Dalla casa prigione alla casa prigione?

La casa della famiglia nucleare borghese

Copertina catalogo Homes for a Living, 1956 (dettaglio)

Statistiche e dati demografici rendono evidente come la quota di popolazione che vive oggi nelle aree urbane stia continuamente crescendo: nel corso del 2007, in tutto il pianeta, è stata superata la soglia simbolica del 50%. Le città sono dunque sempre più identificabili come i centri del potere economico, politico, discorsivo e sociale e, in quanto tali, come i luoghi “naturali” di espressione del conflitto sociale (Cellamare e Scandurra, 2017). Allo stesso tempo esse sono però anche i luoghi in cui si concentrano maggiormente i servizi, in cui c’è “più salute” e si trovano più probabilmente risposte alle domande che sono all’origine di quei conflitti. Le città sono definibili quindi come “il palcoscenico delle relazioni sociali” e questa funzione riguarda tutti le città, grandi e piccole, connesse tra loro o isolate, a qualsiasi latitudine siano esse situate.

Non si tratta certo di una scoperta recente: nel 1937 Lewis Mumford vedeva l’esperienza comune nel contesto urbano come la componente principale per lo sviluppo creativo della cultura e della personalità umana (Mumford, 1937) e prima di lui, nel 1915 anche Patrick Geddes, intuisce e sottolinea l’importanza del pensare alla città come una comunità di persone in relazione e partecipi in vario modo dei meccanismi decisionali piuttosto che come un insieme di strade e case soltanto (Geddes, 1915). Tuttavia, almeno a partire dalla seconda rivoluzione industriale, il “mattone” che costruisce la città moderna determinandone le scelte, non è la comunità di cittadini in relazione, né il “raggio del grano”, che riferisce alla convenienza del contadino a commerciare il suo grano avendo come parametri il costo dei trasporti e la rendita fondiaria. L’elemento base che costituisce l’ossatura della città è l’ascesa della famiglia nucleare borghese, in base alla quale tutto si conforma: costi, funzioni e forme degli spazi pubblici e privati (la casa, in primis) si ridefiniscono in base alle scelte economiche della borghesia capitalistica; non è la città-officina, dentro gli ingranaggi della quale si era spezzettata la società tradizionale che si afferma, ma la periferia costruita ad hoc e organizzata nello zoning (Bottini, 2017). E mentre per gli uomini che lavorano fuori casa le relazioni sociali si strutturano e si costruiscono quotidianamente nei processi lavorativi centralizzati e socializzanti, nei quartieri periferici, sia quelli operai – con i grandi condomini-dormitorio – sia quelli borghesi, con schiere di villette tutte uguali a disegnare tutte la stessa vita- le donne vivono la solitudine e la frustrazione della solitudine e della riproduzione domestica come unico orizzonte.

Nel corso del Novecento, quindi, lo spazio urbano si fa sempre più funzionale alla produzione dei singoli, il suo termine di confronto è l’homus oeconomicus, mentre chi “abita” e interagisce quotidianamente con gli spazi e i servizi urbani ha importanza relativa, viene espulso da qualsiasi progettazione, contano la tecnica e le funzioni assegnate ai singoli, a nulla serve l’esperienza soggettiva del luogo; ci sono strategia, piano, funzioni, non ci sono relazioni umane, reti, società, esigenze diverse da quelle della produzione, dell’utilità funzionale (Jacobs, 1961).

Prospettive trasformative nella pianificazione urbana

A partire dalla metà degli anni sessanta, grazie, tra gli altri, agli studi di Aaron Wildawsky (1964) le politiche urbane cominciano a diventare modello di studio per analizzare tutte le altre politiche di una municipalità. Wildawsky teorizza che l’analisi di contesti locali, accompagnata da uno sforzo di generalizzazione e di comparazione tra casi alla ricerca di elementi comuni, che vengono poi estrapolati dalle situazioni particolari, possa costituire una metodologia per una più accurata conoscenza della natura dei processi decisionali.

I sui studi aprono la strada a nuove definizioni di pianificazione urbana, che viene ad assumere un significato sempre più vicino ad un sistema pluri-vocale di “conversazione urbana” (Vettoretto, 2009) o di “interazione orientata all’intesa” (Crosta, 2010), in cui si fa determinante la dimensione soggettiva contestuale e relazionale delle persone coinvolte (Coppo-Cremaschi 1994; Cremaschi, 2009). In luce viene messo il legame tra la dimensione della vita quotidiana, la dimensione dei processi sociali più ampi (Beauregard, 1995; Healey, 1992) e l’effettiva produzione di politiche per la città. La pianificazione urbana si configura quindi come un’azione non solo tecnica, ma “deeply and inevitably political” (Forester, 1999), in grado di far emergere le diversità, di mettere in trasparenza di ciò che altrimenti resterebbe nebuloso e neutro, riconoscendo i diversi impatti che sulle persone possono avere le decisioni prese. La città si configura quindi come un dispositivo di pratiche che prende significato dalle reti di relazioni che attiva, così come dalle interazioni e dagli scambi che in essa si instaurano (Cellamare – Cognetti, 2007).

È in questo scenario che la prospettiva di genere applicata agli studi sulle politiche urbane si inserisce in maniera quasi naturale, proponendosi come trasformativa. Essa evidenzia il modo in cui i ruoli, gli stereotipi e i pregiudizi si traducono e sono inscritti nella produzione dello spazio sia pubblico che privato e delle politiche che lo regolano (Pollack, Hafner-Burton, 2000). Sembra un passaggio quasi ovvio quello al genere come lente di osservazione del reale rispetto alla messa in trasparenza di differenze che possono diventare discriminazioni, sennonché questa rimane oggi più che mai una prospettiva profondamente trascurata, ai margini di ogni lettura politologica, ignorata o quasi nella produzione così come nella valutazione delle politiche pubbliche applicata alla città.

Ripensare la forma della casa

Un’ulteriore spinta all’apertura verso una lettura sessuata della realtà urbana la danno, a partire dagli anni ottanta, gli studi di Dolores Hayden, storica dell’architettura e femminista marxista americana. Hayden chiarisce come l’integrazione della prospettiva di genere nella definizione di politiche pubbliche per la città implichi necessariamente un ragionamento sulla “casa”, sia come manufatto e in sé sia come elemento inserito nel più complesso sistema dell’abitare, che produce e riproduce una precisa idea di società (Hayden 1978, 1989, 2004). I suoi scritti riportano l’attenzione su episodi assai remoti della teoria urbanistica e pressoché misconosciuti, ricostruendo il filo conduttore che lega svariate epoche fino a quella odierna e definibile sinteticamente come “il posto della donna è la casa”, concetto che ha costituito nei secoli la base di costruzione non solo dei ruoli sociali tra i sessi, ma su cui si è configurato l’intero impianto costitutivo delle città e degli spazi all’interno delle singole abitazioni. La collocazione culturale- tradizionale delle donne in un determinato luogo – il privato domestico- si configura quindi come un elemento totale, un principio ordinativo dello spazio cui si conformano di fatto anche le relazioni sociali.

In questo contesto, Hayden riporta alla luce alcune figure di donne che, all’interno del filone utopistico del pensiero socialista americano di fine ottocento -collegato alle teorie di Fourier e Owen e, in ultima analisi, legato agli sviluppi di matrice inglese di un nuovo modello di città, la città giardino di Howard- progettano quella che viene definita come “l’anti-città”, vale a dire comunità ideali, concepite in antitesi rispetto alla città industriale, sotto-forma di luoghi in cui ricreare la “vita (e la casa) perfetta”. Scienza, tecnica e ingegno vengono messi all’opera per sperimentare dispositivi che sollevino le donne dal peso della cura, in particolare dall’incombenza della nutrizione (si parla di tubi sotterranei che portano il cibo nelle case, sistemi di rotaie che smistano pranzi e cene assemblati in cucine comuni e così via). Come facilmente immaginabile, soluzioni di questo tipo, benché ingegnose, si rivelano fin da subito non solo estremamente costose, ma tecnicamente impraticabili nella realtà e inserite in un modo abitare “privato” che in realtà privato non è, concepito in maniera non dissimile dai grandi falansteri e alle strutture totali di un ospedale o di una prigione. Appare tuttavia interessante notare come, attraverso il riconoscimento ufficiale delle donne come produttrici di idee di città, si stia però facendo spazio la convinzione che progettare l’abitare integrando lo sguardo di tutti coloro che ne beneficeranno- uomini e donne- possa portare, nella pratica, ad un miglioramento del benessere generale della società.

I casi riportati da Hayden, pur non cogliendo appieno la questione di una riproduzione che, anche nel nuovo progetto, veniva solo spostata di luogo, socializzata fuori dalla casa, ma restando pur sempre un “mestier da donne”, sottolineano aspetti molto importanti della concezione dell’abitare come sistema di “relazioni tra spazio pubblico e privato” dalle quali può essere utile far ripartire oggi un ragionamento sulla socializzazione (di parti della) riproduzione.

Se negli anni settanta del Novecento il concetto di casa/mura domestiche viene affrontato quasi esclusivamente sotto-forma di “problema” in quanto simbolo dell’oppressione patriarcale, a partire dagli studi di Hayden si può cogliere un altro filone di ragionamento, che riportato ad oggi ci parla di un modo diverso di guardare alla relazione tra casa come manufatto e abitare come sistema di relazioni tra le persone che abitano. Un ragionamento sull’uso degli spazi, sull’uso del tempo soprattutto e sulla “messa in comune” di alcune parti del “privato” in cui è rinchiusa storicamente la cura, oggi è parte fondamentale dei discorsi del movimento delle donne, così come di gran parte dei documenti internazionali ed europei relativi alle politiche per la città e andrebbe approfondito, portato nei luoghi “in cui si decide”.

Anche soltanto osservando il reticolo di strade in cui ciascuno di noi abita, proviamo a chiederci se in quello spazio tutti – donne e uomini- vediamo le stesse cose, abbiamo gli stessi tempi di percorrenza, utilizziamo i mezzi allo stesso modo, consideriamo il verde, il parcheggio, il marciapiede, i negozi, la scuola usando gli stessi criteri di analisi e soprattutto cerchiamo di capire perché sussista questa differenza (Jacobs, 1961). Tutto questo esercizio dovrebbe aiutarci a porre l’attenzione a mappe, percorsi, aspetti e particolari che ad una normale osservazione rimangono celati poiché, per motivi fortemente dipendenti dalla nostra cultura, immaginiamo queste azioni come assolutamente neutre: camminare non è né maschile né femminile, abitare non è né maschile né femminile, prendere l’autobus non è né maschile né femminile, andare a scuola o all’asilo non è né maschile né femminile. Invece si tratta di “fatti urbani” che hanno ricadute a volte profondamente differenti sulle vite quotidiane di donne e di uomini: diverso – a causa dei ruoli sociali che ricoprono- è il modo in cui donne e uomini conoscono il quartiere, localizzano i servizi utili, intrecciano relazioni di vicinato, raccolgono storie perché i loro percorsi nella città comprendono luoghi come il parco, l’asilo, lo studio del pediatra, l’atrio della palestra dove scambiano parole con altre donne che fanno le stesse cose e così via. Un sapere sotto-utilizzato che potrebbe essere utilmente messo a frutto in termini di politiche (Sebastiani, 2010).

Se la fabbrica diventa invisibile

E se invece tutta questa distinzione tra spazio pubblico e spazio privato, tra vita lavorativa e vita privata venisse meno? Se è il lavoro che invece che si fa liquido e entra in casa – perché è digitale, agile, smart, comunque fuori da un ufficio uno studio un’azienda- e la fa diventare” isola polifunzionale” spalmandosi in giro per le stanze, nel corso dell’intera giornata?

Se succedesse questo, potrebbe non esserci più bisogno di una città accogliente per i suoi abitanti in termini di servizi: non avendo più necessità di un luogo che li contenga, i nuovi lavori dell’era digitale sembrano annullare i problemi degli spostamenti, degli orari, del traffico. In una parola, almeno il 70% delle richieste di investimenti di welfare che si chiedono alla politica. E mentre fanno questo, mentre cioè costruiscono le condizioni per cui l’armonia tra lavoro salariato e ciclo riproduttivo può essere raggiunta (Burchi, 2015), nel frattempo, questi stessi lavori, sciolgono le reti di relazioni umane, rendono inutile la socializzazione. La città resta quella dello “sprawl” e dello zoning paranoico, i trasporti pubblici insufficienti i servizi scarsi e irraggiungibili. Sarà il lavoro a smaterializzarsi, lasciando le persone isolate dentro i loro giardini privati in territori senza punti di riferimento. E non è un caso che questo trend, che si stima in netta crescita, coinvolga sempre più le donne, che in questo modo, con il lavoro salariato in tasca, ma riportato dentro le mura domestiche, attuano finalmente la tanto desiderata “conciliazione di tempi di vita e di lavoro”- desiderata per tutti i lavoratori ma pensata sempre e solo per loro- configurando così il ritorno definitivo nella casa prigione.

Lo scenario descritto appare catastrofico. Tuttavia, non basta descriverlo o prefigurarlo. Esso necessita di una risposta. Per reagire positivamente alle trasformazioni del lavoro, alcune inevitabili, appare utile riprendere i fili del ragionamento sull’abitare come relazione umana. Nel mettere qualcosa in comune – il tempo e lo spazio della nutrizione dicevano le utopiche, ma può essere qualsiasi parte della cura – ci si assume implicitamente una responsabilità verso gli altri con i quali si condivide, e gli altri non sono un’entità neutra, ma sono uomini e donne, diversi e allo stesso tempo complementari. Abitare in questo modo assume il significato di relazione responsabile che, nel riconoscimento delle differenze, si arricchisce di nuovi punti di vista, di nuove problematiche, ma anche di nuove possibili soluzioni, di nuove possibili politiche per l’abitare e quindi per la città.

Restare umani, condividere la cura

Appare piuttosto evidente che le pratiche sperimentate dal movimento femminista, specialmente il racconto collettivo, il partire dai propri bisogni e le pratiche di autocoscienza, potrebbero essere di enorme aiuto in questo nuovo processo di pianificazione (Sandercock, 1998), recuperando le relazioni tra insediamento umano e ambiente, ricucendo lo strappo che nel tempo si è creato tra l’azione quasi compulsiva dell’edificare e la memoria e la biografia di un territorio.

In una società in cui i sistemi di welfare si ritirano progressivamente, in cui il lavoro si smaterializza quando non si disintegra, esponendo donne e uomini a crescenti forme di vulnerabilità, ricostruire le comunità, i quartieri e intere città secondo altre geometrie rispetto a quelle di una “famiglia borghese” che non siamo più o di una “comune” che non vogliano essere, diventa necessario, non solo in termini di qualità della vita, ma in termini di qualità della politica. E se l’urbanistica tra otto e novecento realizza un tipo di città conforme alla società industriale fondata sui rapporti di produzione, il tipo di società che si va formando oggi deve tornare a fondarsi necessariamente sui rapporti umani e sociali, tenere conto delle caratteristiche dell’umano, rispondendo all’istanza di radicamento, appartenenza e partecipazione sociale, recuperando spazi di vita sociale per piccoli gruppi. Provare a mettere alcuni servizi in comune – spesso si tratta dei trasporti o i gruppi di acquisto solidale, lo scambio dell’usato, le banche del tempo, gli orti comunali, le cooperative di badanti di condominio, le cliniche sociali- tutto questo può permettere a parte del lavoro di cura e a parte del lavoro salariato di uscire nuovamente dal chiuso della casa e creare un “noi” (Amendola 2010). In questo senso, appare chiaro che non possiamo più riferirci alla democrazia praticando semplicemente una sorveglianza – pur sempre necessaria- sull’esistenza di leggi che garantiscano diritti politici, sociali e civili, ma dobbiamo muoverci verso una loro effettività in termini di pratiche di condivisione, capaci di attraversare realmente le vite delle persone e capaci di rendere le case e città più vivibili per tutti (Del Re, 2016).

Questo saggio è estratto da: Lavoro e lavori delle donne – Tra globalizzazione e politiche liberiste, a cura di Alisa Del Re, Cristina Morini, Bruna Mura, Lorenza Perini, Effimera 2019 

Riferimenti Bibliografici

  • Amendola, A., Tra Dedalo e Icaro. La nuova domanda di città, Laterza, Roma-Bari, 2010
  • Beauregard R., Planning practice, Progress Report, 1995, 172-180
  • Bottini F., La crisi della fascia sociale zonizzata, “La città conquistatrice”, 3 maggio 2017
  • Burchi S., Spazi imprevisti. Lavorare a/da casa, “Ingenere”, 2015
  • Cellamare C. – Scandurra G., Tracce Urbane, “Tracce Urbane”, n.1, giugno 2017.
  • Cellamare C.- Cognetti F., Quartieri e reti sociali: un interesse eventuale, “Archivio di Studi Urbani e Regionali”, 90, 2007, 43-57.
  • Coppo M. – Cremaschi M., Strutture territoriali e questione abitativa, Milano, FrancoAngeli, 1994
  • Cremaschi M. (a cura di), Tracce di quartieri. Il legame sociale nella città che cambia, Milano, Franco Angeli, 2009
  • Crosta P., Pratiche. Il territorio e l’uso che se ne fa, Milano, FrancoAngeli, 2010
  • Del Re A., La cura e il valore, in Gender Politics in Italia e in Europa, Padova, Padova University Press, 2014, 87-99.
  • Del Re A. Il lavoro cambia le città, “Ingenere”, 2016 
  • Forester, J.F. The deliberative practitioner, MIT Press, 1999
  • Hayden D., Seven American Utopias. The architecture of communitarian Socialism 1790-1975, Cambridge (Ma), Cambridge University Press 1979;
  • Hayden D., The grand domestic revolution. A history of feminist designs for American homes, neighborhoods and cities, Cambridge (Ma), Cambridge University Press, 1982;
  • Healey P., A planner’s day. Knowledge and action in communicative practice, “APA Journal”, Winter, 1992, 9-20.
  • Jacobs J., Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane, Milano Edizioni di Comunità, 1961 (riedito da Einaudi nel 2009 con prefazione di Carlo Olmo).
  • Pollack M.D., Hafner-Burton E., Mainstreaming gender in the European Union, Journal of European Public Policy”,7/3, 2000, 432-456.
  • Sandercock L., Toward Cosmopolis. Planning for multicultural cities, London, Wiley, 1998.
  • Sebastiani C., I governi locali. Funzionamento e politiche territoriali di genere, in A. Del Re et al. (a cura di), I confini della cittadinanza. Genere, partecipazione politica e vita quotidiana, Milano FrancoAngeli, 2010, 88-100.
  • Vettoretto L., Housing e planning. Una prima riflessione intorno ad una relazione difficile, “Archivio di Studi Urbani e Regionali”, 94, 2009, 1-12.
  • Wildavsky, A., Leadership in a small town, The Bedminister Press, New Jersey, 1964

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