La città del dopo pandemia

Treni e autobus che passano quasi vuoti, i pendolari troppo spaventati per salirci. Le grandi imprese di punta che scappano dal centro città perché, dicono, non sanno più che farsene di quei costosi spazi a uffici. Mentre anche i dipendenti si spostano verso il suburbio o ancora più lontano, alla ricerca di condizioni abitative e di servizio migliori, lasciando enormi vuoti fisici e finanziari. Mi scuserete di questa, che era solo una strumentale escursione nel tempo fino alla metà del secolo scorso. Mi sono dimenticato qualcosa? Oggi le città americane sembrano tirare indietro le lancette dell’orologio, tornare a quegli anni ’50 quando il rapido passaggio dal trasporto pubblico a quello privato di massa portò le città al quasi blocco: traffico impazzito, parcheggiare un inferno. Sappiamo cosa accadde poi: si demolirono interi quartieri con uno spirito cementificatore e razzista da cui non si ripresero più. Un’epoca in cui le amministrazioni disperatamente facevano di tutto pur di trattenere chi voleva abbandonare i centri urbani. Un programma dopo l’altro, dal rifacimento dei centri terziari alle autostrade urbane, era mirato ad evitare almeno gli effetti della fuga suburbana: se non vogliono più stare qui almeno che possano arrivarci in auto facilmente, lavorare, far shopping, parcheggiare.

Oggi, mentre lentamente pare ritirarsi il virus, incombe una nuova apocalisse automobilistica. Riprende il traffico ma non quello dei mezzi pubblici, e non si riprenderanno nemmeno a breve se dobbiamo prendere per buono ciò che sta accadendo nelle città di Asia ed Europa. Di nuovo le amministrazioni locali subiranno una pressione enorme da parte degli automobilisti che cercano spazio. Cose che abbiamo già visto: per buona parte del ventesimo secolo, chi progettava le città era convinto che solo moltissime arterie veloci e grande disponibilità di parcheggi avrebbero prevenuto il «decentramento» salvando i nuclei centrali al loro ruolo economico. I risultati parlano da soli. Le città con spropositate reti stradali e superfici a parcheggio, sono invece i posti dove quasi nessuno vuol venire. Perché semplicemente la città non può fare meglio del suburbio inseguendolo nelle cose che sa far meglio: agendo così si autodistrugge.

Non si deve andare fino a Little Rock, Arkansas, o Newport News, Virginia, per vedere gli effetti dell’auto su una città. Basta guardare Chicago, dove dopo che si è smesso di guidare causa lockdown per sei settimane, si può respirare l’aria più pura da due secoli a questa parte. Oppure fare una capatina nel Bronx, dove le autostrade urbane avevano indotto une delle più spaventose concentrazioni di malattie respiratorie del paese. Che si colleghi o meno quella situazione all’essere quella circoscrizione l’epicentro della pandemia. Solo alcune eco dalla storia. Città devastate, quartieri di uffici in sonno, servizi ridotti all’osso. Le famiglie che se lo possono permettere si trasferiranno nel suburbio, insieme ai contributi locali che versano nelle casse. La metropoli si trova di fronte ai medesimi incubi di traffico degli anni ’50 e alla crisi fiscale anni ’70 nell’arco di poche settimane. Ai tempi sappiamo cosa avvenne: politiche di «tolleranza zero» che hanno fatto danni incalcolabili nei quartieri neri e ispanici, integrazione scolastica abbandonata per far contenti i reazionari e anche qualche bianco indeciso. Anche l’integrazione abitativa, con soldi del contribuente investiti in centri congressi, stadi, mantenimento in loco delle imprese, lasciando a boccheggiare ambulatori pubblici e biblioteche.

Ecco il quadro: sacrificare la qualità della vita di chi in città restava, per favorire chi pensava di andarsene o addirittura lo aveva già fatto. Si replicherà la medesima tragedia oggi, nel 2020? Dovremmo ripensare alla storia. Al principio del secolo scorso le città erano luoghi sporchi e malsani, si andava da una crisi all’altra, e i ceti lavoratori si svagavano allora andando nei parchi giochi ad assistere a spettacoli di fuochi d’artificio detti «pirodrammi». Uno in particolare era dedicato allo spegnimento incendi, argomento di grande interesse per i lavoratori, che ben conoscevano per esempio tragedie come l’incendio delle Triangle Shirtwaist Factory nel 1911, o il grande rogo di Chicago del 1871. L’architetto Rem Koolhaas ha collaborato a una produzione del Dreamland Park di Coney Island, dove un isolato urbano in fiamme viene salvato all’ultimo istante da eroici pompieri. Pare il simbolo di una metropoli in stato di rischio permanente, che come già scriveva in Delirious New York «sperimenta un astronomico incremento del pericolo di catastrofe, controbilanciato solo da una astronomicamente migliore capacità di affrontarlo».

Nella realtà non sempre i pompieri riescono ad arrivare in tempo. Ma la descrizione di Koolhaas coglie molto bene quello straordinario mescolarsi nella grande città di fragilità e resilienza. Vulnerabili di fronte al terrorismo, difficili da contenere in ogni modo. Assai suscettibili ad epidemie come quella del colera, ma al tempo stesso capaci se necessario di cambiare il corso di un fiume per combattere la malattia, o di acquisire e recuperare ampie superfici a parco per prevenirla. Colpite dalla pandemia virale, ma anche sedi dei migliori ospedali per contrastarla. In questo momento si trovano di fronte a una minaccia alla loro stessa ragione di essere, ma popolate da milioni di persone intelligenti pronte a reagire. Una reazione che dovrà sicuramente essere migliore e più creativa di lasciare che un mega-ingorgo si ingoi la metropoli mentre i suoi abitanti scappano verso la villettopoli. «Se San Francisco impaurita arretra all’attacco delle auto private, la città può dirsi morta, compresa la morte economica» commenta Jeffrey Tumlin, direttore dell’agenzia trasporti pubblici, in una intervista a Streetsblog SF. «E perché? Perché più auto non possiamo sopportarne, c’è un limite di carico, non abbiamo più spazio».

Eppure potremmo farci tanto con lo spazio: lasciare che negozi, esercizi, chiese, si allarghino là dove oggi ci sono i loro parcheggi. Far spazio perché la gente possa lavarsi le mani. Sistemare persone senza casa dentro gli alberghi vuoti. Aprire le vie a biciclette, monopattini, o sedie a rotelle, o a chi corre. Lasciare che si salga sui treni anche da soli in un vagone se si è vulnerabili. Far sì che gli abitanti stiano più vicino al posto di lavoro, portare servizi più vicino agli utenti. Possiamo anche fare molto col tempo: gruppi di lavoro che non condividono le ore di ufficio per evitare di stare con un malato. Esercizi pubblici che in certe fasce sono dedicati agli anziani. Orari sfalsati di scuole e uffici pubblici a evitare le ore di punta e appiattire la curva del traffico, riducendo l’affollamento sui mezzi e sulle strade. Merci scaricate e spazzatura raccolta di notte. Distanza sociale nel tempo oltre che nello spazio. Le città non hanno tutto contro dopo tutto: anche nel suburbio esistono uffici con gli ascensori. E scuole con le mense affollatissime. Poi hanno un traffico da impazzire, e centri commerciali in crisi che fanno pesare i propri servizi.

La pandemia finirà. Ma uno dei suoi effetti più spaventosi è quello di dimostrare quanta poca immaginazione esista per ripensare gli spazi in cui viviamo (solo per fare un esempio piuttosto estremo, a Bogotà ci sono giorni alterni di uscita per uomini e donne). Sono innovazioni immediate e di breve termine, come acquisire superfici a prezzi da pandemia da destinare a nuove abitazioni, o più strategiche e di lungo termine come obbligare le circoscrizioni suburbane a una fiscalità adeguata al loro impatto. Il sistema non funzionava da parecchio tempo. Perché abbiamo trasformato le città per il terrorismo a spese della salute pubblica? O perché puniamo chi non paga le bollette tagliandogli l’acqua, o leviamo di prigione i ricchi lasciandoci solo i poveri, o usiamo il potere pubblico per gli sfratti mettendo la gente per strada su richiesta delle proprietà? Non dovremmo farlo. Il «pirodramma» continua a bruciare, ma i pompieri passano gran parte del proprio tempo a occuparsi di reprimere senza casa e tossicodipendenza. Una cosa è certa: le città, anche nella situazione attuale di stasi, luoghi in cui si voglia vivere, per noi e per gli altri.

da: Slate, 13 maggio 2020; Titolo originale: Planning the Post-Pandemic City – Traduzione di Fabrizio Bottini
immagine di copertina da Norman Bel Geddes, Magic Motorways, 1944: la traccia tecnico-culturale promossa da General Motors per la Fiera Mondiale 1939 e ispiratrice dello Interstate Highway Act 1954

Commenti

commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.