Una prospettiva sulle città (1937)

Da un rapporto federale sullo sviluppo socioeconomico territoriale in epoca New Deal, una rapidissima ma significativa fotografia della forma urbana moderna novecentesca così come appare allo sguardo di un osservatore negli Stati Uniti del primo sviluppo metropolitano e automobilistico, fra grattacieli, segregazione funzionale, prima suburbanizzazione. Pur in nuce sono già evidenti tutti i caratteri dello sviluppo degli anni successivi. Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

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schizzo da A.B. Gallion, The Urban Pattern (1950)

Per quanto al giorno d’oggi gli stili di vita urbano e rurale tendano ad avvicinarsi l’uno all’altro, gli ambienti entro cui si svolgono sono molto diversi, da qualunque prospettiva li esaminiamo. L’immagine della città dipende dall’angolazione in cui si pone l’osservatore. Nessun grande centro si può comprendere nel suo insieme se non guardandolo da una certa distanza o quota, ma se certo topografia, dimensioni, tipi caratteristici di ciascuna città possono marcare differenze nella prima impressione, il panorama urbano in America presenta una serie di elementi di uniformità.

La città dall’aria

Se l’osservazione avviene da un aeroplano, la città americana appare come una vasta massa costituita da strutture di varie dimensioni, forme, caratteri, ritagliata da una scacchiera di vie regolare, ma che qui e là presenta delle irregolarità. I tasselli, o isolati in cui la città si divide, paiono privi di qualunque organizzazione per gruppi, anche se è possibile intuire una articolazione per serie omogenee. L’impressione generale è comunque quella di uno stereotipo meccanico, monotono e privo di immaginazione. Solo di rado è possibile trovare qualche traccia di organismo formato. Guardando meglio si nota che alcune parti non sono edificate, spazi verdi, parchi. Altri di questi spazi liberi risultano essere pubbliche piazze, scali ferroviari, o solo luoghi non utilizzati di varie forme e dimensioni. L’osservatore nota anche come i rettangoli, o le altre forme che costituiscono la trama orizzontale della città, si presentino più definiti ai margini ma vuoti verso il centro, a indicare come l’edificato si allinei sulle vie.

A un esame ancor più ravvicinato i centri di dimensioni medio-grandi appaiono più densamente edificati verso il nucleo centrale, dove su una superficie relativamente contenuta si sviluppano abbastanza grottescamente in altezza una o più strutture, a segnare il quartiere degli affari. Man mano crescono le dimensioni della città, si moltiplica il numero di questi grattacieli, che a volte compaiono anche in luoghi abbastanza distanti dal centro, a marcare l’esistenza di centri secondari. L’edificato del quartiere centrale si abbassa bruscamente ai suoi margini, dove si riconoscono le zone di industria leggera e depositi, mescolate a fabbricati degradati che compongono lo slum e le altre aree marginali. Accanto a questa fascia si trovano i quartieri operai e popolari in affitto, e oltre a questi le zone ad appartamenti, che seguono pur irregolarmente le arterie di traffico sino alle aree dominate dalle casette unifamiliari con giardino e da qualche spazio aperto. Nelle maglie fra queste arterie radiali che seguono le linee di grande comunicazione, si raggruppano altri nuclei insediativi meno densi. Complessivamente la città assume una forma approssimativamente circolare, o semicircolare, dai margini della quale si estendono dei tentacoli a dargli uno schema stellare. Questa conformazione piuttosto simmetrica ovviamente talvolta è alterata dalla presenza di sponde, corsi d’acqua, alture o depressioni che cambiano la topografia, o dalla vicinanza di altri centri.

Oltre le aree edificate della città, nei più ampi spazi aperti si possono scorgere le forme di aziende agricole, orti e vivai, country club, lottizzazioni abbandonate o non complete con marciapiedi o altri interventi di trasformazione, ma pochissimi edifici sparsi realizzati. Nelle zone di maggior pregio, spesso seminascoste dagli alberi, troviamo le grandi dimore circondate da un proprio parco recintato, a imitazione dei castelli feudali dell’Europa medievale. Lungo le linee ferroviarie e le strade principali, spesso a prolungamento della città vera e propria, si concentrano altri insediamenti. Si tratta di suburbi o centri satellite. Nuclei immaturi, alcuni dei quali si caratterizzano per l’organizzazione di tipo industriale, altri che sarebbero assimilabili a un quartiere urbano se non fosse per l’assenza di qualunque concentrazione di edifici, e l’abbondanza di prati e alberature.

Una visione di profilo

Un’altra prospettiva di osservazione delle forme della città americana è il suo profilo guardato da lontano. Una specie di sezione verticale che evidenzia in modo ancor più grottesco il tipo di edificazione centrale, e il suo brusco precipitare dalle vertigini dei grattacieli del quartiere degli affari, verso il degrado della fascia che lo circonda fatta di edifici assai più bassi e in decadenza. Pare che più sono alti, questi grattacieli, tanto più sia brusco il passaggio. Nei centri urbani più piccoli pare che un solo grattacielo riesca, per così dire, a risucchiare a sé tutta la domanda di spazi per uffici, creando poi un vuoto che si riempie di degrado. Più imponenti le torri del centro, più ampia l’area su cui stendono l’ombra della depressione. Evidente nell’aspetto fisico, rapida obsolescenza, sia delle zone commerciali che dello slum residenziale.

Una immagine dall’interno

Altri spunti dell’ambiente urbano l’osservatore li può cogliere dall’interno, ad esempio avvicinandosi su una imbarcazione, o in treno, o in automobile, o osservando le costruzioni dalla strada. Gran parte delle città americane propongono una facciata che si rivela falsa. C’è il centro addobbato come una vetrina, ma questa facciata nasconde i brandelli di quartieri degradati, dello sporco, del disordine. Al visitatore più abituato ai grandi spazi dei campi del pascoli o dei boschi, la pietra i mattoni il cemento il vetro e acciaio di cui è fatta la città appaiono molto artificiali. Nel centro improvvisamente si elevano su entrambi i lati delle vie enormi fabbricati a forma di scatola a formare dei veri e propri canyon senza sole e aria.

Edifici di ogni forma, tipo, materiali, si ammucchiano uno accanto all’altro senza alcun senso complessivo, salvo il seguire l’andamento di quelle strisce che sono le strade. Fumo, fuliggine, clangore, ritmo martellante di folle e veicoli, specie quando la città si riempie e si svuota nelle ore di punta: tutto questo appare confuso, fantastico, privo di senso a chi non è abituato. E oltre alle immagini che l’occhio coglie in superficie, si deve aggiungere ciò che sta nel sottosuolo, dalle fogne alle condotte idriche, le reti dell’elettricità, del gas, del telefono, gallerie, metropolitane, cantine.

Organizzazione funzionale

Gran parte degli impiegati residenti in città lavora in centro. Qui ci sono gli uffici della pubblica amministrazione, delle imprese industriali e commerciali, gli studi professionali, i grandi magazzini e negozi, alberghi, ristoranti, teatri. Insomma, ogni attività diversa da quelle di quartiere, e che si rivolge all’intera città e area metropolitana. I valori immobiliari qui sono i più elevati, si vende a prezzi stratosferici al metro quadrato, a volte come a New York City con prezzi che corrispondono all’equivalente di chilometri e chilometri quadrati di superficie agricola in uno stato dell’Ovest. Fuori dal centro iniziano magazzini e depositi, scali ferroviari, stazioni, zone di industria leggera, e occasionali malmesse abitazioni, pensioncine, complessi in affitto. Qui si trova lo slum dimenticato della città americana. Se si andasse a studiare si scoprirebbe che in ciascun caso gran parte delle superfici è di proprietà di chi non se ne interessa gran che, e ci specula aspettando solo che il quartiere degli affari si espanda, che arrivino fin lì i grattacieli.

Di conseguenza, valori immobiliari molto elevati, ma in fondo affitti relativamente bassi. Gli edifici sono sovraffollati e privi di manutenzione, servizi sanitari inadeguati e mal funzionanti, a volte inesistenti. La gente obbligata a viverci lo fa senza i requisiti minimi di un’abitazione decente. Trovano rifugio in questa fascia della città gli immigrati di più recente arrivo, i neri, i senzatetto, chi viene dalle campagne e non ha un riferimento, ma vorrebbe star più vicino a pasti di lavoro, servizi, mezzi di trasporto. Questa area confina poi coi quartieri operai di edifici multifamiliari ad affitti abbastanza bassi, ma in condizioni certamente migliori rispetto allo slum. Più oltre la zona sfuma in quella delle case del ceto medio, con un proprio nucleo di servizi. Qui abitano famiglie con redditi più alti, si pagano affitti più alti, le condizioni sono migliori che più a ridosso del centro.

L’ultima fascia urbana è quella delle casette unifamiliari, i terreni costano meno e di conseguenza c’è più spazio per ciascun nucleo familiare, col garage, il giardino, magari un po’ di verde in più. Oltre inizia il suburbio, con le ville sparse, i campi da golf, altri quartieri residenziali o zone industriali, mescolati a orti e aziende agricole, più qualche lottizzazione agli inizi. La città cresce e queste fasce successive spingono progressivamente verso il proprio esterno, consumando un po’ quella adiacente e sostituendo ad essa le proprie specifiche funzioni e inducendo altro degrado. Dunque la struttura della città funziona per cicli di crescita, condizionati dal sistema della proprietà privata e dalla speculazione immobiliare, oltre che dal regime di concorrenza caratteristico della società americana contemporanea.

National Resources Committee, Our cities: their role in the national economy, Report of the Urbanism Committee, United States Government Printing Office, Washington D.C. 1937 – Brani scelti e tradotti da Fabrizio Bottini

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