Città a misura d’uomo: che sarà mai?

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Foto J. B. Gatherer

C’è un giochetto che si fa abbastanza spesso con gli studenti dei corsi di urbanistica e progettazione urbana. Utilizzando schemi già pubblicati su libri, riviste, siti web, oppure invitando gli studenti a provare da soli, sulla carta o con l’aiuto di modelli tridimensionali, si confrontano a parità di cubature edificate e superfici di territorio, le forme urbane che si riescono a ottenere. Il modello estremo classico, prevede la classica torre con tre o quattro appartamenti per piano e vano scale centrale, piazzata nel bel mezzo di un grande lotto libero a verde circondato sui quattro lati dalle strade. All’altra estremità logica di questa scala, il grande lotto libero è ritagliato da una scacchiera di vie minori in una direzione, e vicoli di servizio in un’altra, e al centro dei rettangolini così ottenuti stanno i parallelepipedi corrispondenti a una villetta unifamiliare. Stesse cubature, stessa quantità teorica di abitanti, ma due mondi completamente diversi. In un solo aspetto si assomigliano, e molto, questi due universi: entrambi sono la versione ideale di un modello, o volendo, per altri versi, di un incubo.

Non solo verticale e orizzontale

Sviluppando un modo di pensare che forse non si discosta moltissimo da questo giochino delle densità fatto coi cubetti, nella prima metà del XX secolo le Corbusier provava a imporre il suo neologismo di Cité Jardin Vertical. Ovvero, a sostenere con pochi elementi in più che, vista l’equivalenza in termini di densità, quella data quantità di alloggi si poteva tranquillamente prelevare dal modello unifamiliare suburbano, e riorganizzare sviluppata in altezza secondo i crismi dell’urbanistica razionalista, posando le unità di abitazione sulla solita tabula rasa a verde pubblico, intersecata dalle grandi arterie di mobilità. Forse non serve neppure sottolinearlo, come quel concetto di Jardin, tanto strapazzato e svuotato di ogni senso, ridotto a pure quantità frammentate, non convincesse nessuno. Perché anche se in modo molto perfettibile e intuitivo, le ricerche formali dei quartieri giardino provavano a non staccarsi da quel modello storico di abitazione a quanto pare assai apprezzato da tutti. Trovare una alternativa davvero credibile a quel modello forse non passava per la sua distruzione e ricostruzione totale. Ovvero, per dirla in altri termini più terra terra, certe spontanee preferenze e aspirazioni, a volte anche nonostante siano contraddette dai fatti, derivano da fattori un pochino più complessi di quelli di cui si tien conto in certi progetti.

Lo sprawl è un bene o un male?

Appurato che consumare risorse non riproducibili fa un gran male, si dovrebbe mettersi d’accordo per esempio su come risparmiare territorio, ma qui ricomincia la battaglia campale su come sistemare quei cubetti. Perché se è vero che ad esempio il modello verticale privilegia lo spazio pubblico, e quello orizzontale quello privato, è anche vero che certi tipi di spazio pubblico hanno dimostrato di non essere assolutamente tali, troppo aperti a certe forme di usucapione di fatto. Senza entrare di nuovo nella polemica villette vs. casermoni, appare ovvio come da parte di architetti e urbanisti si sia ancora abbastanza lontani dall’arrivare a formulare una specie di teoria, salvo che, appunto, non ci si può espandere all’infinito, e la terra, serve anche per seminare i campi, cosa notoriamente poco pratica nei giardinetti privati della case unifamiliari (teoricamente invece comodissima nella grande tabula rasa dello schema razionalista). E poi ci sono tutte le funzioni non residenziali, che di sicuro non staranno mai e poi mai dentro le villette, ma altrettanto di sicuro si riescono a adattare partendo dal contenitore casermone e sue varianti. Insomma il vecchio Corbu mica era scemo, e lui e i suoi colleghi alla ricerca di un’alternativa al cottage della famiglia patriarcale vittoriana avevano imboccato la strada giusta, dal punto di vista del metodo. Ma credete che qualcuno dei conservatori dei nostri giorni, anche di quelli che si dicono “amici dell’ambiente”, ci faccia caso? Macché. Basta guardare come vogliono risolvere il problema della casa i Tories britannici, allargandosi all’infinito sulla green belt, per capirlo. Certo loro non dicono così, ma se tanto mi dà tanto, e usando lo schemino dei cubetti, quando abbasso le densità col metodo Create Streets, dovrò presto uscire dal quadrato verde, e iniziare a occupare quello accanto, e così via. Meccanico, inesorabile, quello è sicuro.

Riferimenti:

Sito Create Streets, dell’associazione sponsorizzata dall’ex ministro Conservatore per la casa Nick Boles. Dove con la scusa di costruire ambienti “umani” si mettono le premesse per distruggere migliaia di ettari di territorio agricolo di cintura

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