La sindrome del pignolo territoriale

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Foto M. B. Style

Lo schema narrativo della saga dei Flintstones lo conosciamo tutti: ci sono un capofamiglia, una moglie e figli, una casa in un quartiere, con relativi vicini e conoscenti, la vita col suo tran tran va avanti fra incontri, faccende quotidiane, piccoli intoppi, avvenimenti un po’ surreali a rompere la monotonia, eccetera. C’è poi quel piccolissimo particolare che modifica un pochino le cose ma proprio poco, quasi niente in realtà, ed è l’età della pietra immaginata sin dal cognome del titolo. Che è uno strumento per rivenderci di fatto come simpatiche e curiose, cose che ci farebbero sbadigliare al primo colpo se propinate lisce: automobile di pietra, supermercato in granito appena sbozzato dalla montagna, un dinosauro al posto del cane ma che scodinzola e vuole l’osso, una pelle leopardata casual buttata addosso invece dei soliti abiti di casa. Lo sappiamo tutti ovviamente che è un trucchetto da bambini, ma c’è tacito consenso reciproco per accettarlo e divertirsi così, al punto da averlo addirittura replicato infinite volte col medesimo schema-fotocopia, nella famiglia Jetsons (ambientazione SF classica), o più di recente coi Simpsons (ambientazione mista con spruzzi di fantasy mediatica), solo per citarne un paio. Quello che però dovrebbe essere inaccettabile, visto che tanto per cominciare non è per nulla reciproco, è il tentativo di rifilarci il medesimo schema narrativo travestito da utopia sociale, invece che dichiararne la struttura fiction.

Il corpo degli attori

Cioè, è ovvio che l’utopia vada presentata come una narrazione, altrimenti non sarebbe tale, diciamo che si confonderebbe nella forma e nei fatti con qualunque comunicazione tecnico-scientifica o pubblicitaria, nei vari equilibri che la miscela può assumere. Però c’è modo e modo di narrare. Quando si scorrono le utopie classiche, almeno quando si entra nei particolari, c’è quantomeno il tentativo onesto di spiegare, o accennare, quel che accade nella vita quotidiana dei protagonisti. E non va dimenticato che anche tra i professionisti della narrazione, fra i letterati insomma, si usa distinguere la narrativa utopico-fantastica tra opere di valore, che provano a scavare in qualche aspetto delle possibili conseguenze (positive o negative non importa) del nuovo assetto, e la spazzatura libraria della legge del 90% di Theodore Sturgeon, che mette il casco da astronauta a un contadino zappante qualsiasi. Pare però che nonostante tutto ci provino e ci riprovino, gli interessati, a raccontarci queste fandonie, perché di fandonie si tratta, mettendo la loro versione del casco da astronauta su tutto, come se la loro particolare pensata potesse adattarsi a tutto quanto.

L’ingegnere svizzero che c’è sempre tra noi

Si citava all’inizio la saga dei Flintstones per la sua ambientazione classicamente suburbana novecentesca, villetta automobile supermercato falciatura del prato e così via. Perché quello, almeno dalla comunicazione più conformista e schiacciata sull’esistente, pare essere (con buona pace di tanta critica, dalla sociologia di William Whyte, alla narrativa di James Ballard, alla musica degli Arcade Fire) pare essere un buon riassunto del mondo, della vita. Anche se non lo è, ma prendiamolo per buono, questo universo suburbano. Che come sappiamo da tempo è un mondo insostenibile, consuma troppi pianeti in una volta, e ce ne abbiamo a disposizione uno solo purtroppo. E invece di raccontarci la scoperta di una altra Terra già disponibile per andare ad abitare, completi di terza auto e giardino privato da mille metri per tutti, gli ingegneri pignoletti per contratto ci raccontano un’altra cosa: l’utopia energetica tascabile. Vuoi con l’automobile elettrica, che non inquinando coi fumi dovrebbe rendere da sola miracolosamente «sostenibile» tutto quanto lo stile di vita attuale, vuoi con l’ultima trovata energetica eolica, solare, a pedali che dir si voglia. Ma sempre, rigorosamente, senza andare a chiedersi mai cosa accade nella vera complessità delle cose: se funzionava l’auto a forma di schiacciasassi di Fred Flintstone, perché non deve funzionare il suburbio a pannelli solari? Che stupidaggini, paludate di spocchia scientifica, tocca ascoltare!

Riferimenti:

Mark Gunther, Beyond Sprawl: A New Vision of The Solar Suburbs of the Future, Yale Environment 360°, 21 settembre 2015

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