Trittico metropolitano: Aria, Acqua, Fuoco

Milano – Foto F. Bottini

Anche quando il tempo era sereno non credo che i miei genitori riuscissero a orientarsi nella San Fernando Valley senza una cartina. Le strade erano migliaia, centinaia gli intricati incroci e svincoli, almeno una mezza dozzina di freeway: come diavolo si riusciva a memorizzare ogni svolta per andare da casa al supermercato, o portarmi a scuola, o all’ambulatorio dal dottore, o fino all’aeroporto che poi non sta neppure in Valle ma oltre una montagna e verso il mare? Io mi orientavo al massimo fino al Taco Bell su Ventura Boulevard, due isolati a nord rispetto a casa. Da lì in poi ero incerto se la mia destinazione si trovasse a destra o a sinistra o magari proseguendo dritto. Neppure immaginavo che la Valle fosse effettivamente una valle visto che non c’era una gran buona visibilità. Dal piazzale a parcheggio, sotto il pencolante cartellone pubblicitario sbiadito allora nel 1997, un pomeriggio qualunque si poteva guardare di qui o di là una infinita distesa di asfalto, interrotta solo da qualche tozzo edificio o muraglia di recinzione, il resto riflessi nebulosi di caldo fino all’orizzonte dove in una bruma scura scomparivano vie e fabbricati. In Valle non nevicava, ma potevamo avere la calamità naturale dello smog, per stare a casa da scuola quando le autorità non ritenevano fosse sicuro andarci respirando quell’atmosfera.

Cinquant’anni prima, la mattina del 26 luglio 1943, il cielo si era fatto opaco sull’albergo Alexandria. Gli abitanti in centro a Los Angeles si domandavano se qualcuno si fosse scordato di segnalare una eclisse solare. Altri sospettavano un attacco chimico dei giapponesi. Ma impiegandoci parecchie ore quella nebbiolina gradualmente si spostava verso nord -est attraversando le zone di Echo Park, Silverlake e Hollywood, verso Pasadena e le valli di San Gabriel e San Fernando. Erano passati cinque anni da quando la città aveva ricoperto di cemento il letto del Los Angeles River, e in fondo poteva anche darsi che un po’ di quel fango si potesse disperdere nell’atmosfera.

La nebbiolina spariva ma poi ritornava. Nei mesi e anni seguenti, a intervalli sempre più ravvicinati, un giorno si una settimana no. Due giorni si due giorni no. Abbastanza in fretta le giornate di aria pulita diventarono l’eccezione, sino a sparire quasi del tutto. Ci si svegliava trovando le pareti ricoperte da una specie di fuliggine. Qualche animale domestico non si svegliava neppure più. Cresceva l’incidenza dell’asma. Si tenevano le finestre chiuse. Si irritavano i polmoni, gli occhi, qualunque superficie delicata esposta. Per decenni i dottori americani avevano spedito pazienti affetti da tubercolosi a Los Angeles; pieghevoli promozionali vantavano le qualità balsamiche dell’aria di «California: Sanatorio del Mondo». Ma verso la fine degli anni ’40 una storiella circolava in città – a quanto pare basata su un fatto reale – di un signore con un occhio solo che entra in ambulatorio e chiede al dottore un nuovo occhio di vetro. «Cosa se ne fa – domanda il medico – mi pare che il suo occhio di vetro vada benissimo». L’uomo replica «Lo so, ma me ne serve uno che sembri irritato e iniettato di sangue come quell’altro».

Contemporaneamente un sociologo della Harvard dichiarava Los Angeles «perduta» incapace di sopravvivere in quell’aria. Nel 1946 con legge statale veniva istituita la prima area di inquinamento monitorato corrispondente alla regione urbana, nominando direttore un ex ufficiale dell’esercito, Louis McCabe. Appena entrato in carica, McCabe era informato che il problema consisteva nello «smog», la medesima densa brodaglia di scarichi industriali e nebbia che aveva appestato Londra nel 1905. Ma qui le cause erano meno chiare. «Il cittadino che si è visto la casa diventare nera nel corso di una notte è convinto che smog sia una reazione alle vernici al piombo» recita una delle prime relazioni tecniche. «L’abitante dei quartieri verso le colline dà tutta la colpa alla raffineria da cui arrivano nubi chimiche […] e chi va a far shopping in centro e si ritrova gli occhi irritati se la prende con qualunque fonte di quelle lacrime». I responsabili sanitari in un primo tempo individuano il settore petrolifero, poi l’industria militare che lavora da decenni ad alimentare la guerra nel Pacifico. McCabe trova il modo di prendersela con una specifica fabbrica di pneumatici famosa per i fumi. E comunque promette che prestissimo «ci dimenticheremo dello smog».

Se provo a immaginarmi la flora della Valle, vedo millefogli, ginestre, roverelle, ma soprattutto le bougainville di varie tinte arrampicate sulle facciate delle villette. Ho imparato solo da adulto quanto la bougainvillea sia opportunista. Cresce dove non ce l’hanno fatta altri rampicanti fioriti di cui a Los Angeles non c’è traccia. Nei primi anni dello smog, i fioristi spiegavano che alcune piante parevano entrate «in letargo». E anche quelle che parevano prosperare mostravano singolari striature bianche e argentee. Nel 1945 l’area della Contea di LA aveva ancora quasi 300.000 ettari coltivati; la Valle era il più vasto agrumeto del mondo. Ho visto foto scattate negli anni ’50 in cui qualche coltivatore mostra arance che marciscono sotto la buccia. Negli anni successivi alla seconda guerra mondiale la commissione agricola locale studia una graduatoria di colture in base alla relativa resistenza allo smog. Risultano particolarmente vulnerabili spinaci, bietole, lattuga, alfalfa, avena, sedano; un po’ meglio con cipolle, cavoli, rape, broccoli, carote. Ma si va sul sicuro con pomodori e ravanelli. Là dove c’erano gli aranceti dilaga lo sprawl residenziale, e ne resta solo qualche decina di ettari residui negli anni ’90, visitati come rarità dalle scuole elementari in gita. Un piccolo aranceto nella zona occidentale della valle me lo ricordo da quando ero bambino perché indicava la mezza strada tra casa del nonno e casa nostra, il momento in cui iniziavo a diventare nervoso perché il nonno, cieco e con quei ciuffi di capelli bianchi, un po’ mi spaventava.

Sul Pasadena Star-News, nel 1948, una ex consigliera municipale sosteneva che diecimila abitanti di Pasadena soffrivano di patologie cardiache o polmonari a causa dello smog. Nel 1970 il New York Times riferiva della scomparsa di migliaia di ettari di bosco di conifere «mortalmente malate di smog» proveniente dalle attività produttive e commerciali della città e consegnate al mercato del legname. Alberi a centinaia di chilometri da Los Angeles. I tre milioni di esemplari di ponderosa dentro la circoscrizione urbana erano spariti da tempo. «Gli aghi diventano via via marroni partendo dalla punta» raccontava il Times. Comparivano le striature argentate, e poi gli aghi cadevano a ciuffi. Foto aeree mostravano una superficie di settantamila ettari di California meridionale con boschi morti o morenti. Le stesse riprese erano rese possibili solo dalla nuova tecnica del volo strumentale, dato che a quote tra settecento e settanta metri non esisteva più alcuna visibilità.

Ricordo un’infanzia di gola e polmoni irritati. Niente asma come invece tanti miei coetanei, ma tanti regolari periodi di mal di gola da streptococco o bronchite. Una volta mentre nuotavo nelle ultime giornate calde tra Ognissanti e il Giorno del Ringraziamento mi sono accorto di una specie di sporgenza sul lato destro del collo vicino alla gola. Il dottore ha diagnosticato una ghiandola della saliva bloccata a causa di qualche ignoto inquinante. Ho iniziato a soffrire di forti emicranie da ragazzino, e neppure il neurologo riusciva a stabilire patologia e origine esatte. Poi me ne sono andato dalla città e dopo tre anni sono totalmente scomparse. Non ho mai avuto paura. Qualunque sintomo iniziava un percorso che mi avrebbe portato dal dottore e a qualche immediata cura. Come qualunque bambino, o anche adulto, mi credevo indistruttibile. Qualunque crisi era temporanea, e rispondeva a una inesorabile logica narrativa: si presenta l’emergenza imprevista, seguita dalla ricerca di una soluzione, qualcuno saprà pure che fare, e se il problema non è facile o del tutto nuovo basta cercare e aspettare un po’ di più. Alla fine, pericolo passato, e si torna esattamente come prima. Esattamente quel che accade in qualunque romanzo o film o alla televisione, oltre che nelle esperienze reali della vita quando da piccoli ci si ammala e poi si guarisce.

Trent’anni dopo quella prima apparizione della nube di smog sull’albergo Alexandria, le istituzioni di Los Angeles concludevano che l’apparizione non si doveva a nessuna fabbrica o dispersione di fanghi, ma alla reazione chimica tra ossigeno, scarichi delle auto e luce solare. L’ozono a livello del suolo, sia naturale che prodotto dalle attività umane, a Los Angeles abbonda. Lo trasportano le brezze dall’oceano Pacifico e resta intrappolato nella conca tra la costa e le montagne, dove ha sempre ristagnato da molto prima dall’arrivo degli umani. Che quando sono comparsi, e comparsi a milioni, arrivavano dentro veicoli a motore. A metà secolo quei veicoli sputavano ogni giorno 13.000 tonnellate di scarico. Con la luce solare scarichi e altri inquinanti innescavano una violenta reazione a catena che produceva altro ozono. Il cielo si tingeva di arancio, scendeva una nebbiolina scura, provocava incidenti stradali, obbligava a sigillare le finestre degli ospedali e delle scuole. L’area urbana, quella della Valle, una trappola di inversione termica, particolarmente profonda, dove lo smog una volta insediato non fa altro che spiralare. Anche il nome «smog» è solo un modo di dire, certo più facile rispetto a «prodotto della reazione chimica tra ossidi di azoto e altre componenti volatili esposti alla luce del sole». Ma come tante altre imprecisioni la parola è un equivoco di fede convertito in realtà dall’abitudine.

Nonostante tutte le difficoltà e resistenze poi la California ha messo in atto drastiche misure e criteri sugli scarichi e la qualità dei carburanti, tra gli anni ’70 e ’80. Provocando un quasi immediato abbassamento del livello di smog. Nato negli anni finali della crisi ignoravo che l’aria di Los Angeles fosse tanto più pulita di quella di mezzo secolo prima. Nel 2010 il problema pareva ampiamente superato. Andando al liceo in auto lungo la statale 101 ogni mattina, guardavo e vedevo la Valle. Mi orientavo sino alla freeway e sapevo in che punto uscire senza guardare una carta. Sapevo raggiungere casa degli amici, andare dal dottore, addirittura fino all’aeroporto. Niente patologie respiratorie, niente irritazioni agli occhi. Fosse rimasto un po’ di terreno libero per sistemarceli potevamo anche volendo coltivarci dei campi.

Strano ricordarlo adesso, ma alla fine del ventesimo secolo si pensava che finalmente dopo decenni di l’avessimo capita davvero. Avremmo risolto le crisi degli eccessi industriali, anzi stavamo già risolvendole, nuove frontiere di pensiero e azione. Aria pulita. Si riciclava, si tutelavano le specie animali e vegetali, si pensava al riscaldamento globale. Anche le scorte idriche, che qualunque californiano anche il più distratto considerava in qualche modo una responsabilità, sarebbero state gestite con attenta programmazione e si poteva pensare a desalinizzare e bere direttamente dall’oceano. Come quando da bambino andavo dal dottore, l’emergenza si stava confermando temporanea, e secondo la solita trama già se ne intravedeva la fine. Convinti che ogni spavento si risolvesse, fiduciosi. Ottimisti, non del genere utopico ma perché così devono andare le cose, il presente che si svolge verso il futuro, quando il bambino che scopre una strana protuberanza sul collo va dal dottore, e poi se ne torna a nuotare in piscina nell’ultimo tepore della Los Angeles suburbana d’autunno. Voi che siete nati nel ventunesimo secolo forse non credete che sia possibile pensare come pensavamo noi, ma era così, e non lo si faceva senza esperienza pratica a sostenerlo: un’occhiata su Ventura Boulevard, da una parte e dall’altra, si respira e ci si vede.

Sono cresciuto tra ragazzi che quella città la detestavano. L’idea era che comunque Los Angeles è fake – falsa la cultura, false le persone, più falso di tutto quel bel tempo col sole – e chiunque sogna di iscriversi finalmente al college in una metropoli vera come Manhattan. Ma a me Los Angeles piaceva. Mi piaceva lo sprawl disordinato di quei quartieri, la cultura stupida, il troppo caldo. Mi piaceva addirittura stare bloccato ore dentro l’auto nel traffico, aspettando di incontrare qualcuno che avrebbe raccontato quanto male si stava in Valle, che brutto posto per abitare come si fa. Chi sperimenta da visitatore giusto l’aeroporto o Hollywood, spesso non coglie quanto la città sia sia ricca diversa e anche piena di natura, quando ti compaiono improvvisamente boschi, montagne, e poi magari riprende quell’intasamento casuale o degradato che cresce all’infinito su sé stesso.

Mi sono iscritto al college in un’altra città, nel freddo Midwest. Continuando a considera negli anni però Los Angeles la mia vera casa, lo sfondo della mia vita reale, il posto dove sarei inevitabilmente tornato per sentirmi tranquillo e inserito nell’ambiente naturale. Con l’aria pulita, gli aeroplani che atterrano sicuri con buona visibilità, torno ogni dicembre e poi anche a luglio o agosto, guardo giù passando sopra le San Jacinto Mountains verso la conca, e poi tutto il corridoio di discesa verso la città. Tutte le strade e quegli edifici tozzi a formare la trappola di ozono tra il mare e le alture. Quei fasci di autostrade che appaiono così naturali lì dentro, si potrebbe pensare siano spuntati dal terreno come pietre. Guardo giù a quel che un tempo era nascosto dalla nebbiolina: collinette spoglie, palmizi brulli, spazi vuoti lasciati dagli ultimi incendi, il deserto che si insinua. Molto secco, asciutto. Il senso comune ci direbbe che la generazione più giovane è anche più adattabile di quella precedente, più pronta a adeguarsi al mondo che cambia. Ma se infanzia è convinzione che la storia appartenga agli adulti, età adulta è consapevolezza di doversi adattare a un mondo che vorticosamente cambia.

FUOCO

Verso le 18.30 del 4 dicembre 2017, inizia un incendio nel sottobosco a Santa Paula, piccolo centro abitato un’ottantina di km a nord-ovest di Los Angeles. Mezz’ora più tardi e ancora cinque o sei km più a nord, salta un contatto elettrico difettoso provocando una esplosione sulla linea e appiccando un secondo incendio dalle parti di Ojai. Spinti da un vento che soffia a ottanta all’ora i due focolai si fondono rapidamente insinuandosi dentro le alture. L’incendio si estende più di una quindicina di km a ovest e sud, finché le fiamme non raggiungono il crinale verso il Pacifico e dilagano sulla città costiera di Ventura, dove erano andati ad abitare i miei genitori dopo la pensione e la vendita della vecchia casa in Valle.

Mia madre vede le fiamme arrivare dalla montagna, una barriera di fuoco e fumo alle spalle degli edifici sull’altro lato della via. Suona il telefono col messaggio automatico che avvisa gli abitanti per l’evacuazione, ma i miei genitori hanno già iniziato a raccogliere le cose indispensabili prima di andarsene. Mi chiamano in piena notte dalla spiaggia dove sono stati concentrati gli evacuati dalle case. Mi dice mio padre che dopo aver dato un’occhiata ai giacigli di emergenza predisposti dalla protezione civile preferiscono dormire in auto facendo i turni. Sono in migliaia lì a contemplare il crinale delle colline che incombe sull’abitato, strizzando gli occhi per provare a inquadrare il punto di casa propria e come sta andando. Ma nel buio si vede solo una nebbia dai riflessi arancio e sbuffi di nubi nerastre che si spostano contro un cielo ancora più nero.

Come succede a tutti i californiani, anch’io sono cresciuto insieme all’incubo degli incendi. Già negli anni ’90, ogni stagione vedeva il fumo sostituirsi allo smog, la pioggia di cenere dalle colline sulla Valle. Raramente gli incendi arrivavano a lambire le zone più popolate o l’immenso catino della città dispersa vera e propria oltre le colline. Erano molto peggio i normali incendi urbani; quello più violento nella storia di Los Angeles scoppiato nel 1933 dove avevano comunque perso la vita solo ventinove persone. Ma questi incendi ora sono assai più ampi e lunghi soprattutto per l’immaginario. Paiono qualcosa di inevitabile a differenza di quelli del passato errori o follie umane. Vento caldo urbanizzazione confusa producono una città che può bruciare facilmente: Los Angeles brucia, come ha sempre bruciato, ma adesso è una specie di ciclo naturale di vita e di morte.

È cambiato soprattutto il fatto che il fuoco non arriva un paio di volte l’anno e basta. Prima era tra agosto e ottobre a verificarsi ciò che Mike Davis aveva definito «la stagione all’inferno di Los Angeles» quando la terra si crepava e soffiava un vento asciutto surreale. Adesso la stessa cosa può succedere in qualunque momento.

Quando sono stati evacuati i miei genitori io abitavo lontano dalla California da dieci anni, passati tra Chicago, Washington, D.C., e lo Iowa tra allarmi di tempeste trombe d’aria e l’incombente puzza estiva dello sterco di maiale. Mi spiaceva non tornare più spesso nella Valle, ma apprezzavo comunque le condizioni abitative dei miei genitori: una casa luminosa e ben isolata, senza neppure bisogno di condizionamento, con vista diretta sul Pacifico dal retro. Non stavano neppure troppo lontano da L.A. Quando andavo a trovarli percorrevo in auto la strada 101 regolarmente, per andare a trovare qualche vecchio amico ancora in città o fare un giretto, ripassare memorie geografiche e personali del tipo che ci costruiamo stando lontano da casa. Mi piaceva anche restare bloccato nel traffico della Valle, per andare a rivisitare quel museo dove avevo lavorato da ragazzo, e dove adesso dovevo pagare un biglietto agli sconosciuti addetti. Mi crogiolavo dentro quel caratteristico spropositato sprawl di Los Angeles, difficile da descrivere a chi sta altrove. Ero a mio agio dentro quel clima secco. Sempre in macchina perché negli ultimi anni di università mi era cresciuta una imprevedibile paura di volare, ed evitavo il più possibile gli aeroplani. Mi facevo tre giorni di automobile da Chicago o dallo Iowa o da Washington una o due volte l’anno, superando il Mojave, svoltando a sud-ovest verso Barstow, e oltre le montagne fino a casa.

La mattina del 5 dicembre sono più di un migliaio i pompieri che a Ventura provano a combattere il cosiddetto Incendio Thomas. Il fuoco però si allarga, supera piccoli avvallamenti e si inoltra nell’interno a Ojai, fino ai margini occidentali della città. Piove cenere per settimane. Quando l’incendio è finalmente sotto controllo, ed è il 12 gennaio 2018, si calcolano 200.000 persone evacuate. Incendiata una superficie di 114.000 ettari. Distrutti oltre mille edifici, con costi che calcolando le spese straordinarie per i pompieri superano i 2 miliardi di dollari. Straordinario che ci siano stati solo due morti, un pompiere e un cittadino.

Difficile restare ottimisti.Svanisce quell’idea che la salvezza sia comunque l’unico esito possibile, che si risorga non solo dalla terra anormalmente riscaldata ma anche dalla miriade di altre conseguenze di una edificazione sbagliata, dell’industrializzazione, di questa vita umana che insiste in posti dove certe cose sarebbero state inconcepibili solo un secolo fa. In passato appariva naturale che la civiltà superasse tutti i limiti e poi anche tutti gli altri, adesso al contrario vediamo ogni percorso condurci verso la tragedia ineluttabile. Cerchiamone un altro. Ma ci vuole perseveranza, o convinzione, o qualcosa di meno definito che chiamiamo azione. Tra chi è propenso a pensare al disastro ecologico, l’atteggiamento quasi automatico è di considerare un ostacolo alla nostra sopravvivenza chi non se ne interessa abbastanza, e mantiene l’antica fede ottimista nella soluzione finale: sono questi ottusi o stupidi o apatici che ci trascinano a tutta velocità verso la catastrofe. Le discussioni sui temi climatici si fanno via via supponenti o ansiosi: appelli, avvertimenti, comunicati, film, denunce, dimostrazioni, anche satira comica in extrema ratio, tutto a sottolineare l’urgenza estrema. Per favore guardate. Per favore credeteci. Per favore fate qualcosa. C’è un futuro a rischio. Un intervento indispensabile, basato sulla possibilità di cambiare il nostro destino se arriviamo in quantità sufficiente a credere nella Scomoda Verità. Non sono in molti oggi a non ricordarsi esattamente quanto ci credevano solo dieci anni fa.

Poco prima di Natale ho guidato fino in California dove ancora bruciava l’Incendio Thomas. All’arrivo il cielo non appariva scuro, ma quasi bianco opaco per la cenere sospesa. Non er quello che mi immaginavo di vedere. Nonostante vedessi incendi da tutta la vita, guardandomi attorno tra le colline di Ventura ho capito quanto mi sbagliassi aspettandomi una muraglia di minacciose fiamme. Una confusione che mi permeava da giorni, facendomi pensare di capitare o tra vie intatte, o in alternativa a cumuli di macerie fumati e lamiere contorte, come per un bombardamento aereo. Però gli incendi non lavorano come plotoni armati. Non avanzano da un punto all’altro. Si allargano scagliando tizzoni accesi. Per questo sono direzione e velocità del vento a cambiare le carte in tavola: esiste un nucleo centrale ma che dissemina e sparpaglia. Un tizzone ardente casca su una casa di legno che esplode in fiamme, a sua volta scagliando altri tizzoni in aria, che appiccano su un’auto, un albero, un’aiuola di erba secca. I focolai si moltiplicano e si fondono, si dividono e si riuniscono, si attenuano ma ricompaiono anche molto lontano. Un incendio è più un rizoma che un fronte compatto.

A qualche civico di distanza da casa dei miei genitori, i resti di un edificio su due piani ancora fumano. È crollata una trave portante gigantesca sulle macerie, mezza bruciata e nera. Dietro tra i resto di quello che era il garage si riconosce solo una lavatrice. La sagoma di un telaio di macchina, ma senza la macchina, sta in mezzo alla fuliggine del vialetto. Accanto, un’altra casa, rimasta intatta, con le finestre spalancate al vento. La porta di ingresso bianca linda immacolata. Più avanti ancora un complesso da trenta appartamenti raso al suolo. La casa dei miei è stata risparmiata. Salvo che una mattina mentre guardo verso l’oceano Pacifico, noto per via della fuliggine il punto in cui un tizzone sparso era caduto a terra sul portico. Si vede benissimo la macchia, come quella lasciata da un mozzicone di sigaretta.

Negli ultimi giorni dell’Incendio Thomas, e nelle settimane che l’hanno seguito, la California Meridionale è stata inzuppata da enormi temporali. Una volta alle tre e mezzo del mattino a Santa Barbara in un quarto d’ora sono scesi insieme parecchi centimetri. Pioggia accolta prima come un sollievo – ah se solo fosse arrivata una settimana prima! – ma che nel giro di poche ore ha trasformato i pendii in frane di fango che portavano detriti verso l’oceano. A fine mese erano oltre un centinaio le abitazioni distrutte dalle frane di fango, e ventitré i morti. Durante le mie settimane di presenza, era normale ascoltare il solito commento finirà anche questa. Ma bastava guardare una di quelle colline spoglie, cosparsa di massi e mozziconi di alberi morti, per pensare a un’altra che prendeva fuoco ma anche questo passerà e via di questo passo. Per il risultato non cambia. Sei mesi dopo l’incendio Thomas, quello del Mendocino Complex si portava via 170.000 ettari di California. E tre anni dopo l’August Complex si imponeva come il più esteso nella storia dello stato bruciando quattrocentomila ettari nella Shasta County. Il 90% dei grandi incendi storici californiani è scopiato nel ventunesimo secolo, la metà dopo il 2020.

Non saltavo un Natale a Los Angeles da quindici anni, ma nel 2024 ci si è messa di mezzo la salute con un rebus medico. Il risultato di una analisi aveva prodotto ulteriori approfondimenti da una trafila di specialisti con biopsia del fegato prenotata a dicembre. Non potevo spostarmi prima di conoscere i risultati, che sarebbero arrivati solo con nuovo anno. Abitavo a New York ed era la prima volta in vita mia che stavo in attesa di una chiamata dove mi avrebbero avvisato se dovevo vivere o morire. Il giorno prima di quella telefonata del medico nel gennaio 2025 scoppiò una serie di incendi a Los Angeles. Due in particolare, a Pacific Palisades e Altadena, tra i più distruttivi nella storia della California. Che si meritarono una inconsueta attenzione della stampa nazionale, e dei miei amici che mi chiamavano per sapere qualcosa dei miei genitori. Non riesco neppure a immaginare recitava uno dei messaggi. È abbastanza facile anche immaginarsi una catastrofe, come uno di quegli uragani sulla costa atlantica, se succede in modo regolare. Quando l’incendio Thomas aveva quasi distrutto casa dei miei sette anni prima, in effetti sembrava una cosa eccezionale. Allora potevo anche rispondere qualcosa come Per fortuna non li ha neppure sfiorati tutto a posto.

Ho saputo che non stavo morendo. Non ero esattamente sanissimo ma tutto gestibile e senza particolare urgenza. Il 10 gennaio, senza tempo sufficiente per spostarmi in macchina con i corsi universitari dove insegno prossimi alla riapertura, ho preso l’aereo per la prima volta dopo tanto. Un volo mezzo vuoto. Superate le montagne prima della conca di Los Angeles, la donna del sedile accanto mi ha chiesto se potevo vedere gli incendi dal finestrino. Ma in realtà non c’era alcun inferno da guardare, tutto solo bianco o grigio. La città pareva avvolta nella nebbia. In lontananza qualche riflesso arancione – forse l’incendio a Palisades – più opaco, come se ci fosse un vetro unto davanti, ad attenuare i contorni. All’aeroporto si annusava fumo. Un odore vago e irregolare mescolato qui e là ad altri olezzi di deodorante o ristorante, ma eccolo ricomparire più deciso e acre passando davanti alle finestre che si privano sulle piste. Ho preso l’auto a noleggio e mi sono diretto verso Ventura sui due versanti delle alture di Santa Monica. Dal basso si vedeva la colonna di fumo grigio-nera da est a nord, ma non le fiamme. Più verso ovest della Valle tornava la puzza di fumo. Nessun traffico, mai tenuto una media tanto alta in Ventura County.

La mattina successiva guidavo verso la città per consegnare dei materiali a un centro di assistenza verso le colline di Pasadena. Sul margine dell’area di evacuazione, impossibile non notare i chiari segni dell’incendio: aria pesante e puzza di fumo, sole opaco e rossastro. Il centro assistenza stava dentro una ex bottega di ciclista. Arrivavano auto da ogni parte, assalite dai volontari che scaricavano le offerte velocemente cercando di smistare tutto quel traffico e non intasare la via. Lasciato quel che dovevo ho cercato parcheggio non lontano.

La difficoltà principale di questi centri di emergenza è tenere un inventario di quel che c’è, quello di cui si avrebbe ancora bisogno, e ciò di cui si può e si deve fare a meno, chiedendo a chi lo offre di andare altrove. Qui c’erano troppi pannolini, poca acqua in bottiglia, poi i pannolini se li sono portati via e ce n’era ancora bisogno, niente abbigliamento però cercate più avanti sulla stessa strada magari loro ne hanno bisogno. Insieme a un altro volontario andiamo in un vicino ipermercato con un elenco di cose, si riempiono due carrelli per un valore di duemila dollari tra biancheria, shampoo, Tylenol, tamponi, tovaglioli per bambini, Lactaid, mascherine, pannolini, calzini, soluzione per lenti a contatto, blocchi note e parecchio altro. Qualche cliente ci offre del denaro. Un’altra intuendo quanto tempo serve per battere tutto quanto in cassa strabuzza gli occhi scocciata decide di andare in un’altra fila. Tra andare e tornare ci impieghiamo ore, e a quel punto all’ex negozio di ciclista non hanno più tanto bisogno di quelle cose. Ne selezionano circa metà e spediscono da qualche parte il resto.

Gli incendi sono una catastrofe ovvia e spettacolare, scoppiano, consumano. Cosa diversa dallo smog, che sta sospeso bruciando i polmoni e chi occhi in città. Mi fermo circa una settimana e quando non si avverte neppure troppo lo smog pare tutto abbastanza normale. Traffico tornato normale; attività che riaprono, sempre che avessero chiuso. Dopo qualche giorno dal mio arrivo chiudono anche i centri di emergenza, lasciando il campo agli enti pubblici di coordinamento. Ad ogni incendio gli abitanti di LA subiscono arbitrariamente un po’ di compassione – chi osserva la tragedia a distanza – o il fatto di veder spazzata via in un istante la propria casa o la propria attività dalla faccia della terra. Alcuni vivono in una atmosfera di sospensione, quando è impossibile tornare nel proprio quartiere, si sta in attesa di informazioni, nell’incertezza di cosa accadrà. Poi a quasi tutti arriva una telefonata rassicurante. Qualcuno scopre che è finita.

Nelle settimane successive agli incendi abitanti e più o meno improvvisati commentatori esperti della California e in tutto il paese discutono su chi possano essere i principali colpevoli: le scorte d’acqua insufficienti, o magari la qualità degli impianti che non garantiscono a quell’acqua la necessaria pressione; l’incapacità di gestire gli homeless che accendono dei falò per scaldarsi; o magari gli anarchici che nascosti nelle colline vogliono distruggere il sistema; forse i 17 milioni di tagli al bilancio del servizio antincendio da qualche spietato Sindaco (ma è una leggenda infondata). Un frutto del peccato quello dei carcerati schiavizzati di fatto e spediti a fare i pompieri senza esserne capaci né la possibilità di impararlo. L’altro frutto del peccato quello del cambiamento climatico, giudizio universale terrestre.

Non cambia molto chi sia il colpevole, soprattutto quando quasi tutti paiono convinti che quegli incendi non fossero tanto inevitabili. Gli interventisti climatici, i benintenzionati rompiscatole, ormai hanno da tempo perso la speranza di poter prevenire o contribuire a prevenire la conflagrazione. Non erano dei Mr. Smith, in grado di addolcire il cuore di Washington, e neppure spietati rivoluzionari. Solo disperate Cassandre: via via pretenziose, ansiose, in preda al panico, distrutte. Aspre lotte sull’acque inquinata, le sostanze cancerogene nell’aria, l’impennarsi degli affitti imposto da una proprietà che vuole solo spremere chi ha assoluto bisogno di una casa. Si prova a informare le persone che la casa l’hanno persa negli incendi di non cedere a strane offerte di acquisto dei terreni. Circolano speculatori convinti che prima o poi quei terreni bruciati sulle colline possano essere ricostruiti e valere ancora decine di milioni. Resta aperta la lotta sui modi equi o meno equi di sopravvivere a questo incendio e fino al prossimo. Torno a New York, solo per sentire di altri incendi scoppiati a Brentwood, Oxnard, Santa Clarita, migliaia di ettari, nuove ordinanze di evacuazione. Nessuna minaccia diretta alla città, cieli puliti, piogge previste a fine gennaio. Però si avvertono i cittadini di rimanere allerta: dopo la pioggia potrebbero arrivare le frane.

ACQUA

L’acqua che scorre nell’acquedotto di Los Angeles vede per l’ultima volta la luce del sole tra due dighe appena a est delle Sequoia. Emerge all’aria aperta e aspetta, che siano minuti o ore, a seconda di quanta ne scorre nelle condotte. Poi torna sottoterra. L’acquedotto è fatto di granito e acciaio, e sul lungo percorso di circa quattrocento chilometri con una portata di infiniti miliardi di litri d’acqua, tra il lago Owens e la stazione di smistamento più a nord di San Fernando Valley, opera esclusivamente sulla forza di gravità, tra deserti e montagne, gallerie scavate nella roccia con le esplosioni. In gran parte invisibile e silenzioso, con qualche eccezione. Circa otto chilometri a sud di Red Rock Canyon Park, un sifone emerge improvviso in una valle deserta prima di riaffondare di nuovo. Il condotto d’acciaio si stringe sino ad appena 2m di diametro e l’acqua all’interno guadagna pressione per uno slancio di circa 200 metri attraverso il vuoto di Jawbone Canyon. Raggiunta la fine del quale la condotta si arrampica 30 metri sulla parete per rovesciare l’acqua in un’altra galleria. A Jawbone Canyon quell’acquedotto è l’unica cosa che non si possa collocare a circa ottanta milioni di anni fa. Anche gli alberi risalgono alla tarda epoca Paleozoica.

Dopo Jawbone, l’acqua scorre verso sud nell’entroterra californiano, a meridione di Yosemite e occidente della Valle della Morte. Riprende pressione restringendo le condotte all’altezza di Antelope Valley. Schiva le condotte di scarico fognario della città di Mojave, dove spesso d’estate si superano i 38° e raramente si scende sotto i 16° anche d’inverno. Nel silenzio della California Poppy Reservation, ci si può anche immaginare di avvertirla scorrere sotto i piedi quell’acqua. Sorpassa parcheggi di camper, l’Istituto d’Arte della California, il parco divertimenti Six Flags Magic Mountain. Attraversa la Green Valley a ovest fino a Palmdale. Incrocia vari dispositivi sotterranei che alimentano turbine in superficie. Sembrano dei mulini a vento quelle torri, ma non lo sono. Attraversa la Angeles National Forest vicino alla superstrada 405. E finalmente emerge per una boccata d’aria sulla Sierra Madre. Un po’ di riposo per la prima volta dopo Haiwee nel bacino del Lago Pyramid, sopra la San Fernando Valley. Aspetta. Finché si spalanca una botola.

Basta chiamarla, e l’acqua si precipita infilandosi dentro milioni di tubature. Suddivisa e risuddivisa sempre più frazionata per la città, spunta dagli irrigatori dei giardini, dagli idranti antincendio, rubinetti, docce, sciacquoni. Ogni tanto curva ancora bruscamente per novanta gradi e si arrampica dritta su per quaranta piani e passa a risciacquare il gabinetto di un grattacielo. Risciacqua parti di corpi, denti, carrozzerie di automobili, vetrate. Poi finisce nella fognatura, e da lì in mare. Una volta salata non serve più alla città. La storia dell’acqua di Los Angeles è la storia della vita di William Mulholland. Nato nel 1855 a Belfast, Irlanda, arriva in California nel 1877 in groppa a un cavallo. La città è proprio piccola allora, e prende l’acqua da un fiume. C’è una compagnia privata, la Los Angeles City Water Company (LACWC) a gestire con contratto trentennale le forniture domestiche e per irrigazione. Assume Mulholland come operaio scavatore.

Mulholland è un avido lettore: geologia, architettura, ingegneria civile. Riesce a fare carriera, da caposquadra, a coordinatore, a direttore dei lavori di un nuovo tratto di condotta di otto chilometri sotto Griffith Park. Nel 1886, quando il sovrintendente del sistema idrico di LA muore improvvisamente di infarto, l’incaricato di sostituirlo lancia l’idea: «Cosa ne pensate invece di William Mulholland? Conosce davvero l’argomento». Nel 1898, Los Angeles si riprende la gestione del sistema idrico; nel 1902, Mulholland è sovrintendente del Los Angeles Water Department, che assorbe la privata LACWC lo stesso anno. Giornali, collaboratori, opinione pubblica, tutti lo chiamano ormai il Capo.

Appena arrivato a LA, il Capo trovava una città di diecimila anime scarse. Ma presto era arrivata sulla costa del Pacifico la ferrovia di Santa Fe. Nel 1890 la popolazione era già cresciuta fino a 50.000 abitanti; e dieci anni dopo superava i 100.000. È allora che Mulholland insieme a Frederick Eaton, anche lui ex impiegato della LACWC poi eletto Sindaco di Los Angeles, fa un viaggio in treno fino all’estremo sud delle montagne della Sierra Madre. Viaggiano ancora a dorso di mulo e a piedi per più di cento chilometri fino alla Owens Valley, zona agricola nota ai tempi come la Svizzera della California. Sulle sponde del grande lago ai piedi di Mount Whitney, concepiscono le linee di massima del più ambizioso progetto di ingegneria civile della storia americana.

Nel giro di un anno, su iniziativa dell’ex sindaco Eaton si iniziano ad acquisire ampie superfici di terreno nell’area. Sostiene di essere interessato a investire in allevamento, ma quella superficie corrisponde esattamente alle zone individuate dal Federal Bureau of Land Reclamation come adatta a raccogliere acqua. L’anno successivo la Città di Los Angeles annuncia il progetto per un enorme acquedotto a servizio della popolazione in crescita. I terreni acquisiti da Eaton cambiano proprietà, e ad essi se ne aggiungono altri ancora comprati a basso prezzo dal governo federale. Crollano i prezzi dei terreni nella Owens Valley con gli agricoltori che vendono alla città di Los Angeles in perdita. Mulholland promette agli abitanti che il progetto non comprometterà il sistema idrico locale, che ci sarà acqua a sufficienza per tutti. L’acquedotto viene terminato nel 1913. All’inaugurazione Mulholland si rivolge ai convenuti: «Eccolo qui. È vostro». Ma nel 1920 la disponibilità d’acqua nella Owens Valley è crollata al punto da far riclassificare ai tecnici federali la zona come deserto.

Nel decennio successivo la popolazione di Los Angeles raggiunge un milione di abitanti. Strade che corrono in ogni direzione: Los Feliz, Brentwood, Larchmont, Boyle Heights. Nasce Beverly Hills da un ex campo di fagioli. Santa Monica, ex villaggio sulla costa, si allarga gonfiandosi verso est. E Los Angeles lo fa verso ovest fino a fondersi. Altri due centri minori sulla costa, Malibu e Venice, seguono. L’asfalto si dipana sulle montagne. Laurel Canyon, Cahuenga Canyon, Topanga Canyon, Coldwater, Beverly Glen: qualunque avvallamento deve avere almeno le sue due corsie. Una iniziativa immobiliare che vuole promuovere un quartiere di case a buon mercato nella zona est delle Hollywood Hills, fa costruire una scritta enorme il lettere maiuscole: HOLLYWOODLAND. Poi saranno tolte le ultime quattro lettere. Nel 1924, si realizza una nuova strada lungo i crinali, a partire dal Pacifico e sino alla catena Transverse, le alture a nord di East LA. Una strada che si arrampica sulle colline, sovrasta la città e la Valle. Su entrambi i lati si può guardare il panorama urbano infinito delle strade sempre percorse dal traffico. In cima a qualunque passo di canyon tra la città e la Valle, diventano famosi i belvedere e punto di incontro dei ragazzi, magari per qualche scorribanda o gara automobilistica e relativi incidenti. Quella strada si chiamerà Mulholland Drive.

A metà marzo 1928, un tecnico della Contea addetto alla nuova diga di St. Francis chiama Mulholland per avvisarlo che c’è qualcosa che non va col livello dell’acqua e i traboccamenti. Forse un problema con una crepa alla base, immagina il tecnico; e se fosse così rischierebbe in teoria di collassare addirittura il lato ovest dello sbarramento. Il Capo lo prende molto sul serio, al punto di andare subito a ispezionale la diga St. Francis, ma dopo due ore di sopralluogo se ne torna a casa rassicurando che non c’è motivo di allarme.

La stessa sera un motociclista che si è fermato ad accendere una sigaretta sul ciglio della strada a poco più di un chilometro dalla diga sente un forte rombo. Pensa a una frana, salta in sella e prosegue. Trenta secondi più tardi, esattamente alle 23.57.30 il Controllo Elettrico di Los Angeles registra un crollo di tensione dall’impianto idroelettrico più prossimo alla diga. Contemporaneamente, esplode un trasformatore della sottostazione Edison Saugus. Mancano due minuti alla mezzanotte quando crolla la diga di Saint Francis.

Si rovesciano sulle strade più di 45 milioni di metri cubi d’acqua e nel giro di pochissimi minuti una muraglia di quaranta metri avanza a trenta all’ora verso Los Angeles. La casa del tecnico che aveva avvisato Mulholland è tra i primi edifici ad essere spazzati via. Il cadavere, e il cadavere di suo figlio, non saranno mai ritrovati. L’ondata si riversa sul San Francisquito Canyon, scaricando una enorme quantità di detriti della diga per migliaia di tonnellate a un chilometro circa dal bacino idrico. Appena dopo mezzanotte l’acqua colpisce la centrale di St. Francis. L’unico sopravvissuto verrà ritrovato appeso alle pareti del canyon, le dita mutilate infilate dentro la roccia. L’acqua defluita dal canyon dilaga sul territorio. Si abbassa a 30 metri poi a 15. Ma anche così alluviona totalmente la cittadina di Castaic Junction. Quando le cose iniziano a calmarsi verso l’una e mezza del mattino sono morte quasi 500 persone, tra cui molti bambini. La città resta senza corrente per diversi giorni. Comparso davanti alla commissione di inchiesta Mulholland si assume ogni responsabilità della catastrofe. Abbandonerà presto ogni incarico. Dichiara di invidiare chi è morto, e li raggiungerà pochi anni più tardi.

Nel 1956, Los Angeles realizza un secondo grande acquedotto con un investimento di 89 milioni di dollari. La popolazione della Contea di Los Angeles County ha raggiunto i 4 milioni di abitanti, che nel 1970 diventano 7 milioni. Come accade in Arizona, Nevada, Colorado, e New Mexico, la regione di Los Angeles ha acqua solo dalle falde sotterranee, neve fusa rimasta dalla fine dell’ultima era glaciale. La popolazione della Contea ha raggiunto i 10 milioni all’ultimo censimento, e i consumi annui di norma superano i 380 miliardi di litri. È difficile ragionare su certe cifre: esiste da qualche parte del mondo tanta acqua tutta insieme? Secondo Walter Benjamin è il fatto stesso che il mondo funzioni ad essere una catastrofe. La storia dell’acqua a Los Angeles sta dentro la storia dell’acqua in California, e ancora più in generale dentro quella di tutti i territori a ovest delle Montagne Rocciose e a sud della catena delle Cascate. Le annate di siccità peggiorate dal cambiamento climatico stanno superando quelle «normali».

Nel 2011 l’anno più asciutto di sempre, ma un record superato già l’anno dopo. Il primo di aprile 2015 il governatore Jerry Brown è in visita a Phillips Station, stazione dei ranger sulla Sierra Nevada che rileva il manto nevoso. Davanti ai fotografi infila la sua asticella graduata: dentro una superficie di terreno totalmente spoglia. Quell’anno si prevedeva che El Niño avrebbe portato la fine della siccità. Ma le necessarie perturbazioni erano impedite da temperature più alte della media sopra l’oceano. La pioggia cadendo finalmente, nel marzo 2016, sovraccaricava però il sistema. Il Lago Shasta, principale bacino di tutta la California, minacciava di esondare sulle zone abitate circostanti, obbligando le autorità a rilasciare 600mc al secondo per una settimana dentro til Pacifico. Finita la pioggia in maggio si dichiarava la siccità nel 2017, ma poi anche il 2020, il 2021, e il 2022 erano anni di siccità. Solo nel 2015 sono morti di sete in California 12 milioni di alberi, anche palme che di acqua ne consumano davvero poca. Si vedono tratti di terreno totalmente spogli ovunque, pozzanghere al posto di laghi, circoli segnati dalla ruggine verso la costa là dove un tempo c’era acqua.

La siccità è una catastrofe in negativo. Non compare evidente, non consuma, non devasta, non brucia, non è come lo smog, o gli uragani, o gli incendi. Esiste, mentre brilla il sole. Credo sia la catastrofe giusta per il punto in cui siamo, finito il tempo dell’ottimismo, dell’interventismo, della fede, del dibattito, dell’ansia. Siamo tutti fatalisti oggi. Alcuni dei miei studenti sono nati dieci anni dopo il momento in cui all’angolo di Taco Bell, sulla via di casa, non riuscivo a vedere le colline attorno alla Valle. Non sono mai stati ottimisti, ma in molti modi assomigliano di più a ciò che eravamo noi allora, che a quanto siamo diventati più tardi negli anni degli allarmi e delle battaglie da vincere. Hanno anche qualche convinzione, talmente ovvia da non aver bisogno di tante parole: può solo andare peggio. Anche i più impegnati e positivi ecologisti non credono che si cambierà col tempo, che si possa cambiare qualcosa, nemmeno volendo farlo. Parliamo di sopravvivere, e anche così pare dura.

Walter Benjamin probabilmente aveva ragione. Sono nato ho vissuto e morirò dentro gli interstizi di ciò che avviene. Certo esiste ancora l’agire, naturalmente, c’è ancora l’urgenza di farlo, ma nell’ultimo decennio si è sedimentato in una semplice ansia senso di impotenza e accettazione fatale assai prossima a una sorta di negazionismo. Un tempo un libro, un film, una conversazione o dibattito sul cambiamento climatico significavano porsi il problema di che faire e come farlo; oggi sempre più frequentemente tutto si riduce al soggettivo o al cosa non si riesce proprio a fare, anche volendo. Nel 2020 è stata pubblicata una raccolta di poesie scritte da bambini «per contribuire a far affrontare ai californiani l’incertezza ed esprimere reazioni al cambiamento climatico». Ma certamente non ci si riferisce all’incertezza su quel che sta accadendo, giusto al che fare. Ci rimane solo la possibilità di esprimere qualche personalissima opinione.

Potrei personalmente rispondere così: mi piacerebbe credere che si possa ancora salvare il mondo ma so comunque che non si può salvare Los Angeles, e del resto mi interesso meno. Il meccanismo del mondo sostenibile può salvare ciò che rimane delle calotte polari contenere la cancellazione di alcune città del Sud Pacifico o dell’Atlantico occidentale, risparmiare l’Europa dalle ondate di calore e tanta parte del pianeta dalla fame e dalle malattie, però non può salvare una città di dieci milioni di abitanti in pieno deserto solvata da così tante automobili che un tempo impedivano di vedere il cielo, una città che vuole bruciare, che non ha abbastanza acqua e non ce l’avrà mai. E che però è la mia città. Mentre il pianeta è un concetto astratto. Salviamo il Mondo suona come uno scherzo. Mentre la Fine della Mia Città suona come la fine del mondo.

Nel 1986 Marc Reisner scriveva nel suo Cadillac Desert a proposito del Sud-Ovest, anche in quell’era di ottimismo: territori così non si possono conquistare. «Tanto per cominciare non c’è acqua e spostare quella dei fiumi è spaventosamente costoso». Anche John Wesley Powell, direttore nel XIX secolo del Servizio Geologico Nazionale, spiegava che «Se si distribuisce uniformemente tutta l’acqua che scorre tra il fiume Columbia e il Golfo del Messico avremo comunque un deserto indistinguibile da quello che vediamo oggi». Powell non conosceva l’esistenza delle acque sotterranee, nota Reisner, ma quelle si sarebbero esaurite in un secolo. L’Ovest era una cosa impossibile, su quelle dimensioni, neppure se non avessimo mai rilasciato in atmosfera una singola molecola di metano o anidride carbonica. Il sistema di scorte della California può fornire di acqua la popolazione per sei anni. Nessuna siccità dal 1851 è durata così a lungo, ma gli studiosi hanno rilevato dai sedimenti e dall’analisi della crescita degli alberi siccità storiche nell’area della California meridionale, della durata ciascuna di oltre vent’anni. La più prolungata, collocabile circa all’850 d.C. addirittura di oltre due secoli.

Nel 1781, quarantaquattro coloni fondano El Pueblo de Nuestra Señora la Reina de los Ángeles. La Los Angeles che ho conosciuto io è quella inventata da William Mulholland nel 1913. Se il cambiamento climatico può accelerare la catastrofe, l’acqua potrebbe durare fino al XXII secolo. Basta a diverse generazioni che passano l’intera esistenza a Los Angeles. Resta ovviamente il problema politico di come ammortizzare l’impatto della fine inevitabile, come considerare il ritorno trionfale del deserto sulla miseria di tanti milioni di persone. Ma ciò che abbiamo sempre voluto, o per lo meno che io ho voluto, ciò che ha caratterizzato prima il mio ottimismo poi la mia azione politica poi ancora il panico e la rassegnazione, era pensare che Los Angeles potesse durare per sempre, risparmiata, uguale a sé stessa. E lì non c’è politica né tentativi né futuro che reggano.

Naturalmente una città che dura per sempre serve a chi è convinto di abitarci per sempre. Voglio che Los Angeles duri per sempre se credo di vivere per sempre e considerarla la mia casa. Nel 1.000 a.C. Il deserto meridionale della Libia veniva colonizzato dai Garamanti, estraendo acqua dalla sabbia e coltivando terreni sino a collassare come civiltà nel 700 d.C. Los Angeles è stata sempre una fake city ha ragione chi dice così. Siamo un po’ tutti fake, esistenze precarie, corpi città tutto quanto. Los Angeles non è una di quelle cose che si salvano in un futuro ragionevole. Anzi è una di quelle cose di cui un futuro ragionevole fa a meno.

I miei genitori ancora abitano nella loro casa a Ventura. Ogni volta che vado a trovarli guido avanti e indietro sulle autostrade di Los Angeles. Prima del numero della freeway dico sempre l’articolo: la 101, la 405, la 10, la 110, la 15, la 2. Ci sto ormai da vent’anni ma continuo a sentirmi fuori posto dentro quelle ecologie del Midwest o della costa Atlantica. Per essere casa mia un posto deve avere bougainvillea e montagne e aria pessima. Gli incendi di Palisades e Altadena hanno alzato i livelli di smog come non accadeva da anni. E se ne prevedono di nuovi in autunno, mentre l’ultima siccità dichiarata nel 2024, potrebbe durare fino al 2030. Ma quest’estate voglio andare a Los Angeles. Voglio mostrare a qualcuno che non c’è mai stato quei posti che mi sono tanto cari. Per adesso non ci sono grossi devastanti incendi, anche se le immagini delle auto messe a fuoco a Waymo durante le proteste hanno suscitato molta più isteria di un necrologio per Los Angeles. Siccità non è il fatto di essere senza acqua. Senza acqua è l’attacco di cuore, le analisi del sangue allarmanti, la catastrofe che segna la fine di tutto. Los Angeles non è ancora un relitto o un cimitero. Siccità è sapere, inequivocabilmente e irrimediabilmente, che l’acqua sta finendo, come il tempo.

da: Boston Review, 24 giugno 2025; Titolo originale: California Triptych – Traduzione di Fabrizio Bottini

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