Contro la macelleria sociale della gentrification

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Foto M. B. Style

C’erano una volta le trasformazioni urbane naturali, naturali perché parevano andare nella medesima direzione di quelle sociali prevalenti, o quantomeno auspicabili. L’urbanizzazione avveniva per stratificazioni, e questi strati prima o poi iniziavano a fare come le lasagne dimenticate fuori da frigo per troppo tempo, quell’angolino secco, il sospetto di muffa, la quasi certezza che almeno quella fetta è meglio buttarla via. Così un quartiere, magari una intera vasta sezione della città, sul volgere di alcune generazioni ce l’aveva davvero bisogno di una radicale ripassata nel microonde delle nuove prospettive sociali: ambiente più pulito, case più spaziose, servizi degni di quel nome per l’epoca. E il metodo usato di norma era anche l’unico disponibile dei vasi comunicanti: aspirazione, scarico, nuovo riempimento di flussi freschi, prelevati là dove ce n’erano in abbondanza. Se sostituiamo a questi «flussi» una parola più aderente al contesto, troviamo subito l’aggettivo «economico», ovvero dal quartiere se ne vanno cose economicamente più povere e ne entrano altre economicamente più ricche: persone, spazi, tecnologie, attività. Non si tratta di un’equazione perfetta ovviamente, perché il degrado si sposta semplicemente altrove, ma secondo la tradizione una volta estirpata la coltura urbana di quel degrado, lo si dovrebbe risolvere socialmente (ad esempio in nuovi quartieri di case economiche vicino a fonti di occupazione industriale).

Le nuove frontiere del riciclaggio degli scarti

Ancora più in generale, quel sistema di aspirazione, scarico, nuovo riempimento, vale sia per la rimozione che per l’accumulazione di degrado. E cioè un quartiere può sia dare che ricevere i flussi freschi, aumentando o diminuendo la sua componente degradata rispetto alla media auspicabile: se ne vanno i poveracci espulsi sostituiti da speranzosi più agiati, o scappano via gli agiati che non reggono più di essere circondati dal degrado. In entrambi i casi ci sono sia la possibilità di trasferirsi in altri quartieri esistenti, e alimentare uno dei due processi, sia quello più frequente e storico di andare verso la nuova frontiera dell’urbanizzazione periferica. Poi c’è la variabile fondamentale dell’intervento pubblico, che si manifesta un parecchi modi diversi. C’è l’intervento diretto nella trasformazione come negli sventramenti ottocenteschi per risanare il marcio accumulato dai secoli, magari accoppiando alle deportazioni di poveracci la costruzione di case economiche da qualche altra parte. Oppure c’è l’intervento pubblico indiretto, ovvero non specificamente mirato agli abitanti dei quartieri interessati, ma che promuove diciamo così soluzioni alternative, invitando caldamente chi può a lasciar posto ai nuovi flussi innovativi: le graduatorie dell’edilizia pubblica, i mutui agevolati, le politiche urbanistiche eccetera.

Occhio non vede, cuore non duole

Ci sono schematicamente parlando almeno tre modi in cui la pubblica amministrazione può gestire questo tipo di trasformazioni. Il primo, già accennato, è quello di farsi agente diretto del cambiamento, gestendo in prima persona o comunque molto da vicino le trasformazioni fisiche e sociali, dall’apertura di nuove vie, piazze, alla realizzazione dei quartieri, del verde, dei servizi. Il secondo metodo è quello di intervenire pure direttamente per attenuare gli impatti negativi di un processo spontaneo indotto dal mercato e da operatori privati di grandi dimensioni, per garantire che tutto avvenga senza eccessivi traumi di carattere sociale, economico, urbanistico. Il terzo caso, che ahimè si verifica fin troppo spesso di questi tempi, è quello della classicissima gentrification, in cui operatori medi e piccoli accumulando minime azioni di trasformazione fisica, a volte zero trasformazioni se si considera il tessuto viario, provocano un terremoto sociale, immobiliare, di vita dei quartieri, ma la pubblica amministrazione si limita a stare a guardare, convinta che la mano invisibile del mercato saprà agire al meglio. Ovviamente la storia urbana ci insegna che non è affatto così, anche se magari gli effetti della gentrification in una zona si ripercuoteranno sulle dinamiche di zone lontane, magari neppure nella stessa area urbana. Il caso migliore di intervento pubblico, è quello che mescola un pochino dei tre approcci, come accaduto almeno storicamente nel caso di Stuyvesant Town a New York, nata nell’epoca del rinnovo urbano anni ’60 in stile Robert Moses, passata attraverso fasi di trasformazione e privatizzazione, ma che oggi sembra riprendere un certo equilibrio.

Riferimenti:
Henry Grabar, The saving of Stuy Town: has corporate greed in New York been dealt a blow? The Guardian, 29 ottobre 2015

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