Sono antiamericane, le città? (1958)

Riusciranno le città a riaffermarsi come ottimi luoghi per abitare? Questo non accadrà, a meno di un deciso ripensamento da parte di chi le vorrebbe cambiare. Oggi l’immagine collettiva che abbiamo di queste città è pessima: luoghi di degrado, criminalità, strade sporche, abitate solo da poveri, stranieri, gente strana. Ma l’idea della città futura? Negli enormi progetti di trasformazione ci vengono mostrate immagini diverse, ma pur sempre di una città sterile e senza vita. Sono spariti il rumore e lo sporco, ma anche la varietà, lo spirito, gli stimoli. Considerare quelle idee degli ideali peggiora tutto: utopie desolate non tanto perché tutto debba per forza andar così, ma perché si tratta di chiare manifestazioni di arroganza, ignoranza su cosa sia e come funzioni una città.

Composta com’è di esseri umani, come ovvio una città è straordinariamente resiliente, e già si è riorganizzata in quanto nodo di produzione e amministrazione. Non molto tempo fa, si parlava tantissimo di decentramento verso uffici organizzati come un campus autonomo, un esodo di massa di qualunque attività verso la campagna appariva imminente. Ma affari e arcadia sono una contraddizione in sé: per il semplice motivo che il centro urbano è per sua natura un centro che sta al centro delle cose, e l’eresia suburbana non ha ancora preso il sopravento. Si sono realizzati molti campus industriali, ma la quota di gran lunga maggioritaria dell’edilizia per uffici si è realizzata nelle grandi città.

whyte_cities_2La continua trasformazione e adeguamento terziario dei nuclei centrali, però, non basta: una città che di notte diventa deserta, senza abitanti, è una mezza città. Per continuare ad esistere come forza dominante della cultura americana, essa deve possedere una base portante di cittadini a cui fanno riferimento teatri e musei, negozi e ristoranti, aiuta anche avere qualche tipo di quartiere degli artisti. Sono quelli che la città la abitano, ad essere in fondo la sua principale attrazione per i visitatori. Sono loro che ne definiscono lo spirito: senza di loro non ci sarebbe alcun motivo per venirci. Per far chiarezza sulle vere possibilità di una ripresa, Fortune e ACTION (American Council To Improve Our Neighborhoods) hanno collaborato in alcune ricerche di verifica. Si è studiato un campione di oltre 600 residenti nei centri di Chicago, Filadelfia, New York, per capire di che tipo di persone si trattasse, da dove venivano, e perché. Inoltre, i corrispondenti di Fortune in 34 città hanno verificato gli archivi scolastici, parlato con esponenti del mondo immobiliare e amministratori locali, per capire se esistesse qualche individuabile flusso contrario a quello verso il suburbio.

Almeno una cosa è chiara: le città offrono straordinarie occasioni. Ed esistono segnali piccoli ma inequivocabili di un ritorno dal suburbio. Si capisce anche come siano in molti che, pur propensi a spostarsi verso le aree suburbane, preferirebbero restare in città se solo ci fossero minimi miglioramenti che glie lo consentissero. Nondimeno, le stesse città sembrano voler mancare l’appuntamento con la propria occasione, che non si ripresenterà forse per generazioni. Nel Primo Titolo della Legge sulla Casa del 1949 si prevede la demolizione dei quartieri degradati e dei tuguri, con incentivi agli interventi provati di trasformazione. Si tratta di un programma che è solo agli inizi, ma nelle città sono già in corso trasformazioni per un valore di 914 milioni di dollari, con ulteriori 3 miliardi in fase avanzata di progetto.

Di che genere di trasformazioni si tratta? Clamorosamente mancando i principi base del mercato, nonché quelli dell’estetica, pare ci si stia irrigidendo su un modo d’azione che pare modellato su misura a spedire e tenere tutti quanti nel suburbio. Giganteschi mega-isolati di casermoni, non certo concepiti per chi le città le ama, ma solo per chi proprio non ha altra scelta. Architetti e urbanisti con qualche idea in più, dimostrano come per guadagnare, da queste trasformazioni, non sia necessario renderle così repellenti, ma sinora si tratta di osservazioni senza alcun effetto. Domina un approccio burocratico, e se non se ne analizzano criticamente i presupposti le città diventeranno di sicuro un enorme mortorio.

Il mito del “reddito medio”

Oggi la città non è per il cittadino medio: e da come vanno le cose non lo sarà certo per il futuro. Prendiamo per esempio la famiglia a reddito medio per la quale, in linea di principio, si stanno pensando tanti di quei nuovi progetti di trasformazione. Basta un aspetto di queste “case per i redditi medi” a renderle inadeguate: con un reddito medio sono inarrivabili. Il reddito medio di una famiglia nelle aree urbane è di circa 5.000 dollari l’anno. Se si seguono più o meno i comportamenti tradizionali, spendendone un quarto per l’abitazione, vogliono dire più o meno 100 dollari al mese. Visto che quella famiglia avrà uno o due figli, ci vogliono almeno due camere da letto, complessivamente minimo quattro stanze: affitto 25 dollari a stanza. Ma non si costruisce, questo genere di case.

Salvo per le case popolari, che non si rivolgono alle famiglie da 5.000 dollari l’anno, il costruttore non realizza abitazioni che si affittino a meno di 35 dollari stanza, e in realtà la stragrande maggioranza dei nuovi progetti fissa un minimo tra i 40 e i 50 dollari. Nello stato di New York, le cooperative edilizie hanno avuto esenzioni fiscali e altri sostegni, e riescono a realizzare appartamenti a basso costo, ma anche così per una coppia a reddito medio si tratta di un bell’impegno: un anticipo di 2.000 dollari per un appartamento da quattro stanze, e poi versamenti da 85 a 100 dollari al mese per manutenzioni e servizi. Si potrebbe forse pensare, anche, che per la casa non si spenda una quota adeguata del reddito. Eliminando altre spese, poniamo soprattutto per l’auto, si potrebbe destinare un 30% del totale alla casa, e arrivare così a potersi permettere almeno alcune delle offerte correnti. Si potrebbe inoltre aggiungere che in città questa quota aggiuntiva sul reddito merita di essere spesa, rispetto al suburbio. Perché non ci sono più i costi degli spostamenti pendolari, o la necessità di comprarsi un congelatore, niente tasse immobiliari, e anche senza auto si sta benissimo.

Tutte ottime argomentazioni, ma non pare che le coppie a reddito medio le considerino tali. Il fatto è, che non sono disposte in massima parte a dare più di un quarto del totale per l’affitto di casa, e vantaggi come quello di poter fare a meno di un’auto in città non paiono tanto vantaggiosi. Ergo se si esclude un improvviso cambio di atteggiamenti, la conclusione è che tutte queste case in città continueranno ad essere fuori dalla portata delle famiglie medie. E poi ci sono ovviamente quelle con redditi un po’ sotto la media. Un 25% delle famiglie americane si colloca fra i 3.500 e i 5.000 dollari: troppo ricchi per le case popolari, troppo poveri per le abitazioni di ceto medio. Per alcune famiglie può funzionare il rinnovo delle case esistenti: sono tante le città in cui le imprese edilizie del settore sono state in grado di riadattare vecchi edifici a spaziosi appartamenti che si affittano a prezzi abbordabili. Poi ci sono anche associazioni di quartiere, nonostante la maggior parte di questi gruppi si concentri nella pratica di escludere i neri dal cosiddetto “block busting”. Altri comitati volontari cercano però di fare azioni più costruttive, come a Baltimora ad esempio gli abitanti della storica Bolton Street, che hanno formato la Bolton Hill Inc. per interventi di trasformazione nella zona, raccolto un capitale di 57.000 dollari e comprato e riadattato undici edifici degradati.

Però questi adattamenti non possono che rispondere a una sola parte della domanda, e se vogliamo trattenere il ceto medio in città l’unica soluzione è un deciso programma di sostegni. In fondo la fascia dei redditi medi è l’unica in America che non viene sostenuta: ci sono le abitazioni popolari per i redditi più bassi, e i sussidi indiretti per quelli più elevati verso il suburbio. E la cosa più contraddittoria è che quelli a cui si bada meno sono gli stessi dipendenti dell’amministrazione, locale o federale. Oggi pare improbabile un grosso programma di sussidi, ma sul lungo termine potrebbe diventare politicamente insostenibile, l’attuale orientamento dello urban renewal, che premia esclusivamente i più poveri e i più ricchi. Resta aperta la questione, comunque, se qualche genere di programma riesca a trattenere le giovani coppie: staranno in città, pagando? Forse per un po’, ma al crescere del reddito potrebbero essere attratti dal suburbio. Oggi i prezzi delle abitazioni suburbane crescono più rapidamente degli stipendi, ma con le quantità di spazio offerte il suburbio pare sempre più conveniente della città: al netto di altri orientamenti, gran parte delle coppie una volta superato il reddito medio sceglieranno l’abitazione suburbana.

Ricostruire i quartieri per chi?

Come si compone un mercato urbano? Gran parte non è fatto da chi “ritorna” dal suburbio, ma consiste di persone per cui la città va bene perché i suoi vantaggi superano di parecchio gli svantaggi. Gente che lavora con orari lunghi e irregolari, come nel caso dei giornali, della radio, della televisione, in pratica è obbligata ad abitarci. Lo stesso per chi è di passaggio. Fra gli immigrati in città spiccano le gran quantità di dipendenti delle grandi imprese nazionali, la cui posizione durerà al massimo un anno, più o meno. Per esempio a Denver, dove non esiste un verificabile ritorno dalle aree circostanti, è sorprendentemente cresciuta la domanda di nuovi appartamenti in centro. La fascia più consistente di inquilini sono persone trasferite per lavoro: Denver è sostanzialmente una città terziaria impiegatizia, è la capitale culturale ed economica della propria area, e ciò vale per qualunque altra città che contenga funzioni centrali per una certa regione, su cui convergeranno questi flussi di immigrazione.

Anche gli accademici hanno una simile affinità per la vita urbana, ma si tratta di un settore del mercato probabilmente in calo nei prossimi dieci anni. Gran parte delle università, come la Columbia o quella di Chicago, oggi si trovano circondate dallo slum, e i loro dipendenti con salari che lo consentono si stanno trasferendo fuori città in grosse proporzioni. Anche nell’assumere nuovi dipendenti le università urbane si trovano svantaggiate rispetto alla concorrenza di quelle in localizzazioni più campagnole. «Nessun professore vorrebbe spostarsi, diciamo, da Princeton, e trasferire la famiglia in uno slum» spiega un docente di Chicago. «Vorrebbe certamente mandare i figli in una scuola dove, di sicuro, ricevano una buona istruzione per poi andare al college. E per farlo ci devono essere suoi vicini a sufficienza con gli stessi desideri. Detto in altre parole, l’università deve creare l’ambiente adeguato a sé e alla sua gente». Ma le università non sembrano in grado: alcune sostengono certe trasformazioni residenziali, che però non incontrano i gusti o i redditi del loro personale.

Un mercato più stabile è quello offerto dal gruppo costituito da giovani non sposati, di origine sia urbana che suburbana, che hanno trovato lavoro in centro. Il loro reddito non pare aprire grandi prospettive per appartamenti ad affitti elevati, e così si organizzano in gruppi per occupare un alloggio. Poi via via si stuferanno di questa sistemazione, andandosene, ma arriverà sempre qualcun altro a prenderne il posto nella condivisione. Col tempo, gli ex scapoli lettori di Playboy o le figlie della buona borghesia che vota Democratico diventeranno dei pilastri della società suburbana, ma per adesso trovano la propria confortevole ostrica dentro la città. Al momento del matrimonio, fase successiva della vita, continuano ad esserci buone prospettive per l’abitare urbano, ma con l’arrivo del primo figlio, con quel che costa una stanza in più, vengono spinti nel suburbio. Ma per la coppia senza figli restare ha molto più senso. A loro non serve spazio in più, e possono intuire tutte le sottili difficoltà che troverebbero: nel suburbio sarebbero fuori posto, soprattutto se sono giovani. Tutti i rituali suburbani, dalla colazione alla cena, ruotano attorno ai bambini, e anche senza gli eventuali sensi di colpa indotti da quell’ambiente, la signora senza figli troverebbe complicato incrociare la propria esistenza con quella delle altre ragazze.

Poi esistono tanti altri generi di nucleo familiare “atipico”, che pur rappresentando statisticamente solo una piccolissima quota del totale nazionale, complessivamente formano una grossa fetta del mercato urbano. Vedovi, divorziati, nubili e scapoli, trovano la città di gran lunga più congeniale del suburbio, e sono assai più disponibili a pagare per un appartamento di quanto farebbe pensare il loro reddito. Delle persone che abitano sole intervistate dal gruppo di lavoro, sono parecchie a spendere quote sorprendentemente elevate per l’affitto. Qui l’età è un fattore importante: le ragazze appena uscite dal college per esempio sono notoriamente parecchio taccagne sulle spese per la casa, e indipendentemente da quante siano a condividere l’appartamento di solito sono rigidissime nel contenere qualunque spesa extra, ritenendola prematura. Ma poi arrivate a trent’anni, se sono ancora single, cambia l’atteggiamento, l’alloggio è diventato casa, e si arriva anche al 40% del reddito per quella voce. Poi ci sono quelli che fanno una vita da artista e assimilati. Qui non c’è modo di fare un calcolo statistico, ma si possono considerare quelli che si qualificano come scultori, musicisti, attori, tanti altri per cui il suburbio, per dirla in breve, equivarrebbe a una condanna all’inferno.

Quelli che tornano

arcade_fire_sprawl2Però il grosso incremento al mercato urbano della casa, è quello che arriva dal suburbio. Fra quelli che tornano, il gruppo più ampio è quello di chi ha visto i figli sposarsi, e anche se queste persone sono già da tempo considerate i migliori acquirenti di appartamenti di lusso, ci sono indicazioni che ne vedono un incremento assai maggiore di quanto prevedano gli agenti immobiliari. Osservatori privilegiati di Phoenix, Arizona, non riuscivano a smettere di ridere davanti al prezzo di 30.000 dollari e oltre fissato da operatori provenienti da Chicago per sessanta appartamenti in condominio. A Phoenix una cosa così non avrebbe potuto funzionare mai, in un posto dove si sta all’aperto, e la stessa gente in grado di spendere quei 30.000 dollari eran abituata a spaziose ville con piscina, era stata pioniera dell’abitare nel deserto. Ma quegli appartamenti cominciarono rapidamente a vendersi, e gli acquirenti si scoprì non era certo gente venuta da fuori Phoenix: erano gli stessi pionieri dello stile di vita nel deserto.

Perché si torna? Nelle varie città le storie si assomigliano tutte: non è semplicemente che la casa appare ormai vuota quando i figli se ne sono andati, spiegano queste coppie di coniugi, si tratta del fastidio di dover gestire tutto quello spazio. Non è più divertente, il fai da te delle manutenzioni, tutte quelle piccole cose che un tempo apparivano quasi una terapia, dal levare le erbacce sul vialetto, al potare il cespuglio di rose o la siepe, tutto ormai è una orribile noia. L’erba del prato da falciare, poi, quella è il Male assoluto, tutti ne parlano con una repulsione tale da far pensare che quei prati suburbani possano rivelarsi la vera salvezza della città. Per le mogli viene a noia la vita sociale, del suburbio, perché un tempo quando c’erano bambini c’era la partecipazione al gruppo genitori insegnanti di cui discutere, ed era un modo di stare con gente che aveva in fondo poco in comune. Se non ci sono più i figli, le signore hanno sempre meno da fare, e subiscono l’attrazione della città. Spesso la identificano anche con un certo grado di libertà, una giornata in città ha sempre significato un giorno libero (alcune parlano di “licenza premio della casalinga”) e invidiano il marito, che magari chissà che vita interessante conduce sempre in città. Vogliono avvicinarsi a dove accadono le cose, anche se magari rimpiangendo un po’ il giardino, ma in cambio ci saranno pur sempre i musei, i teatri, i concerti.

Un aperitivo a portata di mano

Se poi la signora che dice di voler frequentare musei e teatri, quando andrà stare in città, ci vada davvero, è un’altra faccenda. Quei servizi restano comunque lì, e se li si gode realmente o solo virtualmente pur sempre di piacere si tratta. Chi ritorna, riscopre comunque soprattutto una gran comodità. Ci si sposta facilmente, e per molte cose basta camminare pochi minuti. Le signore raccontano di quanto sia gradevole riuscire a vedere un po’ di più anche il merito, il quale marito ha pure perso tutto quel cattivo umore da pendolare. Loro, i mariti, adesso stanno a pochi minuti di distanza dall’ufficio, e non vedono l’ora di godersi un po’ quelle due ore risparmiate. I lunghi spostamenti pendolari, ricordano in tanti, ti rubavano la vita, ed è piacevolissimo adesso passeggiare verso casa, per poi magari mettersi a guardare giù in strada l’ingorgo delle auto dirette verso il suburbio che cercano qualche scorciatoia. «Anch’io ero uno di quei poveri disgraziati» raccontano, preparandosi l’aperitivo con una fettina di limone. «Adesso mi sento ringiovanito di dieci anni».

Particolarmente soddisfatti gli alti dirigenti d’azienda, della scelta di traslocare. Ottimo esempio quello di Fred Foy, presidente della Koppers Company di Pittsburgh. Sino a non molto tempo fa, insieme alla moglie abitava in una grande casa con undici stanze e cinque bagni, circondata da una tenuta di quaranta ettari nell’area suburbana di Bakerstown, a una trentina di chilometri da Pittsburgh. Una volta sposate le due figlie, e con l’altro figlio maschio al college, Foy ha deciso di trasferirsi in un appartamento in condominio nella zona universitaria della grande città. E oggi invece di passare un’ora e mezzo in macchina ogni giorno, prende il tram (ci sono ancora, a Pittsburgh) e arriva in ufficio nel giro di una decina di minuti. La sera prende un taxi o magari chiede un passaggio a un collega. Spostarsi, viaggiare in generale come fa molto spesso, oggi diventa molto più facile: «Semplicemente, si chiude la porta e via». Tiene un’auto a disposizione all’appartamento, e un’altra sempre parcheggiata all’aeroporto, quest’ultima che si sposta d’estate nella seconda casa in Michigan.

Quelli che tornano in città raccontano le gioie della nuova privacy, di quanto a parere di tanti ci sia una vita sociale assai interessante. Si possono scegliere varie possibilità, ad esempio rivedere vecchi amici dell’epoca del college o dei primi viaggi. «Prima quando capitava di rivedersi, era una fatica terribile convincerli a venirci a trovare nel suburbio», ci racconta un manager. Adesso con le amicizie si può essere più selettivi, non basarsi semplicemente sul vicinato, ma su interessi comuni. A qualcuno forse manca un po’ la campagna? Va detto che sono in parecchi a vederne assai di più adesso, di campagna, quella che sta oltre il suburbio, di quanto non succeda alla media degli abitanti suburbani. Molti hanno una seconda casa in collina o al mare, e adesso che non c’è più quella casetta nel suburbio a tenerli inchiodati riscoprono quella per il fine settimana, o vanno più spesso a “fare il contadino”. Certo questa dell’avere la seconda casa è ancora un’eccezione, ma col suburbio sempre più sovraffollato un angolino nella campagna autentica diventa un’idea interessante per chi può permettersela.

«Lo facciamo per i bambini»

Una piccola – ma non insignificante – minoranza di quelli che tornano è composta da giovani coppie. Sono tornati, spiegano, per via dei bambini. Si tratta di persone che hanno avuto prima due o tre, ma poi anche quattro cinque sei figli, e che non possono più permettersi una casa abbastanza grande nel suburbio. Ma hanno però trovato vecchie case di marzapane in città che possono permettersi. Una tendenza evidente che emerge dai registri scolastici: a Minneapolis per esempio su 71.139 iscritti delle scuole pubbliche nel 1956, 3.464 si erano trasferiti verso istituti suburbani ma erano poi tornati. Nel 1955 le cifre sono più o meno identiche. Sono le famiglie più numerose, pare, la causa di questo flusso di rientro (e a Milwaukee è successo che in un quartiere ne erano arrivate così tante, e con tanti bambini, da obbligare a sua volta una coppia anziana a traslocare nel suburbio: troppi ragazzini intorno!). In altre città con una buona scorta di vecchie case, c’è una domanda anche più forte che per le nuove, nonostante si paghino per i mutui anticipi del 20% o addirittura 40% anziché il solito 5% o 10%. Il riscaldamento può essere un problema, ma quelle vecchie case sono più semplici da mantenere in ordine di quelle classiche suburbane, ed è magnifico aver spazio al piano superiore per far giocare i ragazzi. Per non parlare di quanto si apprezzi la presenza di una tradizionale sala da pranzo.

L’emigrante controvoglia

Ma a dir la verità, le coppie con figli in età scolare sono una percentuale piccolina del mercato immobiliare della città, anche se sarebbe certamente un errore trascurarle nei progetti di trasformazione e perpetuare squilibri. Per tante coppie giovani il suburbio naturalmente ha chiari vantaggi ma si capisce come data una certa presenza minima di servizi sempre più diffusi, sono parecchie quelle con figli piccoli che sceglierebbero invece la città. Nella ricerca Fortune-ACTION sui nuclei familiari urbani, una significativa minoranza di giovani coppie con figli racconta di essere stata orientata verso una scelta suburbane esclusivamente perché non esisteva alternativa ragionevole. Non ci vorrebbe molto a cambiare idea: un po’ di spazi per il gioco, ad esempio, e per le mamme che lavorano asili, e ancora più importante buone scuole elementari.

Le scuole private nelle città si ingolfano di nuove domande di iscrizione ben oltre la propria capacità. In parte ciò si deve alla crescita di popolazione, ma in parte anche a quella di quanti ritornano dal suburbio. L’anno scorso a New York la scuola Buckley (una maschile) ha calcolato che il numero delle richieste da famiglie di provenienza suburbana appena trasferite era il triplo di quello del 1950, e lo scorso anno nessuno ha invece ritirato il figlio per trasferimenti verso le aree esterne. Ma per gran parte dei genitori ovviamente il problema scuola è un problema di scuola pubblica, eufemismo che sta a significare “problema Neri”. A Chicago il 25% degli alunni appartiene alla comunità afroamericana, a St. Louis è il 40%. Ma molte grandi città hanno mantenuto ottimi livelli qualitativi scolastici, e se grazie agli interventi di trasformazione urbanistica si potranno creare quartieri di ceto medio, le scuole non potranno che migliorare.

La città delle molte classi sociali

Nonostante la violenza di strada, sono molte le famiglie convinte che la città sia comunque un posto migliore per crescere i figli che non il suburbio. In città, ritengono, i ragazzi vengono su in un ambiente più vicino alla realtà: è tarata sul mondo adulto, non sui bambini, e a differenza dei quartieri monoclasse suburbani espone i figli ai rapporti con ogni genere di persone, bianchi o no, giovani e vecchi, ricchi e poveri.

Chi sceglie la città, insomma, pur nelle differenze ha qualcosa in comune: a loro la città piace. Apprezzano la privacy, il livello dei servizi, le centinaia di negozi particolari, l’infinità di stimoli (qualcuno addirittura considera una musica le sirene di notte), l’eterogeneità, i contrasti, i tanti tipi strani che girano. Non è sgradito neppure un certo tocco di Sodoma e Gomorra: magari non si andrebbe mai dentro un night club, ma è bello pensare che nel caso ci sarebbe un altro diverso posto dove trovar qualcosa di interessante. «Non importa cosa esattamente, ma puoi star sicuro che qui sta succedendo sempre qualcosa», riassume un intervistato di Chicago.

L’anti-città

Ma si riuscirà a sfruttare tutti questi punti di forza? Purtroppo, con mirabile unità di intenti e straordinaria capacità tecnica, architetti e costruttori paiono aver imboccato la strada diametralmente opposta. Il piano di riqualificazione tipo non li sfrutta affatto, i punti di forza di una città, anzi li ignora, e in questa sprezzante ignoranza della domanda di mercato gli architetti rapidamente fanno propria una improbabile sintesi di “città dei grattacieli “ alla Le Corbusier, e di “New Town” britannica autosufficiente, facendola diventare lo standard dei nostri tempi. Se avete mai visto almeno uno di questi nuovi quartieri, li avete già visti tutti. Come si intuisce dalle illustrazioni allegate, consistono di edifici alti ad appartamenti in complessi geometricamente squadrati, posati su una superficie verde molto astratta, che pare respingere ogni contatto con gli esseri umani. Nessuna traccia di caratteri locali, nulla di specifico nelle architetture a interromperne la serialità infinita e mastodontica.

I gruppi di blocchi evocano vagamente un paesaggio di Manhattan, con una densità media di duecentomila persone al chilometro quadro. Ma il fatto è che in qualsiasi città americana, indipendentemente dalla geografia, dalle densità esistenti, o da qualsiasi altro carattere particolare, si ripetono di continuo i medesimi schemi. E suvvia: anche a San Francisco, incantevole e particolarissima, i costruttori se ne sono usciti con trasformazioni che paiono tutto tranne San Francisco! Per lo spazio dove ora sta il vecchio mercato ortofrutticolo, lo studio Skidmore Owing & Merril ha progettato un gruppo di torri a uffici, e sull’altro lato dell’enorme affaccio enormi lastre ad appartamenti. Magari un newyorchese potrebbe trovarci qualcosa di familiare.

Certo questo genere di edifici alti ha dei vantaggi. Dato che si tratta dell’unico modello sinora sperimentato di trasformazioni su larga scala, le banche si fidano molto di più a concedere finanziamenti di quanto non farebbero con tipologie “meno collaudate”. E dal punto di vista architettonico ci sono anche parecchi progetti davvero esemplari per quanto riguarda la logica e la simmetria. Sono “audaci” per usare il gergo caro agli architetti, e visti nei plastici o nei rendering certamente si impongono all’attenzione degli amministratori cittadini, che non vedono l’ora di mettere in scena uno spettacolo del genere. Ma chiediamoci: c’è davvero qualcuno che vorrebbe abitarci, lì dentro? Di sicuro non gli architetti, che come osserva Henry Churchill in gran parte non ci entrerebbero neppure da morti dentro a quelle utopie micidiali, e si cercano invece adeguatissime vecchie case da risistemare in qualcosa di assai diverso dalle loro razionalissime celle al ventesimo piano. Ma la maggior parte delle persone questo non se lo può permettere, e però avrebbe un desiderio simile, almeno per qualcosa di meglio di un tugurio. La penuria di case spesso mette in ombra i gusti del consumatore, e quei progetti sinora si sono anche venduti bene, ma cosa accadrà in futuro?

La vita interpretata dai tecnocrati

Le centinaia di superblocchi in fase di progettazione andranno a definire il paesaggio urbano del prossimo mezzo secolo, e uno degli aspetti positivi della loro abbastanza lenta evoluzione è la possibilità di rivederne i criteri. Tanto per prendere a prestito una frase: la forma segue la funzione? Appare molto evidente che ciò non accada: i progetto non sono solo pessimi dal punto di vista estetico, ma sul lungo termine potrebbero anche rivelarsi altrettanto pessimi da quello economico. In primo luogo le loro proporzioni, inadatte alla vita umana. Basta pensare a come è concepito lo spazio aperto: di norma, si tratta di curatissimi prati verdi ben recintati perché nessuno li possa profanare, e talvolta tagliati da un ampio viale centrale, ampio e astratto al punto da apparire opprimente. Non c’è nulla che possa cogliere lo sguardo, nessuna sensazione di intimità, di proporzione umana.

Si tratta di spazi istituzionali, gestiti come istituzioni, con l’aspetto fisico di istituzioni: non calpestate le aiuole, non lavate l’auto, utilizzare gli appositi vani, non entrare in bicicletta nelle aree da gioco, proprietà privata, è vietato parcheggiare salvo autorizzati. Ovunque una ammonitrice intimazione di divieto. I bambini sono trattati come un vero e proprio problema: recintati dentro quelle zone da gioco destinate ai piccoli straccioni, ma anche così riescono comunque a trasgredire e a lordare i marciapiedi disegnandoci per terra i loro stupidi giochi coi gessetti.

L’isola che non c’è

Quei nuovi quartieri sono completamente tagliati fuori dalla vita delle città. La parola chiave è “autosufficienza”, e per quanto possibile vengono concepiti come isole, galleggianti dentro il guazzabuglio delle aree circostanti. Nella città, la via rappresenta un momento di unione, il collante del quartiere, ma qui i progettisti hanno mutuato dalle new town il concetto di strada come elemento di separazione, utilizzandola come vero e proprio cordone sanitario. Una delle delizie della città sono la miriade di negozi e servizi particolari, essendo l’ambiente urbano quello naturale delle attività minori. Che sono invece aborrite dai nuovi progettisti. Poco tempo fa a un convegno ha destato autentico sconcerto l’intervento di Jane Jacobs, giornalista dell’Architectural Forum, in cui sottolineava come così si cancellasse del tutto dai quartieri una intera categoria di persone, con pessimi risultati non solo per gli esercenti in sé, ma anche per chi ci abita. I piccoli negozi di dolciumi, la gastronomia tavola calda all’angolo, spiegava, sono luoghi di incontro: «Sono ambienti definiti dalle persone. Alcuni importanti aspetti della vita urbana, tanta parte del suo fascino, l’attività sociale creativa, la vitalità, tutto si allontana verso altre zone, dato che qui nel nuovo ordine non trovano alcuno spazio. Una situazione piuttosto paradossale, e che dovrebbe far venire i brividi a chi l’ha concepita».

I costruttori hanno scelto come modello il centro commerciale suburbano. Invece di reinventare la familiarità del negozio d’angolo, si comportano come se ci si trovasse in zona extraurbana, progettando attorno all’automobile anziché per il pedone. Non ci sono negozi nel cuore del quartiere, neanche una macchinetta automatica nel seminterrato per chi invece deve per forza farsi una lunga, lunga camminata se per caso finisce le sigarette di sera. Esiste un centro commerciale, di solito ai margini del quartiere. E perché? La forma dovrebbe seguire la funzione. Nelle prime fasi di un piano di trasformazione per l’area sud-occidentale di Washington, ad esempio, erano previsti parecchi negozi al pianterreno di ciascun edificio: troppo comodi, è stato valutato, toglierebbero clienti al centro commerciale sui margini, cancelliamoli.

Ovunque vale la medesima regola, anche nel formato di quel centro commerciale. Ci sarà un supermercato di una grande catena, alimentari, lavanderia, cartoleria, e l’immancabile grande ristorante moderno con musica a tutto volume, un addetto che vi saluta con sorriso smagliante, e la pubblicità della bevanda che è il miglior ristoro. Niente comportamenti informali: si ordina quel che si desidera bere, ma lo si fa in un ambiente così lugubre e grigio da sentirsi sempre in colpa, sarà impossibile ubriacarsi anche se se ne ha una gran voglia. Non sorprende che ovunque si siano realizzati, questi quartieri si sono viste schiere di nuove attività spuntare esattamente appena fuori, sul lato sbagliato della via, a riempire idealmente quei vuoti di senso progettuali. Attività che dal punto di vista visivo sono ovviamente tali da far impazzire l’architetto: cassette di frutta esposte sul marciapiede, vetrine piene di cartelli colorati appiccicati qui e là, botteghe di dolciumi, Happy Times Bar and Grill, una intera serie di perversioni fatte apposta a rovinar tutto. Non capisce proprio nulla, la gente!

L’ospizio dei disgraziati

whyte_cities_1La cosa curiosa è che lo spirito ispiratore di questi progetti deriva da quello per le case popolari, ma bisogna guardare con molta, molta attenzione per distinguere tra abitazioni popolari, e case di lusso (uno degli indizi è la presenza o no dell’aria condizionata). Prendendo a prestito certe forme, però, i costruttori si sono scordati da un particolare determinante: che il classico palazzone popolare alto ha dimostrato di non funzionare proprio bene. E alcuni dei motivi non c’entrano molto col fatto di essere edilizia pubblica, ma altre cose con le case per una fascia di mercato superiore stridono proprio particolarmente. Gran parte degli esperti di case popolari concorda sul fatto che i quartieri “autosufficienti” estranei al tessuto urbano circostante finiscono per deprimere ampie zone. Poi, quel tipo di progettazione rigida, senza negozi e piccoli spazi e dettagli, impedisce una normale vita sociale. E ancora, edifici alti non sono adatti alla vita delle famiglie: non piace stare troppo in alto, come dimostrano infinite ricerche, la gente vuole o un cortile o una veranda o un terrazzo proprio.

In una tavola rotonda organizzata dall’Architectural Forum nel giugno 1957, il gruppo di esperti si è dichiarato all’unanimità o quasi contrario a proseguire con questi criteri di edifici alti. Invece, suggerivano, si dovrebbero sfruttare tutte le tipologie edilizie, innovative o meno, e in tanti casi come dimostra un’esperienza di Filadelfia è possibile realizzare anche case popolari “invisibili” mescolando gli edifici in un quartiere esistente. Là dove sono necessari progetti di grosse dimensioni, esistono i precedenti dell’organizzazione per schiere. Il quartiere Easter Hill di Richmond, California, è composto da schiere di edifici a due piani su e giù per una zona di alture; gli architetti Vernon De Mars e Donald Hardison sono stati così attenti a intervenire livellando con le ruspe, che gran parte delle originarie rocce è rimasta dove stava prima. Alcuni esperti in visita sono rimasti un po’ sconvolti dall’apparente disordine: De Mars viene considerato un profeta della “non composizione”, del caos progettato. Anche se tutte le case hanno un giardino, è riuscito a non mettere recinzioni attorno alle aree da gioco, non ci sono grandi vuoti, e non ci sono reti metalliche a interrompere i prati. Vedere i ragazzini che giocano in mezzo ai sassi dà un’idea strana, ma tutto sembra funzionare benissimo.

La casa di città

La classica grande casa di città restaurata e adattata nei suoi quartieri tradizionali, che si trova all’altro capo delle fasce di reddito, potrebbe insegnare qualcosa ai costruttori. La zona di Georgetown a Washington ne è un ottimo esempio: trent’anni fa era diventata un vero e proprio slum, mentre oggi è un ricercatissimo luogo di abitazioni in mattoni a vista i stile coloniale. A Filadelfia si è verificata una vera e propria invasione di bianchi, in un lento movimento da sud a nord a partire da Rittenhouse Square, e camminando per le vie e vicoli si riesce ancora a notare la progressiva trasformazione. A un’estremità le minuscole casette “a scatola per cappelli” ancora affollate di neri, dall’altra direzione famiglie bianche a occupare un edificio dopo l’altro, come si nota da piccoli particolari dalle tendine a fiori dipinti su mattoni imbiancati (come si dice, gli dai un dito, e si prendono tutto il quartiere).

E a parte qualche particolare vezzo, la gente in queste aree ci arriva per motivi di puro buon senso. Si tratta di vie che offrono proporzioni umane, traffico ridotto al minimo, pochissimo rumore. C’è anche molta varietà, tutte le case sono diverse, e non ne manca mai almeno una davvero orrenda a controbilanciare tutto quel buon gusto. Il verde è poco, spesso non più di un rettangolino di tre metri per tre con al centro un cespuglietto ornamentale, ma anche una cosina ignobile del genere a quanto pare è più gradevole di certe spianate a prato astratte. Non ci sono indicazioni anche fin troppo chiare, per i costruttori? Naturalmente risistemare case così può rivolgersi soltanto a una piccola quota del mercato, ma il fatto che ci siano tante persone disponibili a pagare cifre del genere , significa che qui si risponde a necessità reali, cosa a cui dovrebbero badare anche gli architetti.

La veranda contro il grattacielo

Alcuni progetti di torri residenziali possono fornire insegnamenti analoghi. In quelli realizzati dalla Metropolitan Life Insurance, come Parklabrea a Los Angeles, o Parkmerced a San Francisco, gli appartamenti sono dentro a selve di torri, ma non mancano edifici organizzati su due piani affacciati a veranda. E appare qui molto evidente la differenza nelle preferenze del consumatore: a Parklabrea la lista d’attesa per un appartamento nelle torri è di pochi mesi, mentre per gli edifici a due piani con veranda non si accettano neppure più prenotazioni. A Parkmerced c’era sin dall’inizio una lunghissima coda per i tipi a due piani, mentre le torri sono restate vuote tre anni. Certo gli appartamenti negli edifici più bassi costano un po’ di meno (120 dollari per un due camere contro i 145 dollari dell’equivalente nelle torri) ma ciò non spiega quelle gigantesche differenze nelle richieste. Ci indica invece un’altra cosa: che gli spazi più accoglienti sono anche più economici da realizzare. A New York per esempio i costi di costruzione (al netto del terreno) di condomini bassi sono di 2.300 dollari a stanza, contro i 2.700 delle torri.

E il terreno? Nelle torri si possono stipare molte più persone al metro quadro edificato, ma si tratta di densità pagata piuttosto cara: come sottolineano spesso anche i sostenitori di questi quartieri tutti a edifici alti, più che i panorami mozzafiato sono aria e luce a far sì che si finisca per edificare soltanto il 25%-30% del costosissimo terreno. Assai più economico è fare una composizione di edifici più alti e più bassi, in modo tale che ciascun tipo si completi con l’altro. Nessun enorme spazio aperto che si sprechi, con le case basse e giardini resta l’aria di cui hanno bisogno le torri, che contribuiscono a elevare la densità media del quartiere. In un progetto a composizione del genere, le densità si avvicinano parecchio alle 200 famiglie per ettaro, il massimo per un quartiere che sia davvero ben abitabile, torri o non torri.

Dal punto di vista estetico queste composizioni possono riuscire molto gradevoli e contemporanee. Nella riqualificazione dell’area Gratiot a Detroit, è addirittura il più noto esponente del cosiddetto “international style”, Mies van der Rohe, a progettare una serie di base case urbane che si uniscono gradevolmente a delle torri ad appartamenti. Queste case non sono molte – l’84% degli appartamenti sta dentro le torri – ma da sole paiono dimostrare ai giovani architetti che non si tratta di un’eresia. Un altro esempio che varrebbe la pena di studiare è il quartiere Schuylkill Falls di Filadelfia progettato da Oskar Stonorov.

E tornammo a rivedere la bellezza

Progetti così possono recuperare certamente la qualità dei quartieri residenziali che a volte vanno a sostituire o a cui si sommano. Nel complesso Webb & Knapp a sud-ovest di Washington, ad esempio, gli architetti I.M. Pei e Harry Weese propongono una “piazza residenziale” che ricorda lo spazio newyorkese del McDougal Gardens, in cui gli edifici in mattoni recuperati si affacciano sul verde dei giardini in comune, dove i ragazzi possono giocare protetti dal traffico. Queste piazze residenziali sono la variante moderna del modello, con edifici su tre piani in schiere (il garage per l’auto al pianterreno verso la strada), verde privato, e al centro quello comune. In totale questo progetto conta 1.100 alloggi nelle case basse sul verde, e 1.400 appartamenti nelle sei torri, con una densità media di circa 140 famiglie l’ettaro.

Inoltre, le torri non dovono per forza essere brulle. Se adeguatamente progettate, e organizzate in modo da offrire un’immagine diversa dalla solita fila di elementi tutti identici, sono una buona soluzione per un quartiere. E non c’è nemmeno motivo per cui con una buona progettazione non possa trasformare anche in spazio disponibile e utilizzabile anche quelle sporgenze che oggi simulano solo di essere balconate. Le persone a cui piacerebbe abitare in posti del genere sono già tante, e potrebbero diventare ancora di più. Sono le stesse realizzazioni a modificare le dimensioni del mercato, una volta pronti i quartieri possono attirare anche chi oggi non riesce a visualizzare una buona abitabilità di tipo urbano, e queste persone devono aumentare. Negli anni a venire non solo la popolazione degli Usa crescerà in fretta, ma cambierà la propria composizione; se le grandi espansioni continueranno ad avvenire nel suburbio, si rafforzerà la fascia che più propende alla vita di città. Nei prossimi dieci anni deve diminuire il numero dei trentenni – la principale componente del suburbio – e crescere sia quello delle giovani coppie che degli anziani.

Oltre il ghetto

Contemporaneamente, crescerà anche la popolazione nera delle città, pure modificando la propria composizione. Proseguirà il flusso dei migranti dalle campagne povere del Sud verso le zone urbane, ponendo un problema sia ai bianchi che ai neri di città. Ma si allargherà anche la fascia del ceto medio. Certo non è imminente alcuna improvvisa totale integrazione reciproca o armonia tra i due gruppi, ma va ricordato che gran parte degli attriti razziali nelle città oggi hanno poco a che vedere col colore della pelle, e molto invece con la scarsa conoscenza delle regole di convivenza da parte degli ultimi arrivati, quando per esempio buttano la spazzatura dalla finestra. Il ceto medio nero quelle regole le conosce altrettanto bene del suo corrispondente bianco, e i due possono convivere assai meglio di quanto comunemente non si creda. Che dire ad esempio di quel “ben noto fatto” secondo cui il ceto medio bianco non si trasferirebbe in quartieri dove vanno i neri?

A Filadelfia la Commissione per il rinnovo urbano ha condotto una ricerca in parecchie zone a predominanza bianca in cui si sono trasferiti anche dei neri. Secondo i registri delle transazioni immobiliari ci sono 1.730 famiglie nere insediate nel 1955, e nel medesimo anno 485 famiglie bianche.

arcade_fire_sprawl1Di che tipo di famiglie bianche si tratta? Delle 272 intervistate, una grossa quota si rivela composta da nati all’estero e coppie di prima generazione; in maggioranza hanno figli in età scolare e sono prevalentemente cattoliche, non hanno il problema delle scuole miste dato che quei bambini frequentano le private parrocchiali. Ma non manifestano per nulla evidenti sentimenti razzisti, in gran parte non sembrano avere alcuna opinione particolare sulla presenza o meno di neri nel quartiere. Resta comunque innegabile che la quota di neri in un quartiere sia un fattore in qualche modo critico: quando quella percentuale supera una determinata soglia – che sembra oscillare fra il 10% e il 20% – in genere inizia una uscita dei bianchi. Si è appurato come nei complessi abitativi dove esiste un criterio di “non esclusione” di fatto ciò si traduca in un 100% di inquilini neri, e che anche gli esponenti della comunità propendano per un approccio a quote. Questa questione delle quote implica una idea in qualche modo conflittuale, ma pare in fondo l’unico modo per arrivare all’integrazione di un ceto medio afroamericano.

Si danneggia il suburbio?

La città è anche aiutata, dal suburbio, visto che entro una decina d’anni probabilmente cadranno in modo abbastanza brutale tante illusioni di chi ci è andato ad abitare. I più antichi quartieri per fasce di reddito superiore, come Scarsdale o Winnetka, hanno già attraversato le fasi peggiori di questo tipo di crisi, mentre i suburbi più recenti devono ancora farlo, per il loro abitanti semplicemente si tratta di aspettare che scada il tempo di tranquillità concesso. Le giovani coppie con fasce di reddito dai 7.000 agli 8.000 dollari cercavano qualcosa di impossibile: alti livelli di servizi municipali e poche tasse. Mentre queste ultime in alcuni casi già sono salite almeno ai livelli della città, e mancano ancora servizi come la raccolta dei rifiuti. Il suburbio si espande, e gli spostamenti per lavoro diventano sempre più lunghi, con o senza nuove arterie stradali, i vantaggi diminuiscono. Quella campagna tanto agognata scompare man mano sorgono altri nuovi quartieri, e nello sfruttare le superfici si compiono i medesimi errori che sono già costati tanto cari alle città. I bei progetti di parchi e giardini si perdono nel nulla, pare esista una forte domanda inevasa di aree di ricreazione. Nell’area metropolitana di New York è una carenza tanto forte che nei suburbi tradizionali della Westchester County ci sono indicazioni precise per la polizia, di allontanare gli abitanti di altre circoscrizioni che ci vanno a fruire del verde e dei campi da golf pubblici.

Detto in altri termini, per le città si tratta di una occasione straordinaria, e i prossimi anni possono rivelarsi un passaggio critico. Il fatto che il mercato potenziali si allarghi può anche non significare assolutamente nulla, se non ci saranno a disposizione molte – e molto migliori – case in più per conquistarlo. Riassumendo per punti:

Il governo federale deve dispiegare parecchia consapevolezza in più dei particolari problemi della casa in città. A parte la questione discutibile di quanti soldi conferire per il rinnovo urbano, quel che serve è mettere a disposizione risorse senza tutti i vincoli burocratici che ne hanno rallentato il corso. E vanno anche superate tutte le norme discriminatorie per cui di fatto si sono sostenute le espansioni suburbane e ostacolate le trasformazioni urbane.

Le amministrazioni cittadine – e gli architetti, urbanisti, costruttori che ci lavorano – devono ribaltare completamente quel genere di approccio sterile e senza immaginazione che ha sinora caratterizzato le trasformazioni. Succede raramente di aver l’opportunità di sperimentare nuove idee. Certo è necessario operare a grande scala, ma la famosa frase di Daniel Burnham sull’evitare i piccoli progetti andrebbe forse accantonata: se le parti non funzionano, poi non funziona neppure il tutto. Servono proprio piccoli progetti, tantissimi piccoli progetti: case alte e case basse, piccoli isolati a grandi complessi, lasciamo che funzioni anche qui un sano libero mercato.

Il privato ha un ruolo vitale nelle trasformazioni urbane, in quanto espressione di interessi, ma anche in quanto consumatore. Di norma invece questo interesse privato si orienta più al processo di trasformazione, le alleanze, la soddisfazione di vedere realizzazioni, e per lo stesso motivo diventa incline a cercare ciò che esteriormente colpisce, quelle solite vedute di torri e centri commerciali a volo d’uccello.

Non va deluso, un certo desiderio di monumentalità, si deve trovare certo uno sbocco progettuale a quel genere di esuberanza e gusto senza i quali non si dà alcuna vera trasformazione urbana. Ma prendendo ancora in prestito quello slogan: facciamo sì che la forma segua la funzione. Il cittadino che osserva un progetto nel quale si deve andare a vivere, non considera soltanto ciò che appare allo sguardo, ma si chiede se ci andrebbe ad abitare, oppure no. Perché potrebbe anche capitargli.

Estratto da: The Editors of Fortune, The Exploding Metropolis, Doubleday, New York 1958, Titolo originale: Are Cities Un-American? Traduzione di Fabrizio Bottini

Le immagini degli schizzi di progetti urbani sono quelle inserite nel saggio; i fotogrammi di vita suburbana aggiunti sono dalla clip di “Sprawl II: Mountains Beyond Mountains” (Arcade Fire, 2010) ricomposta con filmati d’epoca

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