Accessibilità non è solo questione di rampe

skylineRiuso, riqualificazione, rigenerazione, trasformazione, ripristino, sviluppo, crescita, agglomerazione, smaterializzazione, flessibilità, complessità: a parte l’occhiatina sospetta che ormai ci viene spontanea davanti all’uso troppo disinvolto (e mescolato a caso) di questi termini, dietro a quali spesso si nascondono pessime e antichissime intenzioni, qualcosa è comunque sicura. Ovvero che se vogliamo guardare al futuro, e non crogiolarci in improbabili nostalgie per il bel tempo passato, dobbiamo ragionare in maniera complessa, non isolando gli scenari economici dentro una vaga aura di autoreferenzialità, ma inserendoli invece dentro a condizionanti e condizionate infrastrutture urbane collettive. Perché è la città, comunque intesa, ad essere sempre il campo privilegiato dello scontro, spazi pubblici e privati, trasporti e flussi, istruzione casa servizi, equilibri ambientali: tutto ciò che fa della città luogo di crescita sostenibile, equa, aperta, adattabile, accessibile. Uno dei fattori essenziali di quanto chiamiamo complessità, è il suo evolversi in direzioni sostanzialmente imprevedibili dal punto di vista sociale, economico, tecnologico, ma questo rafforza se possibile l’aspetto del contenitore su quello del contenuto, ovvero dell’organizzazione fisica rispetto a ciò che ci accade. Certo non si tornerà mai a quell’idea piuttosto stravagante e un po’ sadica di certi architetti novecenteschi, secondo cui era possibile plasmare l’uomo conformando il suo ambiente di vita, ma resta l’importanza dell’urbanistica in quanto disciplina squisitamente spaziale.

Il contenitore e il contenuto

Inutile forse ripetere che la parola «urbanistica» dovrebbe stare a definire qualcosa di ben diverso, dall’immagine popolare spesso rilanciata da certa stampa, di una sorta di edilizia con effetti dilatati. Ma è certo che l’approccio fisico, pur declinato attraverso regole e obiettivi generali di carattere sociale e ambientale e di efficienza (altro è il «progetto urbano» dei disegni) possa avere un ruolo fondamentale: porre tutte le condizioni perché si possano realizzare ambienti funzionali e sostenibili, abitabili, accessibili, inseriti nelle varie reti, in grado di stimolare e attirare vitalità, investimenti, ispirare identità. Il fatto che poi questo mix venga letto da alcuni secondo le categorie puramente economiche, o monetarie, o ancora delle valutazioni immobiliari, poi rappresenta solo uno dei tanti possibili sintomi della riuscita e validità del metodo, non certo un obiettivo centrale. L’urbanistica, o se vogliamo insieme di politiche urbane con specifica focalizzazione sullo spazio fisico, si colloca in una posizione chiave per stabilire le qualità auspicate da collocare negli ambiti, in una prospettiva di lungo periodo e per usi non precisamente prevedibili: in fondo è questa la base da cui poi si sviluppano «economie» intese in senso ampio.

Composizione è varietà

Pensiamo al concetto di accessibilità, di solito ingegneristicamente declinato rispetto ad alcuni flussi meccanici, che consentono a neutre quantità di esseri umani di arrivare comunque in un certo luogo. Se lo interpretiamo in senso ampio, e anche ribaltando la prospettiva in «eliminazione di tutte le barriere che impediscono accessibilità», troveremo virtuosi incroci e intrecci con una miriade di altri obiettivi. Spesso nelle nostre città all’alba del terzo millennio si parla di gentrification, più o meno strisciante, e se ne straparla al punto da litigare a lungo su cosa sia esattamente, quel processo, e se sia positivo o negativo (curioso poi che qualcosa di tanto indeterminato si possa ragionevolmente giudicare buono o cattivo, tra parentesi). Ecco, proviamo ad estendere l’idea originaria, della brutale sostituzione e semplificazione sociale, sia al concetto di barriera che a funzioni diverse dal puro risiedere. E scopriremo che ciò che chiamiamo a torto o a ragione gentrification, altro non è che un segmento di tutto quanto impedisce accesso a un dato luogo: non posso accedere in quanto abitante per i valori immobiliari esclusivi, non posso accedere in quanto pedone per l’orientamento trasportistico di un’area sempre più vasta (nonché la correlata distanza della residenza che mi posso permettere), non posso accedere in quanto attività economica o settore di attività perché il campo è occupato militarmente da soggetti più forti. E via dicendo. Chiaro, allora, quale dovrebbe essere la funzione politica di un governo democraticamente eletto: eliminare in prospettiva queste barriere, e farlo promuovendo l’interazione dell’approccio spaziale-urbanistico ad altri direttamente correlati, come ben ci racconta ad esempio questo bel documento del Royal Town Planning Institute britannico.

Riferimenti:
Planning and tech
, Royal Town Planning Institute, policy paper, febbraio 2016 (scaricabile in pdf in fondo al comunicato stampa di sintesi)

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