Amazon e i salvatori della patria in cambio di cubature

Tutto il bla-bla-bla che si sta facendo sul caso Amazon ha bisogno di qualche precisazione: adesso non se ne sta affatto «andando da New York», ma semplicemente cancellando l’idea di un campus a Long Island City, una delle zone di maggior sviluppo edilizio da almeno dieci anni. Il destino di quella zona è caratteristico di tutta una tendenza alla crescita nell’area metropolitana, sulla base dell’idea sbagliata secondo cui costruire significa sviluppo economico. Ma lasciamo perdere per un momento il quadro generale. Il campus di Amazon, quel tipico genere di complesso autosufficiente di stampo universitario, con tanto di eliporto, non ha nulla di urbano, almeno dell’idea di urbano che abbiamo in questa città. I campus delle imprese sono cose cresciute in tutta l’America nell’epoca in cui se ne andavano dalle città, tra gli anni ’50 e gli anni ’70, e hanno funzionato finché si è capito quel che già ci spiegava brillantemente William H. Whyte: un campus autosufficiente è una cosa morta e sterile, perché gli manca la vibrazione e il ritmo, lo stimolo, anche il disordine, della città. Per anni e anni in queste strutture si è tentato di introdurre cose tali da stimolare e intrattenere chi ci lavorava, ma non ha mai funzionato. Così imprese e posti di lavoro hanno ricominciato a tornare verso un’esperienza urbana, portandoci anche l’effetto negativo della gentrification.

Amazon probabilmente dovrebbe imparare da Google, che a Manhattan è riuscita a far crescere esponenzialmente la propria presenza senza creare alcun campus suburban. Anzi per meglio dire, oggi Google letteralmente domina nella fascia ovest dopo la Ventesima Strada, al punto da far pensare a una specie di informale campus, molto adeguato all’ambiente urbano. Se Amazon vuole davvero insediarsi a Long Island City, non c’è bisogno di segregarsi in un proprio complesso suburbano, sono già disponibili ampi spazi vuoti nel grattacielo Citibank dove la compagnia ha affittato temporaneamente migliaia di metri quadrati. Viene quasi da sospettare che il vero obiettivo di quell’annunciato insediamento fosse proprio costruire il campus e l’eliporto (oltre ad avere quei tre miliardi di dollari di facilitazioni fiscali). Long Island City ha una schiera di architettonicamente anonime torri residenziali con l’unica qualità di appartamenti che costano poco, cresciute per dieci anni. Una specie di sogno dell’urbanistica di cinquant’anni fa, quando si succedevano una dopo l’altra le varianti di piano per sostituire le imprese che se ne andavano dal cuore industriale di New York (e lo so benissimo anch’io per esperienza diretta, la mia famiglia era da cento anni titolare di una di quelle attività, venite a vederli adesso a Filadelfia quei profughi produttivi da New York)

Dentro questo processo di trasformazione hanno preso vita tutta una serie di piccole iniziative economiche rivolte alla comunità residenziale. Molto differenziate, si adattano al contesto senza totalmente sostituirsi a quelle tradizionali, componendo una ecologia ricca ma fragile davanti al vero e proprio tsunami indotto dall’ingresso di Amazon. Che non è certo di una dimensione tale da adattarsi a una zona e arricchirla, ma invece sovrapporsi inducendo un cataclisma del tipo di quelli descritti da Jane Jacobs, tali da dilagare e cancellare quartieri, abitanti, economie locali. A dirla tutta, a Amazon magari sarebbe stato possibile anche concederlo quel suburbano campus – adeguato o no non è qui il problema – a Long Island City, se grande impresa, sindaco e governatore avessero capito l’insegnamento di tutti quei grossi progetti falliti davanti alle vibrate e ben gestite proteste dei cittadini. Avrebbero dovuto ascoltare, imparare, rispettare, abitanti e loro rappresentanti locali eletti, prima di mettersi d’accordo così in una stanza chiusa solo tra di loro.

Amazon di sussidi ne riceve già a sufficienza. L’anno scorso a livello federale ha pagato il – 1%, quei suoi lavoratori sottopagati sopravvivono di sussidi pubblici in forma di buoni pasto per arrivare a fine mese. Imprese che usano la sanità pubblica per non abbienti perché non vogliono coprire le spese mediche dei propri lavoratori. E poi ovviamente già paghiamo noi le infrastrutture pubbliche che Amazon usa senza versare tasse. Un vero e proprio manifesto di sfruttamento tutto a proprio vantaggio di un mercato per nulla libero. E Amazon a New York cresce comunque, eccome se cresce, per esempio con gli uffici a Manhattan. Sfuma la possibilità di un accordo, ma ecco che subito il governatore Cuomo offre alla compagnia un credito fiscale condizionato da venti milioni di dollari, per la creazione di posti di lavoro tecnici e amministrativi in varie branche.

Lo scorso settembre, su Curbed, Tanay Warerkar ci raccontava come Amazon avesse siglato un contratto d’affitto per 35.000 metri quadrati di superficie su due piani del «mini-mega complesso» Brookfield Properties, Manhattan West. Un edificio novecentesco di sedici piani complessivi recuperato e adattato di nuove facciate, nel quadro di una trasformazione che riguarda un intero quartiere. Difficile calcolare quanti nuovi posti di lavoro porterà questa iniziativa, ma la cosa più importante è che riguarda l’oggi, non un futuro lontano venticinque anni. Il settore tecnologico in città è in continua evoluzione, come avviene dagli anni ’90 in poi, dopo un lento inizio a partire dal Flatiron District e da qualche sparpagliato loft. Google, Apple, Facebook tutti attingono alle nuove professioni creative. E certamente Amazon non ha alcuna intenzione di lasciare campo libero alla concorrenza, anche dovendo rinunciare al suo eliporto suburbano.

È impossibile considerare però la rivolta dei cittadini su questo accordo di vertice con Amazon, dall’indignazione enorme per il proliferare di quelle smisurate torri fiscalmente sussidiate da un’idea distorta di gestione dell’urbanistica e delle trasformazioni edilizie. Con il beneplacito delle amministrazioni de Blasio e Cuomo. Tutti gli uffici pubblici responsabili concorrono nell’approvazione di questi edifici perversi e sproporzionati come se si trattasse di business-as-usual, e anche i rappresentanti cittadini eletti in consiglio paiono immersi in un assordante silenzio. Tardiva anche l’opposizione pubblica al campus. Mentre cresce il movimento di resistenza con una serie di ricorsi in varie zone, ed era ora. Appartamenti in attico deserti comprati da qualche ultraricco internazionale non contribuiscono in alcun modo alla vita economica della città, anzi ne risucchiano l’energia. Quel progetto Amazon a Long Island City è solo il più vistoso caso di opposizione cittadina a fermare trasformazioni fuori scala fiscalmente sostenute. E speriamo che non sia l’ultimo.

da: Common Edge, 18 febbraio 2019 – Titolo originale: An Amazon Correction: The City Won—and the Company Isn’t Going Anywhere – Traduzione di Fabrizio Bottini
Immagine di copertina Common Edge

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