Ci stanno pedonalizzando nel sedere!

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Foto F. Bottini

Fa un pochino specie, mettersi anche solo strumentalmente nella prospettiva degli amici dell’automobile, ma spesso leggere sui giornali di certi piani di pedonalizzazione buttati lì così apparentemente a vanvera, tutti centrati sul nostro bel centro e le panchine e la gioia di passeggiare felici. Ma pensare alle quasi sicure conseguenze provoca irresistibili rimescolii dell’anima. Alle pedonalizzazioni vogliamo bene un po’ tutti, salvo qualche cafone prepotente irriducibile (un po’ tanti cafoni eccetera, ma non stiamo qui a sottilizzare). E quindi leggere che se ne sta studiando a iniziando ad applicare qualcuna fa istintivamente piacere. Si scorrono, se conosciuti (se sconosciuti basta aprire un programma di mappa) elenchi di vie, slarghi, reti di passaggi che col nuovo piano potranno trasformarsi da camere a gas intasate di lamiere in passeggi, coi tavolini all’aperto, qualche fioriera, lampioni da architetto … Ma poi capita anche di leggere l’intervista all’esperto.

Il quale esperto, di solito assai innocentemente ma proficuamente per chi legge, recita la parte del bambino davanti al re nudo. Meglio: con la sua prospettiva da esperto di settore che conversando affabilmente col giornalista si allarga a una immagine più generale, inizia attivamente a spogliarlo in diretta, il re. Nel caso delle pedonalizzazioni la parola è all’economista, che racconta come necessariamente gli esercizi commerciali dovranno adattarsi al nuovo ambiente non più dominato, ma neppure servito dalle reti automobilistiche. Carico-scarico merci, mobilità dei clienti, spostamenti dei negozianti e dei dipendenti, tutto dovrà trasformarsi in ampie zone. Benissimo, questo lo leggiamo almeno dagli anni ’70 dei primi esperimenti col porfido e gli arredi in stile vario.

Poi l’economista si allarga e spiega che si, in fondo ci sarà qualche esercizio di quartiere obbligato a chiudere, perché le cose vanno così … E si allarga ancora, da coerente studioso attento al panorama internazionale, precisando come insomma in tutte le città d’Europa e del mondo civile va così: al centro ci sono i negozi dove si va apposta, sforzandosi pure un po’, e fuori (molto fuori) c’è il mondo senza negozi, cioè con tanti negozi e servizi, ma concentrati negli shopping mall … E nella nostra testa scatta il corto circuito: “automobile + centro commerciale = sprawl. Esattamente quello a cui sta pensando l’economista (che da bravo economista moderno tende a ignorare, come il suo collega Glaeser, una montagna di altri aspetti territoriali), e che accetta come dato di fatto perché così stanno le cose.

In breve: la città centrale coi suoi più o meno scintillanti uffici, un po’ di quartieri con case per ricchi o quasi, un po’ di quartieri in più con case non costosissime ma microscopiche, popolati dalla creative class nelle sue versioni locali, e fuori tutto il resto. In altre parole, mentre noi stiamo ammirando la posa delle fioriere e dei lampioni in stile, nei quartieri semicentrali o di periferia il salumiere dell’angolo, il magazzino, o anche la signora del secondo piano in fondo al cortile, che tiene una merceria-rammendi, vengono tutti dolcemente gradualmente espulsi a colpi di aumenti di valore. Perché forse avrà pure ragione chi spiega al popolo che quando aumenta il valore dell’immobile si diventa più ricchi, ma si dimentica di ricordarci che il passo successivo per quasi tutti è di ritrovarsi circondati da altri “ricchi”, che chiedono e pretendono molto di più per gli stessi beni e servizi.

Inizia, a volte fulminea, la cosiddetta gentrification, che una volta almeno seguiva un ciclo generazionale: muore l’anziana inquilina del secondo piano, e il proprietario ristruttura per affittare a un designer straniero. Adesso, gli investimenti arrivano alla svelta, magari veicolati più o meno direttamente dalla pubblica amministrazione con qualche programma, incentivo, coinvolgimento degli stakeholders, come si dice. E quelli che stakeholders non sono, si prendono un bel kick-in-the-ass (vedi sul dizionario), con l’unica prospettiva del levarsi dai piedi. E l’unica alternativa, magari pure dorata, è quella del suburbio, della villetta, del capannone, del centro commerciale. Perché come ci dice l’economista “fanno dappertutto così”.

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