Casa dolce casa

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Foto J. B. Gatherer

Chi cerca casa o l’ha cercata, ha rapidamente capito che la soluzione ideale non corrisponde mai al portafoglio. Non credeva di avere troppe pretese, e neppure le tasche troppo vuote, ma il mercato sembrava aver anticipato sadicamente i suoi gusti da molto prima che nascesse: se proprio vuoi quello, devi pagarlo carissimo. Quello, è semplicemente abitare in un posto dotato di servizi, insieme ad altre persone però con una certa privacy, potersi spostare a piacimento, in fretta ed economicamente verso tutto ciò che interessa: cultura, consumi, stimoli sociali e relazioni, attività economiche, eventuali nodi di trasporto pubblico, piazze, verde ecc. Ogni metro quadrato in quelle situazioni vale oro, e se le quotazioni sono inferiori di solito non si tratta di un affare, ma solo di rinviare un po’ grosse spese di ammodernamento, manutenzione, oppure rinunciare a molti, magari tutti, i vantaggi dell’abitare in centro città, ovvero l’unico contesto che ha queste caratteristiche.

Classificare gli spazi in modo secco, centro, periferia, campagna, piccola città, grande città, è un modo come un altro per semplificare le cose. Ma come spesso si riflette (non sempre, per fortuna di chi sa scegliere) anche nelle quotazioni di mercato, questa valutazione un po’ impulsiva non aiuta davvero a cercare qualità abitativa, se non vogliamo limitarci semplicemente alle quattro mura domestiche ma ragioniamo come un vero operatore immobiliare, fedele alla trinità: location, location, location! Per fare un piccolo esempio, fra gli spazi più ambiti ci sono oggi quelli del centro storico, anche se sino a non molto tempo fa non era così. Di sicuro c’è un certo fascino nei vicoli, cortili e piazzette delle città vecchie, nelle case vicine le une alle altre, spesso con angolature strambe e cambi di veduta e prospettiva da un punto all’altro, da una stanza della casa all’altra. Le scelte di tante amministrazioni di intervenire a migliorare spazi pubblici, pavimentazioni, passaggi, giardini nel nucleo centrale, affiancate agli investimenti privati negli ammodernamenti degli edifici, hanno fatto tornare in vita tantissimi quartieri, un tempo ridotti a tristi caricature di sé stessi.

Ma per quanto gradevoli come spazi per abitare, quei posti non sono certo città ideali. Non solo hanno anche tanti difetti e controindicazioni, ma esistono qualità urbane particolari e molto auspicabili che si trovano solo altrove: in alcuni tipi di periferie, nei centri minori. Basta sapere cosa si vuole, e andare certo dove ci porta il cuore, ma pensandoci anche un sopra. Il resto poi lo faranno abitudine e spirito di adattamento. Di sicuro leggere tutti i contesti in modo schematico, secondo categorie preconcette, aiuta in prima istanza, ma poi non aiuta a capire e giudicare sul serio, lasciando intatte quelle divaricazioni ideologiche che dividono i partigiani della città dagli entusiasti cantori della libertà suburbana.

Poi esistono città di quartieri segregati e a fortissimo orientamento automobilistico, e magari suburbi ricchi di spazi pubblici, piste ciclabili, buoni collegamenti coi mezzi. E allora? Allora certi criteri di pura densità, che dovrebbero trasformare le quantità in qualità, non valgono più, almeno se non vogliamo speculare sui terreni. Un buon metro di giudizio, è quello qualitativo della fruibilità pedonale, che si trascina appresso permeabilità, socialità, spesso anche funzioni miste, insomma richiama molti elementi del quartiere complesso alla Jane Jacobs, senza necessariamente evocarne forme architettoniche e sedimentazione storica, e infatti si applica soprattutto al giudizio su nuovi progetti.

Esistono sia una ideologia urbana che una suburbana, ciascuna con proprie motivazioni culturali, storiche, ambientali, dotate di solidi fondamenti e appassionati sostenitori. Ma semplificare troppo non giova a nessuno, come hanno dimostrato studi sulla composizione sociale suburbana tutt’altro che middle class bianca, o altre ricerche sulla scomparsa dello spazio pubblico in quartieri centralissimi di recente riqualificazione per fasce alte di reddito. Certa ideologia (e speculazione) urbana che strizza l’occhio all’istinto quasi infantile che ci attira verso alcune forme architettoniche tradizionali, è la stessa che poi produce una desertificazione simil-suburbana o peggio, proprio enfatizzando certi aspetti esteriori, come succede in certi quartieri storici svuotati di tutte le attività commerciali e artigianali, salvo mantenere artificiosamente una certa atmosfera attraverso le architetture. Diventa di gran moda abitare vuoi il centro storico svuotato e tirato a lucido vuoi la fabbrica lottizzata e segregata in costosissimi loft. A ben vedere, he differenza c’è, in fondo, fra stare lì dentro e stare nella classica villetta con giardino? Pochissima, se non ci facciamo distrarre da qualche dettaglio del panorama.

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