Analisi urbanistiche: lo spazio sociale (1953)

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Foto F. Bottini

Più che di nuove ricerche, qui si tratta dell’organizzazione di una grande varietà di ricerche, già sporadicamente tentate nel passato e che oggi richiedono una maggior chiarezza di scopi e un metodo di elaborazione più rigoroso. Queste ricerche sulla vita sociale, urbana o rurale, sono particolarmente soggette a discussione, sia perché la loro lenta e faticosa reperibilità costituisce sempre un ritardo a risolvere i problemi urgeniti che si presentano nella pratica urbanistica, sia per quello che potremmo chiamare il loro peccato di origine e cioè le esigenze della società da ipotizzare. Se cerchiamo di definire lo spazio sociale di un insediamento umano, constatiamo anzitutto che esso è determinato da un complesso di punti presi in una serie di altri spazi e cioè:

lo spazio geo-topografico, individuato dalle condizioni fisiche del sito ed in particolare del terreno, lo spazio biologico, determinato dalle condizioni naturali di vita della specie umana; lo spazio antropologico, determinato dalla varietà e distribuzione dei tipi antropologici della popolazione; lo spazio economico, determinato dalle condizioni della produzione, del consumo, e dello scambio dei beni economici; lo spazio tempo, determinato dalle comunicazioni, e cioè la rapidità, frequenza, varietà ed economicità dei trasporti; lo spazio demografico, determinato dal volume, densità e distribuzione della popolazione; lo spazio culturale, determinato dalle esigenze dell’istruzione, della diffusione della cultura e degli svaghi della mente; lo spazio assistenziale, determinato dalle esigenze della solidarietà sociale, ecc.

In un senso più sintetico, ricordiamo che, in Svizzera, gli urbanisti propongono la distribuzione dello spazio nazionale nei quattro settori (1) dello spazio nutriente (agricoltura, foreste ecc.), dello spazio residente (città, borgate, centri rurali ecc.), dello spazio collegante (strade, ferrovie, canali ecc.),; i quali partecipano in diversa misura all’identificazione di uno spazio sociale che ad essi si aggiunge e con essi si articola necessariamente in correlazione allo spazio nazionale. Un esempio da ricordare fra le più recenti ricerche ecologiche può trovarsi nello studio di Robert Auzelle sui Metodi di indagine sull’abitazione (2). Ricordo che il motivo di tali ricerche si riscontra nell’annosa lotta contro le abitazioni insalubri, bollate dalla legge francese del 25-5-1938 con l’assimilazione dei proprietari di edifici malsani ai venditori di derrate adulterate! Passo legislativo di enorme importanza ma che, agli effetti della soluzione del grave problema, presuppone chiariti e risolti i tre problemi inerenti alla soppressione dei tuguri, e cioè:
1 – definizione dei criteri atti a giustificare il divieto di abitare;
2 – necessità di procedere ad evacuare immediatamente le abitazioni colpite da divieto;
3 – elaborazione delle norme giuridiche e finanziarie che consentono il restauro degli edifici, o la loro demolizione seguita da ricostruzione.

Ed è appunto per chiarire il primo punto che nacquero i metodi di indagine di R. Auzelle, con i quali, partendo dai dati sul numero degli occupanti le abitazioni e sul loro grado di socialità, si agevola la soluzione dei problemi della 2° categoria, perché, per poter sistemare le famiglie sfrattate, occorre conoscere le loro composizione e il loro comportamento sociale, tanto nell’interno dell’abitazione, quanto nei riguardi del nuovo ambiente (vicinato, posto di lavoro ecc.). Ricordo ancora le schede proposte dall’Auzelle per il questionario dell’inchiesta, che comprende tre parti (generalità, salubrità e socialità), ed è costituito in modo da permettere, con un semplice tratto di matita, di segnalare un fatto o di farne un apprezzamento. E ancora le schede familiari, che riassumono sinteticamente i dati precedentemente raccolti e ne permettono la classificazione in un apposito schedario. E infine la scheda consuntivo dei rilevamenti sociali eseguiti in un complesso abitativo, come sarebbe per esempio una strada.

Altro esempio di ricerca sociale è lo studio di Giovanni Astengo su “Le migrazioni spontanee e ridistribuzione ordinata (3) che è in definitiva una ricerca che, nei rapporti tra economia e popolazione, tende al raggiungimento di un equilibrio antropo-geo-economico basato su un ipotetico livello optimum di popolazione di un determinato spazio sociale. Questi studi e quelli su “I nuovi insediamenti in Sardegna” di Riccardo Nalli (4) o la veramente drammatica indagine sociale a Bogotà di Jorge Kibédi (5), testimoniano di una nuova fervida e notevole fase di ricerche che vertono tutte sullo spazio sociale e che rappresentano lo strumento caratteristico della moderna urbanistica. Si comincia cioè a convincersi che un insediamento umano non deve essere considerato come un termitaio o come un alveare, mirabili complessi, rispondenti a premesse biologiche di rigore ineccepibile, ma deve rispondere a tutte quelle altre esigenze che sono connaturate con la vita dell’uomo e ne rappresentano la superiorità e la peculiarità nel mondo creato.

Nel progresso delle conoscenze e delle esperienze urbanistiche degli ultimi cento anni (trascurando cioè quelle esperienze del passato che erano volte essenzialmente all’aspetto formale delle città e nelle quali l’equilibrio sociale era raggiunto e spesso mirabilmente e spontaneamente raggiunto, per la lentezza degli adattamenti e delle formazioni naturali nel tempo), le prime conquiste si verificarono nel campo tecnico e parve che la conoscenza perfetta delle leggi del traffico e la possibilità di disciplinarlo perfettamente, la pratica delle zonizzazioni e l’imposizione di un ordine nelle categorie, nonché tutte le esigenze igieniche che si dichiararono preminenti ed intangibili, parve, dico, che tutte queste conquiste potessero esaurire il campo della dottrina urbanistica, e che mancassero soltanto gli strumenti legislativi e le fonti economiche per imporre l’ordine nuovo. Ben presto però, gli errori già compiuti e le disamine delle menti più acute, denunciarono come la questione fosse più complessa e la soluzione ancora lontana. Fra i numerosi esempi che potremmo citare, scegliamo due acute critiche di Lewis Mumford a proposito di errori che esulano dal campo strettamente tecnico, ma che non appaiono meno fondati e gravi:

«Per reazione contro le tremende condizioni di affollamento e di disorganizzazione spaziale, i pianificatori moderni sono portati ad un’uniformità di dispersione che può minare il senso sociale tanto quanto la congestione brutale [… e qui compare il senso sociale, e pare una scoperta, e ancora] Oggigiorno due forze frenano l’attrazione reciproca dei cittadini come tali: una è costituita dai mezzi di trasporto veloci, dalla radio e dalle altre innovazioni meccaniche, che tendono a disperdere i membri della comunità su zone sempre più vaste. L’altra è la tendenza alla segregazione, specialmente sentita nei grandi aggregati urbani e accentuata dalla progressiva zonizzazione funzionale che sovente separa le classi e i gruppi […] in quartieri nettamente identificabili, in modo che non vi siano rapporti fra strati superiori e inferiori. In tal modo ogni gruppo o classe o casta vive in un mondo tale da negare nella sistemazione architettonica sociale la cooperazione multipla di tutte le comunità umane» (6).

E qui si mettono dubbi su quella zonizzazione che Gaston Bardet chiamerà più drasticamente Il vestito di Arlecchino (7), ove sia intesa a macchie piatte di colore, senza osmosi di scambi sociali. E infatti: le osservazioni sulla vita dei vecchi quartieri nelle grandi città, portano a constatazioni insospettate. Così la soppressione dei quartieri misti, dove le piccole industrie e le artigianali sono conteste negli isolati residenziali, pare che provochi una specie di pericolosa atonia sociale. Per contro certi quartieri materialmente sfavoriti, danno l’impressione di una vitalità sorprendente, che non può essere spiegata se non da fattori psicologici, i quali chiedono di essere tenuti presenti e valutati. In senso generale il gioco dei rapporti sociali, anche fra classi differenti, è un dato di fatto nella dinamica delle società umane. Così nelle grandi come nelle piccole città, nei quartieri nuovi come nei vecchi, si nota una tendenza a raggrupparsi spontaneamente attorno a certi punti di attrazione, che possono essere fabbriche, uffici amministrativi, centri commerciali, chiese, monumenti, piazze, punti panoramici ecc. Si tratta di aggregazioni senza legami sociali profondi se non casuali, o ci troviamo di fronte a strutture sociali finora scarsamente individuate?

I successivi gradi di organizzazione dell’habitat possono essere fissati razionalmente partendo dalla comunità, unità urbanistica elementare autosufficiente, intendendosi per autosufficienza urbanistica la rispondenza alla vita quotidiana dell’individuo associato in quanto residenza (abitazione ed esercizio di rapporti pubblici sociali), ricreazione, lavoro e movimento (8). E tutta una casistica minuta può distinguere l’unità quartiere (township) dall’unità minore (neighborhood). Oppure si possono ritener valide le gerarchie di Gaston Bardet (9) con i successivi échelon patriarcal, échelon domestique, échelon paroissial, che tengono maggiormente conto della peculiarità del tessuto urbano e pare ne vogliano rispecchiare la tradizione ancestrale. Ma è indubitabile che queste scale teoriche non sempre hanno riscontro nella realtà e non possono essere imposte nei nuovi centri o nei vecchi da trasformare, senza chiarire le trame che intessono i gruppi sociali (parentele, classi, religioni) nello spazio sociale. Nella stessa metropoli si hanno, nel vecchio centro, quartieri eterogenei, organizzati naturalmente ed efficienti per chiarezza di equilibrate convivenze sociali, anche se non perfetti dal lato abitativo; alla periferia possiamo trovare i quartieri più omogenei, ma deficienti dal lato della socialità. È evidente che gli interventi, diciamo terapeutici, devono essere diversi nei due casi.

Per quanto riguarda la circolazione della vita sociale, è facile constatare che le arterie sono un legame, ma sono allo stesso tempo un taglio, una soluzione di continuità. È fatale che così sia, ma è indispensabile che questi tagli e questi legami non siano decisi soltanto in base ai diagrammi del traffico. Nelle vecchie città la vita sociale era organizzata attorno ad arterie di tracciato spontaneo (le chemin de l’àne di le Corbusier), che hanno dato origine ad un tessuto sociale che non può essere stracciato o distrutto senza offendere un elemento vivente. Una modifica di piano viario, nuovo tracciato o semplice allargamento o ricostruzione, può creare un’emorragia che può essere fatale, lascia sempre una cicatrice, crea un rivolgimento che può essere ben più deleterio in sede economica (e potremmo dire anche in sede circolatoria), perché le decisioni siano prese con quella leggerezza che abbiamo tante volte deplorato e che non ha dato danni irreparabili soltanto per la grande vitalità di centri urbani adoperati come cavie.

Anche una piazza è allo stesso tempo un vuoto e un punto di attrazione. Crearne di nuove o modificare le vecchie è provvedimento di grave e delicata responsabilità. E ricordo quella che dicono fosse l’invocazione dei russi, abitanti le nuove città industriali dell’Urss: dateci una piazza! Infine la circolazione veicolare, meccanica, ha fatto dimenticare, si può dire, e in ogni caso ha sacrificato, la circolazione pedonale, che rappresenta uno dei dati più concreti e più stabili, socialmente parlando, della vita cittadina. «Non si tratta – dice Gaston Bardet – di comporre la città sulla base delle strade per il traffico meccanico, per poi concedere ai pedoni di scivolare nell’interno dell’isolato. Occorre che il sistema policentrico principale sia un sistema pedonale» (7) . E qui vorremmo far riflettere sul caso unico, e perciò da non generalizzare, della città di Venezia che, da questo punto di vista, potrebbe essere una miniera preziosa di ricerche. Ancora e sempre in sede di circolazioni, il problema della dislocazione quotidiana dei lavoratori, movimento pendolare che può essere perfettamente individuato, facilitato e corretto, oltre che in sede di tecnica urbanistica può avere enorme importanza sui problemi della libertà del lavoro, della scelta dell’occupazione più o meno adatta e conveniente, socialmente e individualmente. In definitiva la relazione abitante-posto di lavoro non si risolve in sede di trasporti e le due soluzioni: industri accentrata e città operaia, oppure soluzione a settori alternati, corrispondono a due strutture sociali diverse.

Per quanto importante possa essere la risoluzione del decentramento o diradamento delle industrie, è sorprendente che esso venga posto in primo piano mentre centinaia di migliaia di lavoratori deperiscono in tuguri abominevoli. Nel caso concreto è più utile spendere miliardi per lo spostamento di una grande industria o spenderli per costruire nuovi alloggi sani ed efficienti mezzi di trasporto? Non si vuole sollevare una vecchia polemica, ma i sociologi affermano che i malanni più gravi per l’igiene e la vita familiare non discendono dall’ubicazione dell’industria, ma sono la conseguenza dell’alloggio malsano e insufficiente e della disorganizzazione dei quartieri, per il sociologo lo studio dell’alloggio è un problema di etnografia sociale. Non basta risolvere l’esigenza tecnica, occorre trovare la soluzione per quelle strutture residenziali che permettono di raggruppare le abitazioni nella maniera più armonica.

Per finire, vediamo come è stato condotto lo studio sullo spazio sociale di una grande città, e precisamente su Parigi e l’agglomerato parigino (10). Premetto che si hanno due ordini di osservazioni: quelle riguardanti l’insieme dell’agglomerato urbano, ossia il Dipartimento della Senna coi suoi arrondissements e quartieri, e quelle che riguardano gli elementi del quartiere: l’isolato e lo stabile singolo o strada. Il primo ordine di osservazioni parte da quattro ipotesi di lavoro: l’importanza della popolazione attiva, la ripartizione delle classi sociali nello spazio considerato, l’esistenza di unità elementari o quartieri e l’esistenza di zone concentriche. Quest’ultima ipotesi, che proviene da quella formulata dal Burgess per Chicago, può essere criticata e messa in dubbio di fronte alle ipotesi dello Hoyt che considera zone radiali o settori, o all’ipotesi del Davie che insiste sull’esistenza di aree funzionali legate ai diversi centri di attrazione, senza alcuna corrispondenza con zone concentriche.

Per l’agglomerato parigino pare che la situazione reale confermi l’opportunità di una disposizione a strati concentrici (a cipolla) che ricalca le zone distributive delle classi sociali, pur con le evidenti distorsioni causate dalle strade ferrate, grandi assi di penetrazione stradale, ecc. Entro il cerchio di 30 km di raggio si avrebbe quindi: un nocciolo centrale della città degli affari, protendentesi verso l’ovest, una seconda fascia o zona rappresentativa, culturale, commerciale, mondana, una terza zona residenziale interna, una quarta zona residenziale-industriale, una quinta zona residenziale mista, una sesta zona dei centri periferici di nuovo o di vecchio impianto, infine una fascia, la settima, marginale, a centri radi e colture agricole.

Gli studi finora compiuti riguardano alcuni arrondissements più caratteristici, il XII, il XIII e l XIV, di popolazione media equivalente , com limiti abbastanza ben definiti e rapporti sociali vivaci e interessanti per una ricerca pilota come quella che si intendeva fare. Oltre alle solite ricerche demografiche è interessante aggiungere quelle che furono eseguite sulla distribuzione etnica delle collettività straniere (nord-africani, polacchi, tedeschi, italiani ecc.), sulla distribuzione delle attività (professionisti, artigiani, salariati ecc.), sulla religione, sull’appartenenza ad un partito politico, sui funerali civili, sul peso e statura media di alcuni tipi sociali, sui rapporti civili (percorsi in un anno di una ragazza del XIV arrondissement, relazioni di cinque famiglie operaie del XIII arrondissement, ecc.), nonché mortalità, delinquenza minorile ecc.

Furono aggiunte ricerche più minute (micro-ricerche) su particolari settori come quelle di Wattignies, o su arterie singole come il Faubourg Saint-Honoré. Qui i rilevamenti sono confrontati con qualche vecchio rilievo di un secolo fa e più, segnalano minuziosamente le botteghe di prima necessità, caffè, rivendite di tabacchi, negozi per vendite occasionali, farmacie, artigiani, autorimesse, cinema e loro zona di influenza, rivendite di giornali (alcuni rilievi persino sulla vendita dei giornali della sera), grandi magazzini popolari e di lusso, residenza degli addetti, provenienza della clientela ecc. Infine furono impostate ricerche su due settori della banlieue, quello di Boulogne-Billiancourt (banlieue proche) e quello del Petit-Clamart (banlieue pèriphérique). Qui è evidente l’importanza delle statistiche sulle industrie e i salariati, sui lavoratori agricoli e sulle colture, sulla possibilità di sviluppo di tali attività, carattere dei nuovi impianti residenziali, trasporti ecc.

Dopo tanto lavoro Chombart De Lauve si lascia tentare ad una definizione dello spazio sociale, definizione che si affretta tuttavia a qualificare provvisoria e che tento di tradurre con la maggiore esattezza possibile: «Lo spazio sociale è l’inquadramento spaziale nel quale evolvono le collettività e i gruppi di un dato complesso umano (bio-topografico) e le cui strutture sono imposte da fattori ecologici e morali». La tecnica di tutte queste ricerche è ricca, accurata, sapiente: rilevamenti aerei (verticali ed obliqui), grafici, liste di domande da fare ai diversi abitanti (la massaia, il bottegaio, il salariato, il pensionato, il professionista, lo studente, ecc.), la disciplina minuziosa dei segni, delle carte da usare e relative scale metriche, delle tinte, dei formati, scelta della persona che fa il rilievo, delle sue attitudini ecc.

In definitiva, l’introduzione di questi metodi di ricerca sullo spazio sociale in urbanistica può ben paragonarsi, come dice Gaston Bardet, all’introduzione del microscopio in biologia. Tutto un mondo nuovo si apre ai nostri occhi e nn si può affermare di avere il diritto di mettere le mani in una vecchia città, o di impiantarne una nuova, se tutto questo mondo non è scoperto e interpretato, pena la più penosa delle sconfitte. Se in tutto il mondo, e non solo in Italia, la dottrina urbanistica non ha colto, nella prassi, tutti i suoi allori, non è un male: forse è stato un bene. Ché in tutti i campi, dalla città alla regione (e perché fermarsi alla regione?) siamo ancora nella fase delle ricerche, e molte leggi sono ancora da scoprire e molti fatti sono ancora da appurare.

Estratto da: l’Ingegnere, febbraio 1953

Note Bibliografiche

  1. Nallo Mazzocchi Alemanni, Le comunità rurali, Istituto nazionale di Urbanistica, 1952
  2. Robert Auzelle, “Metodi di indagine sull’abitazione”, Urbanistica n. 9, 1952
  3. Giovanni Astengo, “Migrazione spontanea e ridistribuzione disciplinata”, Urbanistica n. 6, 1950
  4. Riccardo Nalli, “Nuovi insediamenti in Sardegna”, Urbanistica n. 6, 1950
  5. Jorge Kibedi, “Indagine sociale a Bogotà”, Urbanistica n. 8, 1951
  6. Lewis Mumford, “Pianificazione per le diverse fasi della vita”, Urbanistica n. 1, 1949
  7. Gaston Bardet, “Il tessuto urbano: nuovi metodi di analisi e di sintesi”, Urbanistica n. 4, 1950
  8. Vincenzo Columbo, La comunità: cellula umana del piano regionale, in La Pianificazione Regionale, Inu, Roma 1952
  9. Gaston Bardet, Le nouveau urbanisme, Vincent, Freal & C., Parigi 1948
  10. AA.VV., Paris et l’agglomeration parisienne, Presse Universitaire de France, Parigi

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