Bergamo: discipline architettoniche e trasformazioni urbane

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Foto A. Tiraboschi

Sento spesso alcuni architetti che hanno il compito di intervenire con studi di fattibilità funzionali alla progettazione e alla costruzione di luoghi urbani, discutere con giri di parole piuttosto ridondanti delle trasformazioni eseguite. Dai loro discorsi traspare la convinzione che la soluzione dei problemi o le risposte alle domande dei cittadini si possa esaurire con il gioco formale della composizione architettonica. Ma allora è d’obbligo porsi il quesito se il progetto di architettura funzionerà.

L’architettura influenza la condizione ambientale della città, e una piazza non può diventare un bosco urbano se non viene compreso il senso del luogo, quello di appartenenza e dell’inconscio collettivo. Sfuggire all’analisi della complessità urbana per rifugiarsi nell’artisticità e spesso nella stravaganza di un disegno formale, non aiuta a sciogliere i nodi delle emergenze, la comprensione delle appartenenze, la soluzione dei conflitti.

L’ entusiasmo per un tema di architettura della città si rivela spesso solo tentativo, esercizio teso a nascondere incapacità, fatica di affrontare nuovi e vecchi problemi urbani. L’analisi di contesto, dell’identità collettiva e dei caratteri del paesaggio divengono dunque impropriamente il riparo per presupposti sufficienti per il pensiero che fonda il progetto e lo giustifica.

La rappresentazione dell’identità collettiva non può essere considerata la sola unica espressione dei molteplici riferimenti sociali. L’esercizio di collegamento tra brani di città eseguito con i soli giochi formali della composizione architettonica, da una parte risolve l’aspetto della forma urbis della città, ma dall’altra non soddisfa le attese di una civis che ha diritti e prerogative da esercitare.

Se è necessario un potere politico per governare la molteplicità di interessi, il Governo della città rappresentato dagli eletti dovrebbe affrontare, prima di decidere qualsiasi trasformazione urbana, una seria analisi dei luoghi e del contesto sociale. In gioco vi è la possibilità di costruire la nuova città che deve avere senso per le quattro popolazioni urbane: abitanti, city users, businessmen e pendolari (Martinotti, 1993). Ragionare solo per aree, senza la consapevolezza di una precisa idea di sviluppo della città nel suo insieme, porta inevitabilmente alla frammentazione progettuale, a non tener conto del rapporto fra spazio e società.

La forza di un progetto di architettura, l’idea che lo genera, deve poter liberare la visione di futuro, far sognare, moltiplicare la potenzialità espressiva e di senso dello spazio urbano. Il ridisegno della città futura dovrebbe essere allora inteso come uno strumento dinamico del divenire, di governo dei fenomeni urbani da trattare che includa la gestione sociale della realtà urbana ancor prima di quella spaziale del costruito.

Il progetto di modifica del piazzale della stazione ferroviaria a Bergamo, destinato a essere migliorato dopo le critiche sollevate dai cittadini a seguito del rifacimento attuato dalla precedente Amministrazione Tentorio è stato affidato all’archistar portoghese Ines Lobo. Il Comune dichiara che non è stato possibile organizzare un bando con più architetti, ed il motivo per cui l’amministrazione del sindaco Gori ha deciso di puntare sulla Lobo è che: «c’è la necessità di riprogettare uno spazio partendo dalle fondamenta architettoniche esistenti». E ancora sulle motivazioni di modifica: «per agganciarsi meglio al contesto urbanistico, l’implementazione del verde, nessun intervento di rottura o demolizione e la creazione di un padiglione informativo legato inizialmente ad Expo».

L’affermazione non da senso al contesto e non da un’idea complessiva delle problematiche che ruotano intorno alla realtà del piazzale. Sperare che il progetto dell’ archistar sia la carta vincente per risolvere le emergenze del piazzale con siffatti presupposti non considera il rapporto tra lo spazio e la società. Meglio allora domandarsi a quali funzioni è destinata la piazza, scandagliare il subconscio collettivo di coloro che la frequentano e trarre indicazioni per un’analisi urbana utile per decidere.

Manca allora un pezzo, un tassello da inserire nella visione della politica da disegnare, un campo costituito da pratiche sociali e istituzionali da connettere con quelle tecniche, il cui approccio come sostiene Gabriele Pasqui sia esplorativo e generativo. Franco La Cecla afferma che «l’Architettura ha deciso ad un certo punto, dopo la caduta del Muro e delle ideologie, di non aver più a che fare con essa, di lasciare la mente locale a sé stessa, tanto si riteneva incapace di leggerla». La «mente locale», a Bergamo dovrebbe essere letta, e il potere politico dovrebbe prestare attenzione alle moltissime possibilità del piazzale, in quanto spazio urbano il cui uso e funzione indica il grado di intensità di rapporto tra gli abitanti, la città costruita e l’urbanistica.

Edoardo Salzano, sullo spazio pubblico afferma: ” Ci lamentiamo dei recinti che segregano le città dei ricchi, quelle dei benestanti, quelle delle varie categorie dei poveri, vogliamo la mixité, ma non ci impegniamo a sufficienza a progettare gli spazi pubblici (utilizzando magari quelli che gli stessi abitanti hanno scelto come luoghi in cui stare insieme) come nodi di una composizione sociale della città… i requisiti opposti a quelli che rendono pubblica una piazza (lo spazio pubblico per antonomasia): sono recinzione mentre la piazza è apertura; sono sicurezza mentre la piazza è avventura; sono omologazione mentre la piazza è differenza e identità; sono infine distanza dalla vita quotidiana anziché la sua prossimità… lo spazio pubblico della città deve essere anche il luogo del conflitto. Conflitto tra i diversi interessi in contrasto tra loro, di chi vede e utilizza la città come strumento per arricchirsi e di chi vuole la città come strumento per abitare, lavorare, incontrarsi, partecipare al governo. Dall’urbanistica, insomma, occorre guardare alla politica».

Più in generale, il sistema di relazioni tra gli attori coinvolti nel processo di rinnovamento della città andrebbe definito per mezzo di un pensiero strategico e di chiari disegni di futuro, che sottintendono a pensieri di rigenerazione urbana. Promuovere processi di trasformazione della città truccati da stravaganze formali di architetture che non rivelano problemi e opportunità mette a nudo l’incapacità di rappresentare le soluzioni per l’ambiente urbano divenuto sempre meno abitabile.

Il caso del piazzale della stazione di Bergamo è il problema che ci sottopone la contemporaneità, che è culturale e le decisioni di trasformazioni urbane per la città andrebbero assunte con metodi esplorativi e generativi. Varrebbe forse la pena di assumere un comportamento, più attento, che scandagli le profondità, quello dell’esploratore prudente ma coraggioso (La Cecla, 2008), che conosce la società e comprende come si dovrebbe abitare la città per stare bene insieme. La missione da compiere è definire i modi con i quali la società sta insieme per produrre contesti e azioni e quindi un’ architettura più coerente alle attese e ai processi di innovazione e apprendimento sociale.

Riferimenti bibliografici

– Guido Martinotti, Metropoli – La nuova morfologia sociale della città, Il Mulino, Bologna 1993
– Franco La Cecla, Contro l’architettura, Bollati Boringhieri, Torino, 2008
– Gabriele Pasqui, Il territorio delle politiche, F. Angeli, Milano 2001
– Edoardo Salzano, Memorie di un urbanista, Corte del Fontego, Venezia, 2010
– Isaia Invernizzi, «Piazzale della stazione, voto a scatola chiusa il progetto arriverà lunedì», in Bergamo News. Quotidiano on line del 21 novembre 2014, www.bergamonews.it
– La redazione, «L’architetto portoghese Ines Lobo che rifarà il piazzale della stazione», in Bergamo post del 03 ottobre 2014, www.bergamopost.it

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