Domanda e offerta (fortissime) di ideologie antiurbane

Foto M. B. Fashion

Dato che su queste pagine se ne è parlato diverse volte, diamo qui per scontata la conoscenza dei termini generali della «teoria delle abitazioni» liberista, ribadita e rideclinata in varie forme in tutto il mondo, e consistente in: l’urbanistica in quanto governo del territorio di iniziativa pubblica rappresenta l’ostacolo principale alla soluzione del problema della casa, perché gli inutili lacci e laccioli (le regole qualsivoglia dell’uso del suolo, dell’espansione o riqualificazione urbana) di un piano regolatore prescrittivo impediscono il libero dispiegarsi di una offerta di mercato adeguata. Il fatto è che quelle varie «declinazioni» e interpretazioni, di quanto si vorrebbe alta teoria, appaiono tante e diverse al punto di contraddirsi, salvo naturalmente accettare a scatola chiusa la fede secondo cui non solo esiste la Mano Invisibile, ma essa risulta invece visibilissima alle vestali interpreti e oracolo.Tutto inizia con la formulazione originaria di questa stramba teoria, quando un prestigioso economista in un suo libro best seller internazionale si produce in una serie di accurati calcoli storici sull’andamento dei prezzi delle case, dove si dimostra che più facil ed elevata la produzione di queste case, minori i prezzi e maggiore l’accessibilità degli abitanti, ma c’è un aspetto che l’orgogliosamente deterritorializzato economista da par suo trascura, ritenendolo giusto una variabile del detestato zoning: il campione dell’area è quella Lower Manhattan dove in realtà non abita quasi nessuno, irta di uffici e sedi centrali di aziende.

La teoria per le allodole

Per quanto vistoso come svarione, in quella che appunto si vorrebbe presentare come «teoria» in grado di stravolgere l’idea consolidata di trasformazione urbana e territoriale (eliminando l’idea stessa di urbanistica come governo), questo del chiamare indistintamente «case» gli edifici, qualunque qualità e funzione – e implicitamente valore monetario – gli abbia assegnato anche lo stesso costruttore materiale, è solo l’inizio. Perché poi anche l’assunto di lasciar realizzare tante abitazioni quante «ne chiede il mercato» in realtà appare piuttosto vago, dato che ci sono fior di piani regolatori dove esiste ampia possibilità di coprire quella domanda di nuove case, ma pare non vada bene perché non stanno nel posto giusto, le case di devono costruire «dove il cittadino vuole andare ad abitare», e anche qui fioriscono interpretazioni a dir poco fantasiose. Seguiamo, o perlomeno proviamo a seguire, il ragionamento di questo rappresentante dei costruttori quando dice «Gli acquirenti in cerca di case più convenienti si sono orientati verso un appartamento in condominio, ma questa domanda ha fatto aumentare i prezzi, e oggi c’è una divaricazione tra quanto disponibile e quanto l’acquirente è disposto a spendere». Problema superabile, secondo il nostro eroe, nel modo ovvio e naturale: lasciar crescere comunque e ovunque l’offerta così come la «vuole il mercato». E qui sorge seriamente il dubbio: ma chi sarà mai questo mercato?

Offerte per l’offerta

Non parrebbe proprio che la domanda a cui rispondere sia quella dell’abitare, né in senso stretto né in senso lato, semplicemente le «tesi» del nostro antiurbanista fanno acqua da tutte le parti: la gente vuole abitare in appartamento e questo fa alzare i prezzi? Caro signore, ma siete invece proprio voialtri che quei prezzi li alzate per spuntare più profitto da questo interesse del consumatore per il prodotto. Che poi si debba considerare quel processo come «naturale», acqua fresca che scorre via limpida e serena, è di nuovo un’idea sua, non la legge dell’universo. Guardato ancora un po’ più da una prospettiva generale, il nostro teorico della domanda e offerta di quel che gli fa più comodo ragiona così: devo poter giocare liberamente con le aspirazioni della mia potenziale clientela, soprattutto di quella virtuale, e non ho nessuna intenzione di sottostare alle regole ambientali, di efficienza, di salute e gradevolezza che da un paio di secoli si chiamano «urbanistica»: costruisco condomini ad alta densità dove i terreni sono più cari in centro, e faccio schizzare i prezzi alle stelle finché mi pare, perché comunque sto già lavorando anche a trenta chilometri da lì, in quella che adesso è inutile aperta campagna, per costruire delle belle villette a mutuo altissimo ma nascosto e differito: quello che non ti spremo io direttamente, te lo chiederanno i miei amici petrolieri e costruttori di auto nel giro di pochi anni. Il paradiso di questa «idea di città» come merce esiste, e si chiama Houston, dove «i prezzi della casa sono i più bassi», anche se per inciso (questo il liberista non ve lo dice, considera anche quello naturale forse) la casa non vale nulla, neppure come rifugio essenziale, visto che quando accade una calamità naturale siete spacciati. Ma quella è un’altra storia, che non interessa in gradi teorici dell’economia di libero mercato, e non la mettono certo nelle loro tabelline.

Riferimenti:
Dave Wilkes (presidente dei costruttori locali), Ontario’s policy for reducing urban sprawl has come with pricey setbacks, The Toronto Star, 16 giugno 2018

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