Casa: come risolvere il problema in due mosse. Oscene

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Foto J. B. Hunter

Il problema della dismissione di funzioni urbane a grandi linee lo conosciamo un po’ tutti: c’è uno spazio, una serie di edifici e infrastrutture, dedicato a un certo scopo, e quello scopo è diventato obsoleto, gli spazi sono abbandonati, creano un vuoto e spesso anche un rischio per tutta la città. Esiste però anche un punto di vista leggermente diverso della faccenda, e si tratta dell’obsolescenza pianificata. Succede coi televisori e i telefonini, e succede pure con le aree urbane. Nel senso che la funzione in sé andrebbe ancora benissimo, ma qualcuno ha aspettative diverse, e soffia sul fuoco di un suo rapido accantonamento: il vostro telefonino non ha l’accesso web? Dovete assolutamente cambiarlo, e se del web non ve ne frega niente lo cambierete lo stesso, quando noi avremo modificato qualche particolare delle reti e non funzionerà più. C’è un’area urbana produttiva, residenziale, di servizi che svolge il suo ruolo? Malissimo, dovrebbe svolgerne un altro che aggrada agli speculatori, e allora si licenzia, si fanno campagne di stampa terroristiche, si sabotano manutenzione e altri interventi, finché non esiste altra alternativa alla cosiddetta riqualificazione. Funziona addirittura, in assenza di serie tutele e politiche, con le zone agricole, «dismesse» a colpi di fallimenti pilotati delle aziende che magari andrebbero avanti benissimo, se qualcuno non interrompesse per misteriosi lavori l’erogazione di acqua, o impedisse per altri motivi oscuri il passaggio da un campo all’altro. Così a quanto pare va un certo tipo di mondo.

Esiste anche la dismissione residenziale, sulla spinta un tempo soprattutto della modernizzazione igienica dei centri abitati, poi di quella infrastrutturale più moderna delle città nel segno della mobilità automobilistica e del nuovi modelli abitativi razionalisti. Gli stessi modelli poi entrati rapidamente in crisi, stavolta di ordine sociale anziché strettamente sanitario, e il cui simbolo resta la famosa demolizione negli anni ’70 degli stecconi di case popolari progettate solo dieci anni prima, ripresa al rallentatore e riproposta in un film documentario che ha fatto il giro del mondo. Anche qui spunta però evidente lo zampino degli speculatori, evidente già nelle prime operazioni di sventramento ottocentesco o rinnovo urbano novecentesco: il degrado, se poi esiste davvero, usato come strumento per fare altro, magari semplicemente spostandolo, quel degrado. Alloggi antigienici o inadeguati sostituiti con case dignitose, dove però NON abitano gli inquilini di prima. Quegli inquilini, scopre quasi sempre chi fa indagini non faziose, finiscono per andare ad alimentare altro degrado altrove, in modo diluito e poco appariscente, che non fa titoloni sui giornali. Tutta la nuova qualità della riqualificazione, insomma, è andata nelle tasche di chi ha pianificato la dismissione a proprio uso e consumo.

Ma i veri credenti nel verbo liberista non dismettono la loro fede cieca nell’intervento taumaturgico della Mano Invisibile del mercato, liberandosi con criteri apparentemente analoghi a quelli della dismissione, di una tara, o almeno di qualcosa che loro considerano tara: i quartieri popolari novecenteschi. Un tempo realizzati magari in zone di estrema periferia o addirittura extraurbane, con corposi investimenti pubblici, via via si sono inseriti in un tessuto insediativo più complesso, formando il mosaico di abitazioni, servizi, verde, infrastrutture che chiamiamo correntemente città. Cosa che evidentemente appare intollerabile per qualunque autentico reazionario: la città è per le persone civili perbacco, la cui civiltà si misura scientificamente con i conti correnti bancari e i depositi in titoli e azioni!

Il vero motivo di tanto scandalo, è che quei quartieri, esattamente come previsto una o due o più generazioni fa dai progettisti, oggi hanno visto cresciuto di parecchio il loro valore urbano, e infatti integrano (o almeno appena possibile provano a farlo) ceti sociali diversi e diverse attività in un medesimo contesto. Ma i cervelloni del neoliberismo quel valore sociale manco sanno cosa sia, e vedono esclusivamente il valore monetario di mercato degli spazi, da qui il ragionamento: vendiamo quelle case e col ricavato ne facciamo tante altre, altrove. Geniale! Segregazionista, incurante del ribaltamento storico di questo approccio a dir poco semplicione e brutale, il cervello dei conservatori si lancia in un esercizio del tutto contabile, in un ragionamento che parrebbe ineccepibile appunto dando per scontato ciò che non lo è affatto. Ovvero che la casa non si riassume nella definizione immobiliarista del metro quadro, ma va – come dire – un pochino oltre lo zerbino all’ingresso, coinvolgendo perlomeno il quartiere e le sue varie dinamiche

Forse si sottovaluta l’intelligenza di chi certo è reazionario, ma mica scemo. L’obsolescenza pianificata è un processo multiforme e complesso, dove si guadagna speculando un po’ dappertutto (quando si trova una sponda nei decisori naturalmente). Le ricerche sociologiche sulle rivolte giovanili urbane, rilevano come una componente importante della scintilla che genera incendi e devastazioni sia la prossimità fra chi può permettersi certi consumi e chi può solo guardare con invidia. Più precisamente, la questione è l’integrazione più o meno compiuta fra i quartieri popolari e le aree di ceto medio: là dove la pianificazione urbana ha costruito i soliti enormi ghetti di palazzi economici in periferia, meno rivolte e saccheggi; quando invece le case popolari stanno in mezzo a quelle di commercianti e professionisti, le riots assumono quelle forme che tanto spaventano l’elettore benpensante.

Nel dibattito internazionale sulle città se ne sentono davvero di tutti i colori sui processi di sostituzione sociale variamente detti gentrification, fra chi li benedice per via dell’impennarsi delle valutazioni immobiliari, chi ne teme i contraccolpi fra le vittime di affitti insostenibili, e ancora chi prova a mescolare alle sole dinamiche di mercato anche politiche urbane innovative, pur lontanissime dall’accusa di «socialismo». Quella che prospettano i liberisti con la svendita dei quartieri popolari classici oggi integrati, è una vera e propria gentrification pianificata, sostenuta con denaro pubblico, con deportazione dei ceti a basso reddito residenti programmata e governata. Ma dove deportarli? E qui arriva l’ultimo tassello, perché per realizzare nuovi quartieri di case popolari servono spazi, e per aumentare al massimo gli spazi acquisibili con le risorse recuperate vendendo quelli centrali, occorre spostarsi molto in periferia, magari in estrema periferia, magari in territori vergini sino a quel momento tutelato a parco o greenbelt: per l’emergenza abitativa (di gente che la casa ce l’aveva) si fa questo e altro. Capito il trucco?

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