Densità e cambiamento climatico

Foto J. B. Hunter

Arriva un momento, nella storia, in cui spunta prepotente il cosiddetto richiamo della foresta, e va tutto benissimo: alla foresta si appartiene, alla foresta si torna sempre, ma tocca ricordarci di continuo che ne eravamo anche scappati, e questo non è affatto privo di conseguenze. Rewind: l’umanità manipolatrice di ambienti, oltre che in grado di evolversi adattandosi, ad essi, si accorge abbastanza alla svelta che tutto naturale o tutto artificiale è un modello che non funziona, che non le si confà. Abitare su una pianta o dentro una cavità naturale, e trascorrere le proprie giornate a girellare alla ricerca di cibo e altri sollazzi, tra foreste savane e corsi d’acqua, risulta un po’ troppo scomodo e pericoloso. Molto meglio mettere a frutto certe geniali intuizioni (dall’uso del fuoco, alle tecniche edilizie, a quelle idrauliche, i trasporti, l’agricoltura) e costruirsi un bel riparo detto città, cambiando radicalmente la struttura della grotta originaria e del ramo di albero: più sicuri, più tranquilli … ma anche col ciclico richiamo della foresta, il quale si manifesta in vari modi e varie epoche. Qualcuno lo chiama filosoficamente contraddizione città campagna, questo richiamo della foresta, e chiamiamolo così anche noi, intendendo più in generale tutto ciò che punta all’artificio meccanico da un lato, e alla natura primigenia dall’altro.

Il ciclo dei consumi pro capite

Siamo spontaneamente avidi, di una cosa o dell’altra, come sa chiunque quando ha imparato a governare certi propri infantili impulsi atavici (o almeno ha provato a farlo). E quando si cede al richiamo della foresta, o si fa finta di farlo, non si vuol certo rinunciare a nessuno dei vantaggi della vita artificiale dentro la grotta asciutta riscaldata con acqua corrente della città: il risultato è un’impennata di tutti i consumi, spazio, energia, aria, acqua, e derivati vari. Aggiungiamoci il binomio tipicamente novecentesco dell’espansione urbana (questa è, oggi, la forma generale assunta dal «ritorno alla natura») che va a braccetto con la filosofia della crescita consumista, e si capisce sino a che punto la famosa faccenda delle emissioni di gas serra che riscaldano il pianeta, derivanti da attività umane di trasformazione, sia legata mani e piedi alla forma urbana, o meglio alle forme dell’insediamento sul territorio. Ogni individuo, anche per contribuire da par suo al modello di sviluppo socioeconomico dominante, finisce per contribuire parallelamente a pompare catastrofe nell’atmosfera in misura proporzionale alla sua partecipazione a quel richiamo della foresta: vita urbana emette complessivamente meno, anche molto meno, vita suburbana a bassa densità emette di più, molto di più.

Urbanizziamoci da esseri intelligenti

E come ci spiega una recentissima ricerca che prende in considerazione l’urbanizzazione planetaria nel suo insieme, è la pura e banale densità urbana (metri cubi su metro quadro, popolazione ettaro, e se vogliamo intrecci di relazioni al giorno), naturalmente insieme ad altri fattori, a determinare tutto. La città emette calcolatamente pro capite meno del suburbio, e per una congerie di ragioni intrecciate che vanno oltre cose singole, come la minore necessità di spostarsi con un veicolo. Si è verificato come incrementando le densità si risparmia energia, e quindi se ne deve produrre di meno a parità di abitanti. E specie nelle grandi metropoli in crescita dei paesi in via di sviluppo, insieme a interventi di miglioramento della qualità abitativa, considerare il fattore densità come un asset anziché un difetto, e lavorare per sfruttarne al meglio i vantaggi, potrebbe accrescere di molto la qualità della vita di milioni, miliardi di cittadini nei prossimi decenni, e al tempo stesso giocare un ruolo chiave nel contenimento del riscaldamento globale.

Riferimenti:
AA.VV. Global scenarios of urban density and its impacts on building energy use through 2050, PNAS – Proceedings of the National Academy of Sciences, novembre 2016

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