Cosa sappiamo su salute, abitazioni, città

Lo strettissimo rapporto tra salute e qualità dell’abitare è cosa oggi ben nota tra chi prende le decisioni. La questione della casa è uno degli aspetti più studiati in materia sanitaria in quanto determinante sociale, e molti progetti pilota per abitazioni a basso costo confermano il rapporto tra investimenti migliore qualità e rendimento. Di conseguenza da molte parti nell’amministrazione sanitaria, socioeconomica e delle decisioni politiche più generali si vuol comprendere meglio il quadro degli studi di settore per intervenire più efficacemente. In questa nota si provano e delineare alcuni percorsi di riflessione per future politiche.

Quattro linee di riflessione

Le conoscenze attuali sul rapporto casa-salute si possono articolare in quattro filoni. Il primo è quello degli studi su chi non ha una casa stabile e gli effetti sanitari (stabilità). Il secondo concerne le ricerche sugli effetti della casa e della sua organizzazione (sicurezza e qualità). Un terzo ambito meno ampio è quello degli studi sul carico economico relativo dell’abitazione (economicità). Infine il quarto campo, oggi in grande crescita, della dimensione di quartiere e dei suoi effetti sulla salute, sia dal punto di vista ambientale che sociale (quartiere). Tutti i percorsi riguardano esempi sia di studi di caso del problema dell’abitazione/salute, che di interventi e possibili soluzioni.

STABILITÀ

Ricerche su casi hanno dimostrato come senza una abitazione stabile si danneggia la salute delle persone. Chi è cronicamente homeless presenta tassi di morbilità sostanzialmente più elevati, sia dal punto di vista fisico che psicologico, e di mortalità. Sono in molti a subire traumi sulle strade o nei rifugi, il che ha effetti negativi sul benessere psicologico. Ciò si traduce in spese sanitarie costantemente più elevate per ospedali e pronto soccorso. Addirittura i bambini che hanno sperimentato solo nell’utero della mamma la condizione di homeless hanno più probabilità di essere ospedalizzati e comunque soffrire di disturbi rispetto alla media.

Chi non è cronicamente homeless ma subisce in qualche misura instabilità abitativa (si sposta frequentemente contro la propria volontà, cade in morosità, viene ospitato) pure più probabilmente avrà condizioni di salute peggiori rispetto a chi ha una casa stabile. L’instabilità residenziale significa problemi di salute per i più giovani, tra cui rischi di gravidanze indesiderate tra i minori, abuso di droghe, depressione. Un esame su venticinque ricerche relative agli effetti psicologici e fisici (comprese le dipendenze) dei pignoramenti di case da peggioramento della situazione economica, rivela depressione, ansietà, abuso di alcol, disagio psicologico, suicidi. Lo studio di Matthew Desmond, Evicted, illustra quanto la tensione da instabilità abitativa possa produrre disoccupazione, uscita dalle reti sociali, dell’istruzione, dei servizi. Senza casa stabile non esiste nemmeno un sistema sanitario efficace garantito, nemmeno la possibilità di cure e farmaci regolari.

Per contro, garantire una abitazione stabile migliora la salute e riduce i costi sanitari. Su una popolazione di quasi 10.000 abitanti in Oregon con instabilità abitativa, la messa a disposizione di case economiche ha ridotto la spesa in sostegno Medicaid del 12%. Nella medesima popolazione si è rilevato anche un incremento del 20% delle cure esterne e una diminuzione del 18% nei pronto soccorso. Sono stati studiati anche gli effetti sanitari di un sistema abitativo più stabile, dal sostegno all’affitto o al mutuo, in rapporto allo stress psicologico grave.

Dare casa a chi non ce l’ha significa migliorare la salute. In uno dei tanti casi monitorati di interventi sulla condizione di homeless, il sostegno per l’abitazione ha effetti positivi sul disagio psicologico e la violenza domestica. Specie per chi è cronicamente senza tetto, avere un luogo sicuro in cui abitare riesce sia a migliorare le condizioni che a ridurre i costi dell’assistenza sanitaria. Si discute anche molto sull’equilibrio tra costi delle politiche per la casa e costi di quelle sanitarie. Il modello Housing First in cui gli homeless cronici con diagnosi di comportamento antisociale ricevono assistenza abitativa, si dimostra particolarmente efficace proprio sul versante dei costi: una ricerca calcola un risparmio al netto dei costi per la casa fino a 29.000 dollari l’anno a persona.

SICUREZZA E QUALITÀ

Esistono molti elementi dell’abitazione legati alla condizione sanitaria. L’esposizione al piombo danneggia irreversibilmente cervello e sistema nervoso dei bambini. Alloggi inadeguati, con scarsa ventilazione, o infiltrazioni di umidità, moquette sporca, infestazione di parassiti, tutti influiscono sulle condizioni sanitarie, per esempio l’asma. Anche l’esposizione a temperature troppo calde o troppo fredde influisce sulla salute, come nei casi di disturbi cardiovascolari tra gli anziani. Il sovraffollamento residenziale significa sia malattie fisiche (infezioni per esempio) che tensioni psicologiche.

Moltissime ricerche di caso dimostrano il grande potenziale del migliorare la situazione abitativa in termini di qualità e sicurezza. Eliminare i fattori che inducono asma mostra miglioramenti e riduzione delle spese sia per bambini che per adulti. Studi comparati sul divieto di fumo in complessi di case economiche mostrano una diminuzione del consumo di sigarette, dei fumatori, degli effetti del fumo passivo. I bambini delle famiglie che partecipano al programma federale Low Income Home Energy Assistance (LIHEAP), di assistenza economica al riscaldamento al condizionamento per ragioni mediche e alle emergenze carburanti, vengono rilevati a rischio inferiore riguardo al peso e all’alimentazione, rispetto ad altri bambini di altre famiglie non partecipanti. Tra gli adulti gli interventi sulla qualità e sicurezza della casa riducono le cadute fino al 39% se monitorati terapeuticamente, e comunque un miglioramento continuo della situazione.

ECONOMICITÀ

Nel 2015, 38,9 milioni di famiglie americane hanno speso oltre il 30% del proprio reddito nella casa, conquistandosi così la poco auspicabile qualifica di «oppressi dai costi» ed esclusi dalla possibilità di investire in consumi più sani. Nello stesso anno, 18,8 milioni id nuclei familiari risultano «gravemente oppressi dai costi» avendo speso oltre il 50% del proprio reddito nella casa, e con una soverchiante quota che ricade su chi paga un affitto e non è proprietario. Visto che sia i redditi che gli affitti ricadono nel calcolo dell’inflazione, la quantità di nuclei familiari gravemente oppressi dai costi dell’affitto dovrebbe arrivare a 13,1 milioni nel 2025 con un incremento dell’11% rispetto al 2015.

In alcuni casi, si può investire nella casa per abitare in una zona più sana dal punto di vista dei parchi o delle scuole. Ma l’assenza di occasioni economicamente accessibili può incidere sulla capacità delle famiglie di orientarsi verso altre spese e rappresentare un serio problema finanziario. I nuclei a bassi reddito con difficoltà a sostenere l’affitto o il mutuo o le bollette, hanno minore probabilità di accedere a servizi sanitari e rinviano cure necessarie, a differenza di chi ha a disposizione una casa economica. Per queste famiglie svantaggiate c’è un 23% di probabilità in più di avere difficoltà negli acquisti alimentari. Chi è in ritardo con le rate del mutuo ha pure difficoltà con le spese alimentari e gli acquisti di medicine. Per contro a New York le famiglie con una casa economica in affitto vedono un incremento del reddito disponibile per altre spese del 77%, da investire in assicurazione sanitaria, alimentazione, istruzione, o risparmiare per iniziare a comprarsi la casa.

QUARTIERE

Gli studi sui rapporti tra il contesto urbano e la salute sono cosa corrente sin dai tempi di John Snow e delle sue indagini sulla fontanella in Broad Street durante il colera di Londra. In epoca moderna, le ricerche dimostrano come la disponibilità di trasporti pubblici casa-lavoro, negozi di prima necessità con buona offerta alimentare, spazi sicuri per il tempo libero e l’attività fisica, si relazioni a uno stato di salute migliore. Abitare vicino ad arterie molto trafficate, per contro, è un pericolo per la salute e può sfociare in malattie respiratorie dall’asma alla bronchite, e richiedere più cure mediche. In una ricerca sulla riqualificazione si rileva come anche poter solo passeggiare lungo una zona non ancora edificata e «arredata a verde» rallenti il battito cardiaco rispetto alla medesima passeggiata lungo un lotto semplicemente vuoto. Il medesimo studio rivela come il riuso spontaneo di edifici e superfici abbandonate possa ridurre la violenza armata. Ricerche sui programmi per la Sicurezza sul Percorso verso la Scuola in Texas rilevano una riduzione dei feriti del 43% tra i minori che usano possono utilizzare marciapiedi piste ciclabili e passaggi pedonali ben segnalati.

Forse meno vistose ma potenzialmente anche più importanti sono le caratteristiche sociali dei quartieri, dal tasso di segregazione, a quello di criminalità, al capitale sociale. Qui la sociologia ha condotto indagini fondamentali che descrivono i rapporti tra città e società in termini di salute. David Williams e Chiquita Collins, in particolare, documentano gli effetti della segregazione sulla salute, ipotizzando che segregare allarghi i divari di accesso a scuola, lavoro, assistenza sanitaria; e influenzi i comportamenti legati alla salute, i tassi di criminalità, nei quartieri di colore. Ma nonostante gran parte delle ricerche evidenzi come la segregazione razziale abbia effetti negativi sulla salute, alcuni studi evidenziano aspetti positivi dei «quartieri ad aggregazione concentrata nera».

Una analisi del programma pilota Moving to Opportunity for Fair Housing ci offre dati straordinari sugli effetti dei quartieri sulla salute. Secondo questa iniziativa chiave di studio sperimentale a finanziamento federale, le persone sono state casualmente divise tra chi riceveva e chi non riceveva sostegno finanziario nello spostarsi verso zone a basso reddito, per scavalcare alcune difficoltà di ricerca emerse da molti studi precedenti. Gli adulti che hanno partecipato ai trasferimenti sostenuti sperimentano evoluzioni positive in termini sanitari, sia psicologici che fisici (per esempio si riducono i tassi di diabete e obesità), più di altri restati nelle zone originarie di elevata povertà. Quasi vent’anni dopo la conclusione di quell’esperimento, Raj Chetty e altri rilevano come i meno che tredicenni all’epoca del trasloco nei nuovi quartieri vedono di parecchio aumentata la loro probabilità di arrivare a titoli di studio superiori e a realizzare una carriera soddisfacente.

Estratto da: Health Affairs – Health Policy Brief, giugno 2018 – titolo originale: Housing and health: an overview of the literature – Traduzione di Fabrizio Bottini
Immagine di copertina: Community Health, 1935

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