Viva la «cementificazione»

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Foto J. B. Gatherer

Ci sono due modi di amare l’ambiente, e non hanno nulla a che vedere né con le intenzioni né con gli stili di vita: diciamo che sono caratterizzati in senso culturale-filosofico, senza esagerare. Il primo si ritiene profondo, assoluto, e riguarda spesso militanti o comunque persone impegnate attivamente in qualche causa. Il secondo prova a mantenere un certo equilibrio, necessariamente instabile e contraddittorio, tra convinzioni di massima e vita quotidiana e di relazione. Difficile dire quale forma di amore per l’ambiente fra queste due (che rappresentano ovviamente degli estremi, nel mezzo molte sfumature intermedie) sia davvero la più efficace nel complesso, ma sembra di poter sostenere che la seconda abbia senza dubbio molte più potenzialità per diventare una specie di movimento di massa, se non altro perché non richiede vocazioni monastiche esclusive. E in fondo è a questo particolare segmento del mondo ambientalista, o meglio tendenzialmente e praticamente ambientalista a-ideologico, che si rivolgono sia le proposte di consumi materiali e immateriali, sia le politiche pubbliche, orientati a qualche area degli «stili di vita sostenibili». In buona sostanza appartengono a questo comparto tutte quelle abitudini e nuovi bisogni e orientamenti della generazione dei cosiddetti Millennials che tanto fa dannare studiosi, imprese, amministrazioni locali che provano a mettere in campo strategie di sviluppo mirate.

In principio la creative class

All’inizio c’era quel riferimento piuttosto modaiolo e trendy della classe creativa, così estrema e improbabile da apparire davvero quasi caricaturale, con quei «bisogni di città» che sembravano presi pari pari da un opuscolo pubblicitario: i quartieri densi, pedonali, la mescolanza di residenza e attività economico-commerciali. Forse non si è colto subito quanto la vera innovazione fosse leggibile soprattutto in negativo, ovvero rispetto a quanto la nuova classe emergente sembrava proprio non volere, e cioè lo stile di vita e le aspettative di massima dei loro nonni e dei loro genitori. Uno stile di vita in massima parte riassumibile con aspirazioni suburbane, che trovavano risposta solo ed esclusivamente in quel tipo di contesto spaziale, sociale, infrastrutturale, urbanistico. Il modello di quartierino trendy da opuscolo pubblicitario, era praticamente solo un modo per provare a proiettare in modo standard e vistoso un’alternativa radicale alla lottizzazione monoclasse monofunzionale persa nel nulla di fianco a uno svincolo della superstrada. In realtà per la pur variegata domanda (variegata economicamente, culturalmente, per tipologie di nucleo familiare e sotto-fasce di età) dei Millennials in pratica può funzionare tutto quanto ha caratteri urbani anziché suburbani, anche perché come abbastanza ovvio tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, e non si può certo costruire da zero un mondo su misura per ogni generazione, nonostante si affermi spesso il contrario.

Revisione socio-spaziale

Ma se i bisogni sono nuovi, qualcosa di nuovo ci vuole, e certo lo smartphone aiuta ma non basta: diciamo che al massimo può fare molto come coefficiente di moltiplicazione di tanti tanti tanti altri piccoli cambiamenti. A cosa? Ma al suburbio naturalmente. Per pilotarlo verso quelle forme più simili alla città che riescano a rispondere alle nuove domande, magari evitando sconvolgimenti, in una virtuosa logica di programma graduale. La tecnica si può definire vuoi densificazione, vuoi retrofitting, vuoi qualcos’altro (magari con una buona iniezione di pure trasformazioni d’uso o addirittura politiche immateriali), ma l’importante è che si tratti di un processo governato, non traumatico, non sconvolgente. Ci sono quei quartieri dove si può solo dormire o falciare l’erba in giardino, oppure prendere l’auto e allontanarsi da lì, verso uno dei contenitori dotati di interfaccia parcheggio e che svolgono altre funzioni, dal commercio al tempo libero al lavoro allo studio. Adesso si tratta di iniziare a far sì che quelle cose si possano svolgere anche a distanze pedonali, e una volta stabilito questo obiettivo il resto, lentamente, arriva da sé, almeno quando la pianificazione urbanistica lo consente e addirittura lo stimola: edifici adeguati, magari adattando quelli esistenti, oppure realizzandone dei nuovi per densificazione del lotti (col pianterreno adibito ad attività diversa dalla residenza). Pare una sciocchezza, ma è la chiave di tutto visto che proprio il modello del villino unifamiliare ha sinora bloccato qualunque trasformazione non episodica. E man mano ci si accorgerà dei vantaggi, saranno sempre più le famiglie e gli investitori orientati a questo genere di modello, superando le opposizioni «politiche» di chi continua a credere nella famiglia tradizionale nella casa tradizionale con l’auto tradizionale eccetera.

Riferimenti:
Chris Turner, Calgary versus the car: the city that declared war on urban sprawl, The Guardian, 8 luglio 2016

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