Cementificazione che fa bene alla campagna

Quando si vive in un ambiente complesso, semplificare è importante, ma può essere anche fuorviante. Come dividere in modo un po’ infantile tra buoni e cattivi, dove ad esempio tra i cattivi sta sempre il cemento: cementificazione qui, cementificazione là, pare di stare tutti immersi dentro quella vecchia strofa di Celentano che esortava “non ci devi far caso, se il cemento ti chiude anche il naso”. Mentre invece se guardiamo con un minimo di spirito realistico scopriamo l’ovvio, ovvero quanto il cemento sia buono, utile, indispensabile. A farci stare col culo all’asciutto, come in fondo sapevamo già prima. Il messaggio della canzone, interpretato correttamente, sarebbe che il cemento non va bene quando chiude il naso o altri orifizi, mentre funziona ottimamente per separarci dal bagnato, dal freddo, da qualunque cosa ci possa infastidire o aggredire. Infatti quando è adeguatamente sagomato lo chiamiamo casa. Nessuno si sognerebbe mai di dirvi scusa devo scappare mi aspettano a pranzo dentro l’orrida colata cubica di cemento che ha devastato il territorio, no? E invece con gli eccessi di semplificazione si finisce per danneggiare proprio quello che vorremmo invece proteggere. Prima il buon senso, e poi la campagna.

Più città, più campagna

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Foto F. Bottini

Così come per fare il tavolo ci vuole il legno, al giorno d’oggi per fare la campagna ci vuole la città. Il rischio è che invece le cose succedano all’inverso, ovvero per fare legna si usi il tavolo, e per fare la città si devasti la campagna. Accade così nella logica dei modernizzatori trogloditi, quelli che vedono sempre e solo un modello di business: si dichiara edificabile un’area, magari addirittura come diritto naturale (il mitico diritto edificatorio connaturato alla proprietà e trasferibile come un assegno), e poi ci si imperversa sopra. Da questo abuso insopportabile poi nasce appunto la leggenda della cementificazione mefitica: visto che il cemento lo manipolano gli stronzi, deve essere per forza una stronzata. Eppure si tratta della materia prima dentro cui siamo cresciuti tutti, avrà pure qualcosa di buono, anzi di ottimo. Dipende da come lo si usa, ad esempio concentrandolo per riqualificare invece di farlo dilagare ovunque. Costruendo più città per lasciare più campagna.

L’eco delle ciminiere

La parola chiave suona un po’ sporca, brownfield, e sta a significare terreno urbanizzato, industrializzato, comunque parecchio usato. Il genere più frequentemente noto di questi spazi sono i capannoni industriali dismessi, ma ce ne sono tantissimi altri, di ambienti “imbruniti” da un tipo di urbanizzazione per qualche motivo obsoleta, fino a quartieri di casette sparse che parrebbero perfetti se non fosse che stanno ormai nel posto sbagliato. Oggi questi brownfield possono contenere nel modo migliore e più efficiente gran parte delle trasformazioni necessarie a ospitare case, negozi, attività produttive amministrative e di ricerca, servizi e tempo libero, salvando al contempo maggiori superfici di greenfield da una irreversibile trasformazione urbana, che interesserebbe anche contesti molto più vasti. Il vero problema è il punto di vista che si assume, e che deve essere consapevole: insediamento umano significa comunque urbanizzazione, possiamo decidere se questa urbanizzazione sarà concentrata o dispersa, sostenibile o di forte impatto.

Qualità urbana per la tutela della campagna

Chi va a costruirsi la classica villetta isolata pensando così di immergersi nella natura, non si accorge (non vuole accorgersi) che così facendo ha eliminato un pezzo di natura, appoggiandoci sopra il suo pavimento, la strada per arrivarci, e poi i fumi dei suo scarichi, i suoi rifiuti e via dicendo. Il medesimo posto avrebbe potuto goderselo, e lasciarlo godere ad altri, semplicemente lasciandolo stare, e abitando in città, dove le strade esistevano, dove scaldarsi mangiare andare a scuola o a lavorare sono tutte attività che si svolgono con maggiore efficienza. Certo, molto spesso ci si lamenta del traffico, dell’inquinamento, dei rumori, del problema dei parchi, ma come insegna la storia recente e meno recente scappare in campagna non è una soluzione, anche perché nell’esatto momento in cui ci andiamo ad abitare quella campagna è già diventata pessima città. La soluzione si può efficacemente cercare in una più elevata qualità urbana: densità non significa casermoni, traffico non significa code di automobili, efficienza non significa trasformare tutti in versioni personalizzate di uno stressato Fantozzi o del classico omino di Tempi moderni stritolato dagli ingranaggi. E del resto tutte le discussioni sulla qualità degli spazi pubblici, sulla mobilità dolce, sulle infrastrutture verdi, sulla smart city (quella vera, non le sue caricature solo tecnologiche), mirano proprio a questo. Chi scappa in campagna, la campagna la ammazza, altro che. Lo sanno benissimo i britannici della Campaign to Protect Rural England, attivi da molti anni proprio sul tema della qualità dell’urbanizzazione come strumento di tutela ambientale, che hanno appena pubblicato un rapporto dedicato alla costruzione di abitazioni nelle aree di recupero, anziché (come vorrebbero gli speculatori) su aree libere, magari in forma di sobborghi cosiddetti giardino. Da meditare, almeno un po’ più di quanto non sia stato fatto per le canzonette di Celentano.

Riferimenti:

Campaign to Protect Rural England, Removing obstacles to brownfield development, rapporto settembre 2014

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