Pompe

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Foto F. Bottini

Tu vuoi rinunciare alle pompe? Suonava più o meno così una delle innumerevoli battute di Amici Miei, non ricordo quale atto. Si tratta notoriamente di un doppio senso: concetto adeguato sia alle strade statali che ad altri contesti. Sarebbe una gran cosa, pensano in tanti, ambientalisti a singhiozzo inclusi, se la benzina costasse di meno, e se al calare dei prezzi della materia prima corrispondesse di botto un calo del prezzo alla pompa. Forse sarebbe meglio dire che è così solo per il “consumatore”, quella dimensione di spazio-tempo parziale che ci vede svolgere il ruolo di consumatore. Mica sempre bella cosa, le stesse oscillazioni, quando i nostri destini (e non solo quelli) le incrociano in altri ruoli e contesti.

Qualcosa di simile avviene con le opinioni sui distributori ai centri commerciali. Chi vorrebbe mai, “rinunciare alle pompe” che buttano il prezioso liquido facendoci risparmiare, in quanto consumatori, una decina di centesimi al litro? E poter fare il pieno in un colpo solo nel grande piazzale dello shopping mall, già che ci siamo, mentre qualche altro componente della famiglia sta facendo spesa, o ritira il cambio stagionale degli armadi al lavasecco? E poi … però, consumarne una bella fetta, di quel pieno offerta speciale, nella ventina di chilometri minimo che ci separano da casa, o nella marcia di avvicinamento per il prossimo rifornimento. A quello ci si pensa assai meno.

Eh già: è anche questo il risvolto della pompa liberalizzata. Senza catastrofismi, ma anche senza fette di salame sugli occhi, il meccanismo della “liberalizzazione”, unito ai processi di concentrazione in atto più o meno dappertutto, produce esattamente la scenetta descritta sopra. Il mitico mercato, piano piano, mostra certi prevedibilissimi effetti “all’americana” ovunque, ad esempio per quanto riguarda lo spazio di vita. La New Economics Foundation lo chiama il processo delle “città clone” una uguale all’altra nel riprodurre i medesimi padroni di tutte e attività economiche, e una uguale all’altra nel non essere più città. Una sfilata di banche in centro, una di fianco all’altra, che fanno schizzare alle stelle i valori degli immobili che occupano (tanto di guadagnato, no?) rendendo via via marginale la presenza di abitanti. Sopravvive solo la strada corridoio dei negozi, dei multisala, dei servizi vari, ma assomiglia sempre di più alla sua vera mamma: il centro commerciale di estrema periferia, sempre più anche di aperta campagna. Finiranno qui pian piano tutti i tubi che sputano benzina, e servizi annessi.

Una bella comodità, no? Cambio gomme, manutenzioni periodiche, concorso a premi legato al supermarket o al multisala … Però a venti chilometri. A venti chilometri da qualunque cosa. Per farli, quei venti chilometri, ci siamo già bruciati il risparmio della liberalizzazione. E tutto senza parlare di quante schifezze abbiamo liberato nell’aria, senza parlare del fatto che lo shopping mall coi nuovi servizi automobilistici si è mangiato in un solo boccone parecchie decine di posti di lavoro nel bacino di utenza, e ha inopinatamente strappato all’agricoltura qualche ettaro. Negli anni ’20 un avvocato newyorkese si inventò un bel nome per queste cose: freeway business center. Visti i risultati, direi che corrisponde tutto. Tranne ovviamente il free. E adesso, per non farla lunga (e per non parlare di gas serra, sostenibilità, fine dell’era automobilistica …) provo a ripetere la domanda: Tu vuoi rinunciare alle pompe?

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