Abolire (o riformare) la Polizia: niente di nuovo

Mentre imperversano le manifestazioni che pretendono giustizia per George Floyd, Breonna Taylor, Tony McDade, Ahmaud Arbery, chiedono di riformare radicalmente polizia e prigioni, ottenendo un seguito senza precedenti. Il consiglio comunale di Minneapolis si è espresso a maggioranza per l’azzeramento dell’attuale settore Polizia che si giudica «irriformabile», il sistema scolastico di Portland ha cancellato un contratto da un milione e mezzo di dollari per «School Resource Officers» e a Los Angeles vengono spostati finanziamenti di 150 milioni di dollari dal bilancio della Polizia alle comunità di colore. Sia i favorevoli che i contrari a queste abolizioni e riforme la considerano una istanza innovativamente radicale. Il che consapevolmente o meno fa apparire il tutto come utopico, naif, piuttosto privo di basi teoriche. Ma se è certo che questa specifica richiesta di abolizione appare nuova, le sue premesse non sono affatto tali. La lotta contro la criminalizzazione collettiva – che talvolta si definisce «movimento per i diritti civili della nostra epoca» per combattere un sistema descritto come «nuovo Jim Crow» – era qualcosa di già chiaro ai tempi del Jim Crow originale. Le rivendicazioni per la libertà del neri si sono sempre scontrate con prigioni e polizie in quanto braccio armato dello stato capitalista razziale.

Sono però in molti a non aver chiaro il collegamento tra i vari movimenti per l’abolizione di polizie e prigioni, il che accentua la sensazione di una rivendicazione priva di storia. Ma il movimento per l’abolizione delle prigioni ha sempre capito che per farlo occorre una azione politica. Senza polizia non ci sarebbe nessuno che riempie le celle. Senza prigioni e celle la polizia non servirebbe ai suoi attuali scopi. Semplificando al massimo, i due aspetti cono legati da mutua interdipendenza: servire il capitale e tutelare sé stessi. I movimenti storici di abolizione delle prigioni auspicavano un ordine sociale diverso senza celle e senza polizie. Considerando il modo in cui l’abolizionismo era collegato al movimento per i diritti civili del secolo scorso, possiamo capire meglio come partire dai suoi risultati per porci nuovi obiettivi.

Nell’aprile 1947, nove uomini con una valigia in una mano e un soprabito nell’altro posano brevemente per uno scatto fotografico a Richmond, Virginia, prima di partire con una iniziativa di due settimane sulla desegregazione nel Sud, chiamata Viaggio di Riconciliazione. Si tratta di un gruppo inter-razziale, otto nei e otto bianchi (dovevano partecipare anche delle donne ma la cosa fu proibita per paure di sesso inter-razziale). Obiettivo, verificare l’efficacia di una sentenza del 1946 della Corte Suprema, Morgan contro Stato della Virginia, che aveva contestato le leggi statali a proibire viaggi tra gli Stati di gruppi multirazziali. Il Viaggio della Riconciliazione viene ricordato anche come «first Freedom Ride» e ispirerà i più noti autobus degli studenti militanti nel 1961 da Washington, D.C. a New Orleans, più volte aggrediti e imprigionati lungo la via. Alla fine del Viaggio di Riconciliazione, si era tentato di salire su ventisei tra autobus e treni, con un totale di dodici arresti in sei diverse occasioni, e tre persone trattenute per ventidue giorni in North Carolina ai lavori forzati. James Peck – l’unico a partecipare sia al viaggio del 1947 che a quello del 1961 – fu brutalmente picchiato in entrambe le occasioni.

Ci si sofferma raramente sul fatto che tra i partecipanti a Viaggio di Riconciliazione, otto erano già stati incarcerati in quanto obiettori di coscienza e appartenenti al movimento in crescita di abolizione delle prigioni. Ad esempio, Bayard Rustin, giovane socialista gay che avrebbe poi avuto un ruolo nell’organizzare la marcia su Washington di Martin Luther King Jr. nel 1963, nel 1944 fu condannato a tre anni per violazione della legge sulla leva obbligatoria. Iniziò la sua detenzione cantando la ballata anti-linciaggio «Strange Fruit» dallo spioncino della cella di isolamento nel carcere di Ashland. Avrebbe a breve guidato gli scioperi della fame contro la segregazione razziale cantando insieme agli altri «Jim Crow Must Go». Un atro dei partecipanti, Wally Nelson, pacifista nero, abbandonò un campo del Servizio Civile nel 1943, e si fece tre anni e mezzo di reclusione in un carcere federale. Lì condusse uno sciopero della fame per 107 giorni contro la segregazione razziale e fu sottoposto ad alimentazione forzata per 87 giorni, fino alla scarcerazione nel 1946.

George Houser, che insieme a Rustin era tra gli organizzatori del Viaggio di Riconciliazione, era stato per un anno nella prigione federale di Danbury come renitente alla leva nel 1940. Nel settembre 1945, l’anno prima di cominciare a progettare il Viaggio insieme a Rustin, Houser ospitò quasi cinquanta ex carcerati nella propria casa di Filadelfia per la prima Conferenza sui Problemi delle Prigioni. Quasi tutti bianchi (nelle carceri federali i detenuti erano per tre quarti bianchi, mentre gli obiettori neri come Nelson e Rustin avevano condanne più lunghe); erano stati arrestati per proteste contro la leva, la guerra, l’imperialismo, il razzismo, e si incontravano per sviluppare teorie sugli intrecci tra quegli aspetti e il carcere stesso. Houser, ad esempio, nota una serie di collegamenti tra temi ancora prima della conferenza, scrivendo di uno sciopero della fame contro la segregazione razziale nel carcere di Lewisburg (dove era detenuto Rustin). «Alcuni ragazzi decisero di rendere più inclusivo l’obiettivo dello sciopero. Non protestare soltanto contro la discriminazione di razza, ma anche contro la filosofia generale che sostiene il sistema carcerario»

Alla conferenza, la discussione centrale ruota attorno alla necessità di dibattere una riforma del sistema carcerario o la totale abolizione del carcere. Se c’è consenso sull’obiettivo dell’abolizione, il problema è come arrivarci. I primi passi sono individuati nella separazione del cappellanato dal carcere vero e proprio, costruire un sistema legale indipendente, porre fine alla censura, introdurre lavoro regolate a stipendi sindacali, calcolare tutto il tempo passato in cella come periodo di detenzione. In un incontro successivo dello stesso anno si propone di chiudere le discussioni chiamando l’iniziativa Abolizione del Carcere con la Riforma.

Se la conferenza non riesce a convergere verso un vero programma organico di sostituzione delle prigioni, i partecipanti ritengono però che un primo importante passo possa essere «proporre un metodo alternativo di affrontare il comportamento antisociale». Tra gli altri spunti pratici, omettere i nominativi dalle notizie di reati (per evitare la stigmatizzazione delle persone) e creare all’interno del sistema giudiziario criminale la figura dello «accusatore di società» per «sostenere le prove delle colpe sociali» in ciascun caso. Si raccomanda anche di redigere una Carta dei Diritti dei Detenuti, che comprenda la fine della segregazione razziale, il diritto a uno stipendio equo, nessun lavoro obbligatorio non pagato, visite coniugali, diritto di comunicare con un avvocato, fine della censura e «niente celle singole, niente celle a doppia porta o senza luce».

I partecipanti alla conferenza discutono animatamente su riforma e/o abolizione, mentre le pagine della newsletter del gruppo, Grapevine, sono decisamente più sbilanciate. Un lettore alla domanda «Che fare del sistema carcerario?» non ha dubbi: «Fra le due opzioni dei riformisti o degli abolizionisti sostengo decisamente il secondo gruppo». E anticipando in qualche modo l’adagio attribuito alla studiosa abolizionista Ruth Wilson Gilmore secondo cui «la prigione è la soluzione pigliatutto per i problemi sociali», prosegue sostenendo che: «finché avremo le carceri anche riformate, ci saranno prigioni sempre più grandi, dato che la storia dimostra come la società le utilizzi come scorciatoia per sfuggire alle proprie responsabilità di correggere gli errori economici e sociali mettendo le premesse al crimine. Riformare il sistema carcerario è come restaurare un capanno che deve comunque essere abbattuto». Newt Garver, arrestato per aver bruciato la cartolina di leva nel 1946, avverte: «Non facciamoci illusioni sulla riforma delle carceri. Le speranze stanno fuori dal sistema, non dentro di esso».

Per parte sua, Rustin, l’altra mente organizzativa del Viaggio di Riconciliazione, non sarà mai esplicitamente abolizionista. Ma molto presto nella sua lunga carriera militante organizza iniziative sia contro le prigioni che per le riforme, immediatamente dopo essere stato scarcerato. Pochi mesi prima del Viaggio scrive un saggio dal titolo Imprisonment from the Inside, denunciando le soluzioni punitive a problemi che sono sociali:

«Oggi il nostro obiettivo è verificare che la nostra esistenza — basata su violenza economica e politica, sul cambiamento sociale, sulla guerra internazionale – avviene in una società corrotta. E il carcere oggi rispecchia questa società. […] Dobbiamo individuare i collegamenti tra l’uso della bomba atomica nei conflitti internazionali e il modo in cui vengono trattate le offese alla società».

Anche lo stesso Viaggio di Riconciliazione offre ampie occasioni di sfida al mondo del carcere. Dopo essere stato arrestato durante le manifestazioni, insieme ad altri due militanti che avevano partecipato alla conferenza di Filadelfia – Igal Roodenko e Joseph Felmet – passa tre settimane ai lavori forzati in un carcere del North Carolina. Rustin ne ricava un crudo racconto che verrà pubblicato a puntate sia sul New York Post che sul Baltimore Afro-American e contribuirà ad eliminare la pena dei lavori forzati in quello Stato.

Anche se l’abolizione non è tra le richieste del movimento per i diritti civili di metà secolo – che pure comprende moltissimi dei più importanti attivisti – riprende piede negli anni ’70. Un ethos rivoluzionario – ciò che il poeta di origine messicana Raul Salinas chiamava «gli anni della rivolta delle prigioni» – che si lega alle lotte di strada. E poi le repressioni negli Stati, gli arresti, gli omicidi mirati di leader radicali neri e di altre minoranze, l’opposizione alla guerra nel Vietnam e la prigione per gli obiettori di coscienza. Il fondamentale contributo della pastora quacchera Fay Honey Knopp del 1976, Instead of Prisons: A Handbook for Prison Abolitionists, ad esempio, trova la sua genesi nelle visite agli obiettori di coscienza durante la guerra al Vietnam, oltre che nella partecipazione alle lotte femministe, per i diritti civili, dei gay, dei detenuti.

Come ci raccontano gli storici Dan Berger e Toussaint Losier, i detenuti diventano «simboli e portavoce di un movimento radicale più ampio». Con gli anni ’80 e poi ’90 si assiste all’emergere delle manifestazioni internazionali abolizioniste. Nel 1983 Ruth Morris organizza la Conferenza Internazionale per l’Abolizione della Pena, e poi a fine anni ’90 si costituisce nell’area della Baia di San Francisco a fine anni ’90 il gruppo Critical Resistance. Da allora nascono via via Incite!, Survived and Punished, Movement 4 Black Lives, BYP100, Dream Defenders, California Coalition for Women Prisoners, National Council for Incarcerated and Formerly Incarcerated Women and Girls: tutti a prassi abolizionista nel quadro della propria visione di liberazione. L’abolizione è immensamente cresciuta e si è allargata a partire da quella conferenza del Philadelphia Prison Group, grazie ai contributi delle persone incarcerate, delle femministe radicali nere, di chi ha subito violenze sessuali, di musulmani, immigrati, persone di vario orientamento sessuale, disabili, e altri. Molta riflessione si è rivolta all’impegno di lotta contro razzismo, militarismo, capitalismo, che definiscono l’impero USA. L’abolizione è una tematica eminentemente trasversale: mettere a nudo il sistema repressivo significa svelare il legame tra le lotte contro lo sfruttamento e l’esproprio, l’esclusione, e gli strumenti della gerarchia razziale e di genere.

La correlazione tra abolizionismo (obiettivo finale)e riformismo il mezzo per conseguire il fine) resta un tema vivacemente aperto. Sono in molti a sostenere quelle che Wilson Gilmore definisce «riforme non riformiste», ovvero che restringendo gradualmente il campo del sistema carcerario ci spostano, per usare le parole dell’abolizionista Mariame Kaba, «verso l’orizzonte dell’abolizione». Tra gli esempi di queste Riforme Non Riformiste solo per fare alcuni esempi: eliminazione della detenzione in isolamento e pena capitale; moratoria sulla costruzione o ampliamento di carceri; liberazione di chi ha subito violenze fisiche e sessuali, anziani, malati, minorenni, e di tutti i detenuti politici; riforma del sistema giudiziario; eliminazione della procedura di cauzione preventiva; eliminazione del monitoraggio elettronico, delle politiche di tolleranza zero nei quartieri e criminalizzazione della povertà; posti di lavoro federali a diritto all’abitazione garantito per gli ex detenuti.

Oggi le brevi esperienze della Conferenza di Filadelfia o del Viaggio di Riconciliazione si perdono nella memoria, quasi dimenticate. Houser ha descritto il Viaggio come «forse troppo avanti per il suo tempo […] deliberato e un po’ temerario assalto alla logica Jim Crow prima della maturità del movimento per i diritti civili». Rustin ritiene che «le cose fatte negli anni ’40 erano le stesse che poi hanno generato la rivoluzione dei diritti civili». Le idee non nascono pienamente mature, e i movimenti non sono lineari, ma le vicende delle lotte sono la materia prima che ci consente di costruire un mondo senza terrore razziale o di genere o la violenza di Stato.

Oggi il desolato panorama repressivo carcerario con quei bilanci gonfiati prosciuga il nostro immaginario su quanto sarebbe possibile in alternativa. La domanda che per qualcuno sorge automatica spesso suona: ma come faremmo mai senza prigioni e polizia? Invece di domandarsi: cosa potremmo fare per i quartieri con quei duecento miliardi di dollari? Ma come sottolinea Wilson Gilmore: «abolizione è presenza, non assenza». L’abolizionista detenuto Stevie Wilson aggiunge «non si tratta solo di eliminare qualcosa (per esempio polizia o carceri); si tratta di costruire ciò che ci serve per vivere, amare, prosperare». Nel momento attuale in cui l’abolizione sempre più possibile che mai, non dovremmo guardare altrove per «migliori» modelli di politiche o carceri, ma scrutarci nel profondo della nostra storia, cercando modelli di liberazione.

da: Boston Review, 9 giugno 2020; Titolo originale: The Struggle to Abolish the Police Is Not New- Traduzione di Fabrizio Bottini
Immagine di copertina: The College of Life – Manual of Self-Improving for the Colored Race, 1895

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