Agricoltura: non ti allargare troppo!

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Foto J. B. Hunter

Ora, non c’è alcun dubbio sul fatto che, almeno in linea generale, la città industriale moderna abbia lasciato troppo spazio alle componenti artificiali e meccaniche, relegando quelle naturali ai margini: vuoi dal punto di vista quantitativo, vuoi da quello funzionale, vuoi da quello dell’integrazione entro una logica di sistema. Il verde, ad esempio, sia negli aspetti di regolazione ambientale (clima, inquinamento atmosferico, drenaggio, purificazione, sia negli aspetti di servizio alla residenza in quanto spazio pubblico per la ricreazione, sia infine e soprattutto per quelli agricoli e produttivi alle varie scale e tecniche, si è via via ridotto a una serie di tasselli incomunicanti di un patckwork difficilmente ricomponibile in un mosaico, e men che meno una rete o organismo. Ben venga quindi il gran ritorno in voga delle pratiche di agricoltura urbana, che uniscono sia obiettivi alimentari che economici che ambientali e di servizio, ad altri di ordine sociale, come la diversificazione di attività e prospettive. Il rovescio della medaglia, è però che tutti questi aspetti positivi rischiano di fatto, come già accaduto con il passato approccio rigidamente ingegneristico, di non inserirsi adeguatamente in una visione urbana complessiva di lungo periodo, e neppure in realtà di integrarsi a politiche urbanistiche di coordinamento, sviluppandosi ciascuna per conto proprio. Accade così che spesso anche le migliori intenzioni finiscano per contrastarsi l’una con l’altra, anziché agire in sinergia come sarebbe possibile e opportuno. Non è possibile evitarlo? Certamente si, se si una un tipo di approccio analogo a quello sin qui seguito per le altre trasformazioni urbane.

L’oggetto principale della riflessione

Se ragioniamo in termini urbanistici nel senso di idea complessiva di città, non possiamo non ricordare che tutte le strategie di questo tipo si sono sempre sviluppate attorno ad un elemento focalizzante, che poi in un modo o l’altro si tirava appresso il resto. Di norma ad esempio è il tema dell’abitazione a svolgere questo ruolo, in senso ampio in quanto abitabilità, a comprendere gli alloggi, la loro aggregazione, poi il rapporto coi servizi, il lavoro, le infrastrutture eccetera. Per quanto riguarda gli spazi della produzione alimentare in città, si può quasi certamente conferire un ruolo simile all’agricoltura urbana vera e propria, cioè distinta – anche se complementare – dagli orti di quartiere o privati, o ancora da spazi di verde urbano che utilizzano colture anche utili a scopo alimentare. Il tipo di agricoltura di città che si sta affermando con maggiore successo e innovazione al giorno d’oggi dopo la fase dell’economia industriale, è quello che si sviluppa su superfici relativamente contenute dal punto di vista dell’unità locale, anche se a volte dipendenti da una medesima organizzazione. Nell’agricoltura urbana di questo tipo (che può essere sia a scopo di lucro, che sociale, che cooperativa) in genere produttore e consumatore sono figure diverse, come nell’agricoltura tradizionale, ma cambia però il ruolo, che si affianca a quello del verde per il tempo libero e ambientale, deve considerare gli incrementi di biodiversità (e quindi le tecniche impiegate), la funzione spaziale (localizzazione) e le sinergie con le reti di distribuzione e trasformazione locale, inserendosi nelle economie metropolitane.

L’agricoltura urbana del geometra agrimensore e urbanista

La produzione alimentare in ambiente cittadino si colloca naturalmente dentro varie strategie pubbliche, come quelle della salute e del benessere, o delle pari opportunità di accesso a cibi sani se esistono disparità qualitative o distributive, oppure ancora allo sviluppo locale, sia puramente economico che di diversificazione occupazionale. La questione basilare ed essenziale, però, quella da cui in qualche modo deve partire tutto, è il dove e il come inserire gli spazi di coltura nel tessuto urbano, che determina poi praticamente da solo anche cose come le tecniche, il ragionevole valore aggiunto atteso dell’attività, il ruolo nei quartieri, la fattibilità di alcuni progetti di riuso. In pratica, siamo dalle parti di norme tecniche di zona, per parlare molto terra terra. Che dovranno in qualche modo fissare, a seconda delle aree interessate (ad esempio per densità, funzioni prevalenti, nonché grado di trasformazione o consolidamento funzionale) le dimensioni minime e massime delle superfici destinate all’attività, variabili ovviamente a seconda dei caratteri per esempio residenziali o altro del contesto, i tipi di godimento, in proprietà o concessione, e loro regolamentazione, la possibilità o meno di integrare alla sola produzione agricola, dentro i medesimi spazi, anche altro: trasformazione dei prodotti, vendita commerciale, infine gli usi di macchine e altri mezzi meccanici che possono interferire in vari modi (operativi o fermi) con la natura urbana specifica dei luoghi. E si capisce anche solo da qui, come «fare agricoltura urbana» seriamente, sia qualcosa di parecchio più complesso che non mettersi un cappello di paglia e umettarsi il palmo della mano prima di impugnare un attrezzo.

Riferimenti:
City of Vancouver, Amendments to Zoning and Development By-law and Business License Bylaw regarding Urban Farming, delibera 9 febbraio 2016

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