Sermoni anti-metropolitani

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Foto M. B. Style

Le parole sono importanti, e ancor più importante è il contesto in cui vengono pronunciate, nonché quello dentro cui si calano. Pensiamo al termine sprawl, all’immensa fatica per imporre il concetto nella consapevolezza di urbanisti e ambientalisti a cavallo dei primi decenni del XX secolo, soprattutto a fronte della fede quasi cieca nella necessità di decentrare, nell’opposizione spontanea alle concentrazioni urbane. Quanto sforzo ci volle all’educato Earle Draper, per pronunciare per la prima volta pubblicamente quella parolaccia negli anni ’30, davanti alle dame del vecchio Sud, nipotine della Scarlett O’Hara di Via col Vento, mentre provava a convincere i loro mariti che si trattava di un problema serio. Ma ancora oggi quella stessa parola sprawl, disinvoltamente impugnata e mediaticamente rigirata, viene riproposta come sostantivo qualsiasi, il cui senso dipende unicamente dalla discrezione di chi lo sta usando. Fino a diventare vessillo di libertà e democrazia quando l’utente è davvero spudorato, o innocentemente fazioso a sua insaputa.

Il complotto degli urbanisti

Nel caso in cui ci sia faziosità consapevole, ad esempio sostenuta dagli interessi che da sempre sono legati alla produzione integrata di sprawl (che non è una città difettosa, ma un vero e proprio modello di sviluppo progettato e costruito come tale), il vessillo di libertà e democrazia prende sembianze di apparente puro buon senso. E la dispersione urbana si trasforma in “ciò che vuole davvero la gente”, perché come argomentano i nostri eroi l’essere umano medio vuole una casa, una famiglia, un lavoro, un po’ di tempo libero e svago, e queste cose si sa che corrispondono a un determinato modello. Il quale modello, se non si va tanto per il sottile è facile facile da ricondurre alla casetta unifamiliare con steccato e garage da due auto, col giardino e il barbecue, gli spostamenti in macchina verso la fabbrica l’ufficio, il centro commerciale, per accompagnare a scuola i figli, eccetera eccetera. E a questi diritti costituzionali del cittadino si oppongono invece gli urbanisti probabilmente pure un po’ comunisti, che però forse comunisti non sono perché favoriscono i ricchi.

Il complotto degli anti-americani

Forse favoriscono i ricchi perché sono pagati da loro, insinua implicito il commentatore pro-sprawl. Perché altro dovrebbero altrimenti concepire quelle assurde città tutte fatte di grattacieli, dove ci si muove sempre in metropolitana, dove gli appartamenti sono piccolissimi senza giardino e senza doppio garage e barbecue, e dove invece che al centro commerciale con grande parcheggio si va dentro a negozi frequentati da fighetti insopportabili, artisti, gentaglia insomma. Gli urbanisti che immaginano quartieri de genere sono certamente al soldo di tipi come l’ex sindaco di New York, Michael Bloomberg, o di altri pervertiti primi cittadini di Chicago, San Francisco, Los Angeles, tutta gente che straparla di densificazione, di quartieri a funzioni miste, di mobilità dolce, di impedire insomma al cittadino di costruirsi la sua casa dove vuole e come vuole, e come Dio in persona gli ha garantito da qualche parte. Tutti questi cattivissimi personaggi sono alleati nella costruzione di un complotto detto Plutonomia: “plutonomia significa una società e una economia rivolta soprattutto alle necessità dei ricchi”.

L’Eden lasciamolo perdere

Ecco, diciamo che con questo riferimento al complotto demo-pluto-massonico eccetera anche stavolta il critico pro-sprawl ha, come si suol dire, pisciato fuori da vaso, ovvero si è rivelato in tutta la sua faziosità pregiudiziale: nonostante il solito uso di statistiche e il tono serioso, non sta studiando una situazione, ma cercando in ogni modo di evidenziare lacune e guai di ogni tipo. Vero, verissimo che molti quartieri delle grandi città coi processi di densificazione e riqualificazione (assai imperfetti) spesso lasciati nelle mani dei soli immobiliaristi, hanno finito per emarginare o addirittura espellere ampi strati della popolazione a basso e anche medio reddito. Vero, verissimo, che certe ricette di gentrification per bonificare il degrado urbanistico e sociale di alcune zone hanno finito per appiattirne l’encefalogramma urbano su un solo tipo di residente, di solito il giovane ricco e senza famiglia. Ma si tratta di casi estremi, di cui si parla anche senza evocare come “alternativa” quel modello da sogno americano anni ’50 ormai chiaramente irrealistico, oltre che improponibile per i costi ambientali, energetici, climatici. Ecco, sta forse tutta qui la questione: lo sprawl è insostenibile, ma interessa a tanti negazionisti per mestiere, che farebbero di tutto per tirare un po’ di più la corda.

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