Contro la città (1940)

zappatoreLa città è come una sirena: attira anzitutto le migliori forze della campagna, le avvince con mille promesse e con i forti adescamenti di più elevati salari, di maggiore conforto, di più larghe possibilità finanziarie, di più nobile tono di vita, con maggiori facilitazioni per gli studi, per gli impieghi, per i divertimenti. Tutto è più bello in città: a cominciare dalle strade, dalle case ai luoghi di svago, alla difesa igienica, alla possibilità di contrarre amicizie, aderenze, alla prospettiva di salire nella scala dei valori umani. Proprio come una sirena la città tratta i suoi ammiratori; dopo averli ammaliati, carezzati, condotti come in un giardino di delizie, poi li fiacca, specie spiritualmente. Dopo due o tre generazioni la stirpe più forte, più impigra, più ingenua, nel senso classico della parola, si è accomodata alla città, si è imborghesita, per dirla con una frase fatta, ma che calza a proposito, ha perso il crisma della ruralità per assumere quello del borgo, e quindi quella patina livellatrice del mediocre borghese, preoccupato della sua conservazione e della sua comodità statica.

Salvo naturalmente eccezioni, in generale la grande massa della plebe inurbata va attenuando l’impeto fecondo delle forze giovanili, proprie dei lavoratori dei campi e degli artigiani rurali geniali e creatori. Chi vive di continuo nelle strade asfaltate in mezzo ad un labirinto di case di pietra o cemento, costretto ad un lavoro uniforme in serie, finisce per perdere in contatti con la natura e manca quindi di quelle relazioni, che sono proprie di chi con questa vive, seguendo per istinto e per abitudine le sue leggi. Negli ultimi cento anni la civiltà meccanica ha fatto affluire alle città una folla immensa, cosicché le metropoli sono divenute mastodontiche e non vi è ragione di credere che il ritmo del loro progressivo accrescimento debba diminuire. La storia si ripete e il fenomeno dell’urbanesimo era già noto nel passato con tutti i suoi danni morali e materiali.

Melfi, Tebe in Egitto, le città dell’Assiria e di Babilonia, le stesse Lucumonie etrusche e la civilissima Grecia, infine Roma imperiale e augusta soffrirono tutte dello stesso malessere spirituale con la decadenza del genus che portò all’affievolimento della fecondità, dello spirito militare, del desiderio di avventura e di un orizzonte più vasto, della sintesi costruttiva che non sottilizza, ma avanza. L’eccessivo ingentilimento e il superiore civismo nell’ansiosa ricerca della ragione delle cose e del divenire, secondo una filosofia superiore dell’homo sapiens, si smarriva in una sterile analisi critica, intelligente quanto si vuole, ma non dinamica come l’azione costruttiva dell’homo faber. È fatale che sia così: Roma stessa non poté sfuggire agli effetti deleteri dell’eccessivo svilupparsi della metropoli con le sue bellezze, le sue comodità, che creava nel cittadino tante supernecessità, ormai indispensabili al cittadino nella sua vita quotidiana, invano temperate dalla vita sportiva, dalla frequenza nelle Thermae e nei Gymnasia. Troppo stridente era il contrasto fra il mestiere rude e difficile dell’agricoltore, l’esistenza pericolosa del legionario ed il gaudio sommo dei cives, cui tutto era dovuto, come un diritto acquisito: dalle frumentationes ai giuochi del circo.

La storia si ripete e l’attuale conflitto fra una civiltà meccanica opulenta e raffinata ma infiacchita e le forze giovanili dello spirito, provate in cento cimenti, anelanti ad un continuo superamento di sé stessi, ne è la riprova. Vinceranno i popoli, che avranno una fede solida, una certezza nelle proprie forze, una tenacia contro tutte le avversità, un disprezzo per il pericolo e per la morte. Con questo ideale si sono superati i punti morti e si è affermata una stirpe più adatta sull’altra, e si spiegano così le vittorie dei Veliti di Alessandro Magno, dei Legionari romani, degli Arabi nelle prime invasioni dell’Africa settentrionale e della Spagna, dei cavalieri mongoli di Gengiz Khan, dei Normanni e dei Vichingi, dei pionieri di tutte le colonizzazioni, delle Camicie Nere italiane in Etiopia, in Spagna, nei cieli del Mediterraneo e nei deserti della Marmarica. È sempre lo spirito giovanile dei rurali che tesse la trama della vittoria, anche se il telaio è mosso da mano esperta cittadina.

La città potrà dare il sale al sapere, esalterà e continuerà la tradizione della razza, darà il premio del valore con la fama, coordinerà le forze brute della campagna, sviluppandole ai fini sociali, incrementerà le iniziative dei singoli, rivolgendole al bene della nazione; con le sue Accademie, con i suoi Studi, con la sua raffinata civiltà favorirà certamente il progresso, ma, come è stato detto, la trama dell’azione, il fortificarsi e lo espandersi di una stirpe è data dalle generazioni contadine, dalle medie classi rurali, che più delle cittadine hanno in potenza la forza per elevarsi di tono e imporsi. La ruralità costituisce una forma mentis speciale, dovuta alla particolare educazione del popolo. Non è il rus ed il praedium in sé, che porta alla vita sobria, animosa, pericolosa, fattiva e tenacemente vittoriosa, ma è la conseguenza di essi, oseremmo affermare che deriva dal fermento che emana dalla lotta, perseguita per generazioni contro tutte le avversità e dal seguire per istinto la natura, sentimento che finisce per permeare gli individui, in grado di intendere ed ascoltare, come una grazia divina, le leggi naturali.

E questa grazia l’uomo la percepisce con maggiore intensità in due periodi della sua vita: nella prima giovinezza e nell’età decadente. Quando tutte le illusioni sono svanite, le ambizioni sopite, i desideri spenti, come ad un richiamo della madre pietosa, che non tradisce mai, specialmente gli eletti sentono più vivo e nostalgico il desiderio di ritornare alla terra riposante. Bella e divina è la conoscenza del fenomeno della creazione, che si rinnova in ogni primavera e che è supremamente deliziosa nella nascita del fiore, del pulcino, di qualsiasi animale che veda la luce. L’uomo, l’orgoglioso dominatore del mondo, sente così un’intima solidarietà con tutte le creature costituenti il genus immortale della terra feconda, che è più forte della morte. Non bisogna perdere i contatti con la campagna. È una forma di squisita educazione che darà i suoi frutti e i vantaggi saranno reciproci per i cittadini e per gli stessi rurali, che il regime fascista ha educato ad una maggiore comprensione dei problemi politici, invitandoli con viaggi, crociere, adunate nei maggiori centri cittadini per conoscere i vantaggi di una superiore civiltà e rompendo quel cerchio chiuso d’individualismo, di misoneismo, che caratterizzava i contadini dell’ottocento.

Nella bonifica integrale si è pensato giustamente di portare la casa isolata nel podere, dove si svolge l’attività economica del lavoratore e di costituire un centro (vico o pieve) che ha un fine urbanistico di collegare il rurale alla vita civile, di fornirgli quelle cure, che sono necessarie, non soltanto al suo sviluppo materiale, ma specialmente alla sua elevazione spirituale. Nel centro rurale vorremmo trovare tutto quanto possa soddisfare le esigenze religiose, scolastiche, sanitarie, alimentari, in modo che i rurali in un raggio limitato di sei o sette chilometri potrebbero pervenirvi magari in bicicletta. Laddove già esiste un villaggio già costituito in zone tradizionali di transito o stazioni umane, che hanno da secoli il loro compito collegatore e coordinatore della vita rurale, non occorre creare un nuovo centro, ma risanare la borgata rurale già esistente e considerare le case inabitabili, le vie troppo strette, le finestre troppo anguste, la deficienza di servizi pubblici in confronto all’importanza del borgo, alla stessa stregua di come fu considerato il problema del risanamento cittadino. Anche qui è tutta una gradualità di provvidenze e quindi di spese, che non dovranno essere sostenute soltanto dallo Stato, ma alle quali dovranno partecipare Provincie, Comuni, enti di beneficienza e gli stessi proprietari.

Le scuole, oltre ad essere focolai d’istruzione, debbono principalmente assolvere il mandato di educare le nuove generazioni ad una nobile e vigorosa esistenza. Con le scuole sorgeranno le palestre ed i campi sportivi ecc. Oltre ai piccoli centri, bisogna preoccuparsi anche della costituzione dei più grandi. L’uomo è un animale socievole e non può per lungo tempo rimanere appartato in una campagna, necessariamente squallida nei primi tempi dell’appoderamento. Egli ha con sé le sue donne ed i suoi bambini, i quali non soltanto hanno bisogno dell’assistenza medica, religiosa, scolastica, ma vogliono vivere la loro parte di esistenza. Il nostro popolo italiano, che è sempre vissuto nel più bel giardino di Europa, che ha un così elevato spirito artistico originale, non può rimanere a lungo isolato in una campagna. Si formerebbe così una nostalgia verso il paese di origine o rimarrebbe latente l’aspirazione verso la Metropoli. Ma per sfollare le grandi metropoli bisogna attirare in campagna anche le medie classi cittadine, parliamo almeno di quelle che ancora non hanno perso i contatti con la ruralità. Occorre creare villaggi semirurali, situati sulle grandi arterie ferro-tramviarie, alla periferia di una grande città, per una distanza non superiore ai cinquanta chilometri, e non inferiore ai dieci o ai quindici, altrimenti sarebbero presto assorbiti dall’espansione della Metropoli.

Queste borgate, destinate agli operai specializzati, ai capitecnici, alle famiglie di impiegati ed anche di professionisti, avrebbero un duplice scopo: anzitutto di sfollare le grandi città e far godere alle famiglie quai vantaggi che sono propri della vita cittadina e campestre. Non si tratta di fare ville luminose e nemmeno città giardino, ma abitazioni comode, igieniche e nel tempo stesso economiche, tanto da far godere il massimo vantaggio al maggior numero delle famiglie. Queste case potrebbero essere cedute in fitto o in proprietà con riscatto (ammortamento e interessi), a seconda della classe di persone alle quali sono destinate. Ne abbiamo già vedute molte in Italia, costruite specialmente da grandi stabilimenti industriali, i quali avevano tutto l’interesse di rendere comoda la vita dei propri collaboratori o delle scelte maestranze. La caratteristica che differenzierebbe questi borghi dalle comuni borgate popolari, città giardino, villaggi di giornalisti, case coloniche ecc., è questa: che tali villaggi destinati alle classi medie cittadine, dovrebbero avere una impronta rurale, nel senso che ad ogni unità familiare adatta (cioè con numerosa prole e con braccia valide) potrebbe temporaneamente essere assegnato, per un certo numero di anni, un appezzamento di terreno dell’estensione da un minimo di mille metri quadrati ad un massimo di cinquemila, a seconda della fertilità del suolo e delle sue disponibilità, affinché possa essere valorizzato a vantaggio della famiglia.

I grossi lavori, come gli scassi, la preparazione ordinaria del suolo, la concimazione, e qualche altra bisogna dell’azienda, come l’acquisto e la vendita dei prodotti e degli strumenti necessari all’esercizio dell’impresa, potrebbe essere curata da una direzione tecnica consorziale, che solleverebbe le famiglie dalle piccole preoccupazioni tecniche e commerciali alle quali evidentemente non sarebbero preparate. Noi vediamo volentieri questa immissione di alcune classi cittadine in campagna, non soltanto perché la vita rurale è una scuola di educazione reale per tutti gli uomini, non soltanto perché la borghesia cittadina vivendo in campagna diventerà più severa nel costume, più fertile nella riproduzione, più attiva nel suo diuturno dinamismo, ritornando così alle tradizioni ancestrali della vita patriarcale, ma perché si introdurrà nelle campagne un soffio di civiltà e soprattutto si favorirà una maggiore circolazione di moneta. L’agricoltore è sempre scarso di numerario e per vederlo deve sottoporsi a mille vessazioni di bagarini e di intermediari grossisti. Con la creazione di questi borghi si porterà il mercato ed il consumatore a diretto contatto con il produttore,con sensibile vantaggio per ambedue.

Le famiglie ne avranno un utile globale, senza considerare i vantaggi igienici, morali, da compensare largamente l’eventuale abbonamento ferroviario del capo famiglia e di qualche figlio adulto. La soluzione di questo problema è più una questione di orientamento mentale, anziché una difficoltà pratica finanziaria. La costituzione di borgate di operai, impiegati, professionisti, permetterà infine tanti sviluppi in diversi settori, oggi quasi impossibili a realizzare nel tumulto della vita di una grande metropoli: una maggiore attrattività sportiva dei familiari, l’educazione delle classi borghesi e privilegiate, avviate alla conoscenza del lavoro manuale, auspicata anche nella riforma della Scuola italiana. Quando l’attuale conflitto sarà terminato ed il nuovo ordine europeo, secondo la politica dell’Asse Roma-Berlino sarà un frutto compiuto, anche questa riforma, che noi auspichiamo, porterà il suo contributo fattivo alla conservazione spirituale e materiale della razza, formerà oggetto di gaudio per i combattenti, orientamento, speranza, scuola di educazione per la marcia futura.

da: Critica Fascista, 15 novembre 1940

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