomicità» della dispersione insediativa, e individua la radice della crisi che ci ha travolto nell’ultima crisi immobiliare suburbana, e a sua volta le radici di questa crisi, udite udite, nel mercato. Non il mercato che ci raccontano ai telegiornali, oscuro orizzonte fatto di flussi informatici e sadici signori in grisaglia intenti a giocare sulla nostra pelle. Ma il mercato della domanda e dell’offerta. Riassumendo in breve: dagli anni ’90 si è ribaltata la preferenza di due generazioni discontinue di americani, i baby boomers e i cosiddetti millennials, che non apprezzano più il modello della villetta unifamiliare e di ciò che le sta attorno. I primi stanno andando in pensione e cercano il quartiere urbano ricco di servizi di prossimità, i secondi con ovvie varianti sono una specie di creative class nel senso di Richard Florida, e vogliono quartieri dove si possa al contempo abitare, lavorare, divertirsi. Entrambi i gruppi non sanno che farsene del barbecue in giardino del sabato sera, o dell’automobile come prolungamento del corpo. Soprattutto non sanno che farsene della casa unifamiliare, che in assenza di domanda crolla di prezzo.

Si badi bene, qui non c’è nessun segnale necessariamente progressista o ambientalista. Per quanto ne sappiamo i pensionati e giovani professionisti possono del tutto coerentemente andare ad abitare in quei ghetti di lusso stigmatizzati da Anna Minton nel suo cupo Ground Control, e illuminarsi e riscaldarsi con energia dalle fonti più micidiali possibili. La tendenza evidenziata da Leinberger però fa proprio pensare a un’idea di sviluppo economico di mercato non più legata al modello petrolifero, automobilistico, in realtà anche consumistico così come siamo abituati a concepirlo, visto che a ben vedere il quartiere urbano induce più consumi di spazio pubblico e immateriali, che di costosa paccottiglia (dalla motofalciatrice al SUV ecc.). E se è così, si capisce ancora meglio come qualunque, ma proprio qualunque riforma qualsivoglia delle leggi sul territorio, lo sviluppo, l’urbanizzazione, debba allontanarsi a velocità di sicurezza dalle tabelline truccate del genere TINA – there is no alternative, che qualcuno vorrebbe propinarci tranquillamente ancora oggi.

Riferimenti:

Per una disamina articolata dei temi, vedi la serie di articoli di Christopher Leinberger disponibili sul sito Brookings Institution 

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