Urbanizzazione planetaria virtuale

Foto M. B. Style

I difensori di paesaggio e identità amano confondere la tutela dell’ambiente con le proprie peraltro piuttosto legittime istanze, finendo però per ingenerare qualche grossa confusione. Perché gira e rigira e rigira, il loro approccio finisce per qualificarsi come una sorta di «lontano dagli occhi lontano dal cuore», che di fatto da un lato esclude dall’equazione tutto ciò che esula da quell’ambito diretto, dall’altro lo comprende solo delegando ad altri eventuali federati della fede conservazionista il compito di procedere secondo il medesimo criterio. E se è vero che questa specie di «mosaico nimby» supera in teoria abbastanza coerentemente la classica accusa di parzialità egoista dell’opposizione alle trasformazioni locali, si conferma però la natura profondamente conservatrice di questa posizione, necessariamente contrapposta a qualunque istanza di progresso, crescita, evoluzione, viste sempre e comunque come negative. Accade così in realtà che la medesima crescita si scavi quei canali a bassa densità percettiva, ed elevata redditività finanziaria, che conosciamo col nome di suburbanizzazione, sprawl, città giardino e così via. Dove però da sempre si verifica il paradosso della nuova identità in qualche misura urbana (aspettative, consumi, stili di vita) che si scontra pesantemente col medesimo amato paesaggio dentro cui è andata a ficcarsi.

Tempo, spazio, società, ambiente

Possiamo partire dal termine «urbanizzazione» in senso strettamente tecnico (e sottilmente ideologico) ovvero individuata con alcune trasformazioni vistose del paesaggio, che si ritengono sempre meno accettabili man mano quel paesaggio lo modificano nei tratti più visibili. Il difensore di paesaggio ha per molti decenni combattuto l’impatto visivo della trasformazione, edilizia, poi stradale, molto di recente di alcune modifiche ambientali come specie vegetali autoctone o tecniche di coltura. È l’equilibrio di queste trasformazioni ad essere chiamato a volte cementificazione, stravolgimento, obliterazione del paesaggio e del territorio tradizionale, e si valuta col metro del conservazionista spesso in pure quantità di cubature, altezze e altri sviluppi verticali o orizzontali. Ma c’è molto altro, assai meno evidente in un primo tempo al conservazionista, che sfugge del tutto alla classificazione ed è in realtà altrettanto (se non più) impattante, pur costituito di immaterialità: sono i tempi, le aspettative, gli stili di vita, che costituiscono «urbanizzazione», e in realtà sono proprio quell’urbanizzazione che sta preoccupando molti osservatori scientifici e politici del nostro pianeta. Perché l’antica dicotomia città campagna, pur certamente sottolineata dal dominio qui degli edifici, là dai campi aperti, qui dell’artificio, là della vita naturale per quanto in parte addomesticata, stava proprio in quel diverso rapportarsi al tempo-spazio, alle relazioni, a volte al potere.

Omogeneizzazione e diversità

Ci sono varie sintomatologie di queste sinora irrisolte frizioni, ma forse la più comune l’abbiamo sperimentata tutti direttamente, in pratica senza neppure farci caso tanto è frequente: la coda dietro un mezzo lento. Pochi o tanti minuti con una massa in genere notevole di carico (tipico il carro rimorchio di balle di fieno in stagione) che impedisce la visuale e non è facilissima da superare in auto in sicurezza. E la strada che sino a un istante prima ci pareva tutto sommato adeguatissima, improvvisamente non lo è più, ma la domanda vera sarebbe: siamo noi cittadini gli intrusi nel paesaggio rurale, è quel residuo di agricoltura a infastidire il ritmo della vita urbana-suburbana, o altro? Con ogni probabilità siamo un po’ tutti, ad essere sbagliati, in quel cocktail di paesaggio, tempi, aspettative, spazio e flussi, perché l’urbanizzazione virtuale assai più pervasiva e impattante di quella fisica, si è del tutto scordata di dover in qualche modo adeguare il proprio ritmo a quello indispensabile degli ambienti a cui si vuole mescolare, e a cui ha deliberatamente e consapevolmente lasciato spazio. È questo probabilmente, il senso che dovrà abbastanza rapidamente assumere quell’idea di «pianeta delle città» o meglio degli stili di vita urbani generalizzati, che devono evolversi da quelli dell’urbanizzazione industriale, delle funzioni segregate, e dell’antico dualismo con la campagna, sostituita da una «funzione agricola territoriale» assai diversa, che parta però dalla prima e indispensabile integrazione: quella dei tempi, dei ritmi, delle aspettative. Altrimenti non andremo da nessuna parte, idealmente bloccati in eterno dietro quel carro di fieno, da cui dipendiamo.

Riferimenti:
Ryan Trares, Farmers struggle with growing suburban sprawl traffic, The Charlotte Observer, 2 giugno 2018

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