Startupper metropolitani assortiti

1 – La classe creativa nei nodi di riqualificazione urbana

Poco prima di morire Steve Jobs aveva organizzato una delle sue presentazioni pubbliche, con un obiettivo particolare e per un pubblico altrettanto particolare. Il pubblico era il consiglio comunale di Cupertino, storica sede della multinazionale della mela. L’obiettivo, convincerlo a concedere agevolazioni urbanistiche e fiscali per il progetto di nuovo complesso direzionale progettato insieme allo studio di Norman Foster: un’astronave a forma di enorme salvagente immersa nel verde del suburbio della Silicon Valley, dove ogni mattina sarebbero sciamati dalle villette dell’area della Baia migliaia di creativi a sfornare le tecnologie del futuro.

Fra i critici di quel progetto, il sociologo Richard Florida lo stigmatizzava come “nerdistan”, definizione azzeccatissima. Uno staterello autoreferenziale popolato solo da brufolosi nerd, che riproduce ancora il rapporto fra società produzione e territorio, denunciato già dagli anni ’50: la grande impresa decentrata segrega obbliga a una vita alienata, versione aggiornata e pervasiva dell’omino di Chaplin negli ingranaggi. Oggi il nerdistan con la sua finta informalità, i vestiti casual invece della grisaglia, riproduce quei meccanismi di separazione rifiutando ad esempio di smaterializzarsi fisicamente, e anzi pretendendo un territorio a propria immagine e somiglianza. Niente di più lontano dalle idee di Florida sui nuovi modelli di lavoro, fatti di tempi e spazi elastici, dove la tecnologia libera un pochino l’uomo, almeno dal timbro del cartellino e dal fiato sul collo del padrone.

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Carisma e sintomatico mistero

C’è un abisso fra la localizzazione urbana e quella nei territori della dispersione, dove si arriva solo in macchina e si sta tappati dentro, senza un fuori degno di menzione, salvo uno svincolo, o il centro commerciale che sostituisce la mensa, ma dove si socializza solo col vicino di scrivania. Una differenza non colta nel nostro paese, come quando il Corriere della Sera racconta la tendenza alla condivisione di spazi del coworking, definendola «un modello di lavoro importato, manco a dirlo, dai cluster informatici della Silicon Valley», e poi descrive esperienze di riqualificazione urbana milanese, una miriade di piccoli soggetti che paiono proprio usciti da un articolo di Richard Florida declinato in italiano. Piccoli, ma in grado di costruire rete, nonché di solito assai propensi a operare in campi avanzati, soprattutto quando alla condivisione degli spazi si unisce il modello della startup, per sua natura contesto di frontiera tecnologica, organizzativa, e si spera sempre più anche nei rapporti economici e interpersonali.

Federica è una delle migliaia di ragazzi e ragazze, con la sua brillante laurea in pianificazione territoriale e urbanistica: tema affascinante da studiare, molto meno da proporre sul mercato normale, quello dove ti misurano cose che non ti saresti mai immaginata. Così il lavoro ha cominciato a inventarselo in qualche modo guardandosi attorno, sul territorio come si dice un po’ in gergo. Ora è ben consapevole di operare su almeno due livelli di innovazione: uno che riguarda direttamente l’impresa, e un altro che tocca il suo rapporto con il contesto metropolitano e sociale. La startup con cui lavora al momento si chiama Ispirata, ed è attiva all’interno dell’acceleratore di impresa Laboratorio Innovazione Breda di Sesto San Giovanni, promosso a partire da fine anni ’90 dall’Agenzia Sviluppo Nord Milano. Una volta in quegli spazi ci andavano a mangiare in mensa gli operai della Breda, e oggi ogni mattina ci arrivano i ragazzi delle nuove professioni, grazie anche al canone calmierato.

Nuove professioni metropolitane ibride, che non solo nascono dalla fusione di approcci un tempo separati verso la soluzione di problemi complessi, ma che esattamente nell’accezione di Richard Florida sfumano il ritmo del lavoro, delle relazioni, della città e del tempo libero. Figure per nulla elitarie, anzi di massa, che trovano nel territorio una specie di parco scientifico allargato, un contenitore che dà senso al loro esistere. Il cocktail di discipline territoriali e informatica è in grado di sfornare, così racconta Federica, «un numero di prodotti pressoché infinito, dalla applicazione per telefonino sulla prevenzione “fai da te” delle emergenze, ai sistemi per trovare e/o pagare il parcheggio, un mezzo pubblico, il tabaccaio aperto di notte». Facile intuire come dentro a questo flusso di idee ci si abiti dentro ventiquattr’ore al giorno sette giorni la settimana, non solo e forse non tanto quando si sta fisicamente o organizzativamente dentro il Business Innovation Centre (BIC) La Fucina, organizzazione non profit che promuove e sostiene lo sviluppo imprenditoriale sul territorio.

La crisi è percepita, eccome, a volte costringe – ancora Federica che parla – «a trovare compromessi forti per portare avanti un’idea innovativa», anche a costo di parecchie stiracchiature riguardo ai rapporti di lavoro, a quanto pare però vissute senza eccessivi problemi per adesso. Dai pagamenti un po’ troppo legati ai risultati, o che si integrano a delle specie di rimborsi per partecipare a qualche convegno internazionale. Insomma sballottati dentro i flussi metropolitani, versione terra terra della cosiddetta classe creativa, «si fa quello che si può. Ma soprattutto si fa quello che per cui ci si sente vivi e realizzati». Pare più il racconto di un percorso di ricerca che di lavoro vero e proprio, e forse è proprio così che le economie della conoscenza attecchiscono nel suolo fertile della metropoli in transizione, a mille miglia sia dai tradizionali nerdistan della grande impresa sigillati in qualche parco per uffici dalle pareti a specchio, sia dai forse più simili ma istituzionalizzati laboratori universitari, dove pure certo precariato ormai occupa quote maggioritarie.

Ma è nel mescolare tempi, luoghi, piccole dimensioni e flussi, che questa nuova classe creativa dimostra il proprio ruolo unico di ricostruzione sostenibile della città autenticamente post-moderna, quella che declina nei grandi poli ex industriali una sorta di cultura del “piccolo è bello”, mondata da ogni nostalgia tradizionale, inconsapevoli personaggi di certi romanzi di fantascienza cyberpunk anni ’80, quando tanti di loro non erano neppure nati. Sostanzialmente è soprattutto a questo tipo di cittadini, tanto ignorati dalle politiche urbane, che si dovrebbero rivolgere in modo privilegiato le strategie per gli spazi pubblici, la mobilità sostenibile a rete, le nuove forme di servizi integrati a scala metropolitana oltre l’angusta dimensione comunale da cui il ceto politico tanto fatica a uscire. Leggendo la pubblicistica internazionale sulla rigenerazione dei quartieri centrali o dei contenitori dismessi, ci si forma un’immagine distorta di pochi privilegiati che atterrano da pianeti alieni o sconvolgere il mercato immobiliare, o poco più.

Le cose sono molto diverse, in realtà. Non è un caso se la stessa Federica, raccontando di una visita alla sede gemmata di Ispirata, H-Farm, persa nelle campagne, nota subito quanto sia più simile nella sua autoreferenzialità a una versione tascabile del nerdistan sognato da Steve Jobs nella villettopoli di Cupertino, riprodotta nella pianura padana. Quando invece la vera capacità di innovazione sociale, di rigenerazione metropolitana, e per riflesso di rilancio delle economie sostenibili regionali, dal chilometro zero ai gruppi d’acquisto ecc., si trova nell’impasto e convergenza di progetti individuali, di idee, investimenti, dove la classica startup tecnologica non funge affatto da incubatore di futura multinazionale, ma integrata nel territorio locale è invece una specie di avanguardia di lotta. Anche se di lotta per la sopravvivenza si tratta.

2 – Non di solo pane si nutre il pianeta

Ci sono due modi di guardare all’Expo milanese del 2015. Quello noto, pure troppo, dell’occasione di sviluppo, della vetrina mondiale che apre investimenti, innovazione, accende luci alla fine del tunnel della crisi … L’altro è quello delle opposizioni all’evento, che guardano sotto il tappeto delle dichiarazioni e trovano compromessi al ribasso sul lavoro, corsie preferenziali per cementificazioni senza controlli, lo slogan nutrire il pianeta snaturato in un grosso supermarket di periferia. Ma a ben vedere c’è un altro punto di vista, ed è quello di una realtà territoriale che con o senza l’evento esisterebbe comunque: il grande metabolismo metropolitano che respira, mangia, trasuda cose varie ottime a nutrire se stesso, il pianeta, e non solo. Che queste cose entrino nell’orbita di Expo, illuminate dalla sua luce, o ne restino fuori, in realtà conta abbastanza poco per la sostanza.

La metropoli è vistoso brulicare di diversa umanità, ben altra cosa (e per fortuna) rispetto alla militarizzazione industrialista della Metropolis di Fritz Lang. A Milano e altrove, questa diversità si è coltivata attraverso tutta l’epoca della fabbrica e dell’ufficio fordista grazie allo scambio continuo con ciò che a essa era estraneo, alieno, irriducibile. La campagna alternativa alla città, coi suoi tempi e mestieri apparentemente in via di estinzione, è riuscita in qualche modo prima a sopravvivere fungendo da piccola valvola di sfogo e ricambio, poi a scavarsi una nicchia come grande polmone ambientale, e ora via via fra culture e mode del chilometro zero e della sostenibilità a imporsi come must identitario postmoderno. Dalla campagna arrivavano un tempo, garantendo braccia e sensibilità fresche, anche i nuovi lavoratori delle fabbriche, e nel terzo millennio questo serbatoio di diversità campagnola si è allargato al cosiddetto sud del mondo. Lo sanno bene associazioni di volontariato come Arcobaleno, che a partire dalla classica solidarietà cattolica ha sviluppato negli anni un lavoro specificamente rivolto a questi nuovi migranti, non per integrarli a un modello prefissato, ma per valorizzarne ed enfatizzarne la specificità.

Scuole di lingue, laboratori di attività sia a indirizzo economico che per la cultura e il tempo libero, i nuovi cittadini trovano spazio per inserirsi a pieno titolo nel grande flusso evolutivo, magari pure un po’ conflittuale perché no, di questa rinnovata dialettica città/campagna. Donatella, ricercatrice in discipline territoriali del centro sud in trasferta accademica a Milano, collabora da tempo a diverse attività associative, anche perché «Questo spaccato della città permette di entrare nella vita di molti dei nostri amici e di guardare attraverso i loro occhi le realtà urbane nelle quali abitiamo e lavoriamo». Lei non lo sa, ma nelle sue parole riecheggia esattamente il tipo di approccio di un giovane economista cattolico che girava per le case dei bisognosi nei primi anni ’30 per la San Vincenzo De Paoli, offrendo aiuto, solidarietà, ma anche raccogliendo dati ed esperienze sulla situazione abitativa. Si chiamava Amintore Fanfani, e da quei primi studi, presentati a un convegno di sociologia urbana, nacque nel secondo dopoguerra il piano INA-Casa.

Donatella non ha per adesso ambizioni del genere, ma l’occasione dell’Expo le ha dato modo di riflettere su un possibile sviluppo delle attività correnti, mescolando solidarietà e interessi di studio grazie i bandi comunali per il recupero delle cascine nel residuo territorio agricolo. La campagna infatti, è in qualche modo una presenza fisica abbastanza corposa, nonostante l’immagine della città soffocata dal cemento (ahimè piuttosto realistica), con edifici, campi, fossi, e anche qualche produzione di non poco conto entro la circoscrizione comunale. Quelle cascine oltre a conservare e rilanciare tradizioni e mestieri, secondo Donatella potrebbero anche diventare contenitori ideali del vivaio di futura umanità rappresentato dai laboratori per immigrati: «la cascina esprime appartenenza: la terra e le sue strutture veicolano e rappresentano sostenibilità. Il recupero, fortemente legato all’elemento naturale/rurale, di realtà dense di storia e di cultura, permette e favorisce l’accesso diretto alle fonti del sostentamento. Si riscoprono le qualità dell’homo faber non solo per coltivare e per abitare, ma anche per produrre, con le proprie mani, oggetti che restituiscono alla materia nuova vita: il recupero dei materiali e delle cose e la rigenerazione creativa della materia di scarto, favoriscono il riemergere di antichi e moderni saperi che, in questo caso, si aggiungono al portato delle diverse culture nazionali e continentali».

I luoghi, dal punto di vista fisico, sono quelli già individuati nel bando comunale, e vanno dall’edificio sostanzialmente inglobato nel tessuto della città industriale, a un abbozzo di azienda agricola integrata incistato tra quartieri popolari e quelle aree appetibili ma tenacemente conservate a verde su cui negli ultimi decenni si è costruita la vicenda dei grandi speculatori locali, da Berlusconi a Ligresti. Se si ricostruisce una mappa a partire dagli indirizzi e planimetrie allegate al Bando comunale, ne esce una specie di strategia maoista di assedio rurale alla città. O, nella migliore tradizione dell’urbanistica progressista internazionale, una di quelle citazioni bibliche riprese a suo tempo dal socialismo fabiano, come questa dal Libro dei Numeri: «avranno le città per abitarvi e il contado servirà per il loro bestiame, per i loro beni e per tutti i loro animali … si estenderà per lo spazio di mille cubiti fuori dalle mura della città tutt’intorno». Perché esiste un limite all’arroganza del cemento, così come alla bulimia dell’industrialismo occidentale, e in quei laboratori multietnici si può costruire qualcosa per rafforzarlo costruttivamente, quel limite.

Nessun idillio rurale arcadico, però, anche per motivi molto pratici. Nella metropoli convivono la città e la campagna in nuovi e cangianti equilibri, così come avviene con le culture, ma densità e scambio continuo ne rappresentano un elemento irrinunciabile. Cascine e campi, certo, ma di sicuro niente marxiano idiotismo della vita rustica, perché, continua Donatella: «La comunità non può e non deve essere un esperimento chiuso, autoreferenziale, ma offrire e usare spazi, attività, prodotti della città. Nella coabitazione è necessario introdurre anche italiani, gente che realmente intende scambiare e condividere perché l’integrazione non rimanga solo una parola».

Un’idea di startup singolare, un vero e proprio incubatore di dinamica integrazione culturale economica e sociale, con forti componenti ambientali e urbanistiche. Esattamente coma accade per altri versi coi soggetti emergenti del coworking negli ambiti della dismissione industriale, anche il riuso critico delle cascine e dei campi fa emergere orizzonti per nulla tradizionali e nostalgici, forse più simili agli esperimenti socio-tecnologici nordamericani di Will Allen col suo progetto di idroponia Growing Power (http://www.growingpower.org), che a certe comuni di ispirazione tradizionalista, in fondo vagamente reazionarie. Certamente coerente, suo malgrado, l’idea di Donatella, ai temi di Expo 2015, che poi l’evento esista o meno: l’avevamo detto sin dall’inizio che il baraccone mediatico, infrastrutturale, economico e delle carriere politiche legato alla scommessa milanese per il 2015 era ben poca cosa se paragonato al vero contesto che gli sta al cuore: la metropoli che non solo può insegnare a nutrire il pianeta, ma che ci ricorda cosa voglia dire, nel terzo millennio “non di solo pane vive l’uomo”. E se ci volete poi costruire un viadotto o una metropolitana, a collegare cuore e cervello, anima globale e stomaco, vabé, cercate di fare meno danni possibili.

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