Dubbio ambientalismo a tre teste

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Foto M. B. Fashion

Comprensibile, anche logico, che chi fa politica a qualunque livello cerchi dei consensi: un po’ meno che li cerchi a qualunque costo. I paladini della tutela dell’ambiente a livello locale ad esempio, spesso devono volenti o nolenti rapportarsi a una prospettiva e visione del mondo che non esce da confini piuttosto angusti, quasi ovviamente devono un po’ abbozzare, ma molto spesso facendolo finiscono (non si sa mai quanto consapevolmente e quanto a loro insaputa) per non essere più affatto ambientalisti, giusto un po’ nimby, un po’ sindacalisti di territorio, un po’ cinicamente spalmati su qualunque cosa esprima il loro collegio elettorale. Ergo, anche senza sempre prendersela solo e soltanto con «la politica», magari val la pena definire meglio che genere di istanze le tocca rappresentare. Qualità ambientale locale, verifica delle trasformazioni, opposizione frontale ad alcune o a tutte nel nome di vari «valori», sono il senso comune di questi orientamenti, e osservati in una certa prospettiva critica pare ovvio che raramente essi esprimano quella visione così consapevolmente etica che si predente.

Poteri di interdizione

Spesso addirittura anche una malintesa idea di urbanistica, o pianificazione territoriale che dir si voglia, fa passare quell’idea secondo cui è amico dell’ambiente chi riesce a ridurre cubature, in termini più o meno aritmetici. Meno costruzioni, più qualità, quando invece si introduce solo l’equivoco del potere culturale e professionale di un progettista che, potendo lavorare solo su un aspetto limitato di una questione, la riveste però di significati generali. E accade che vere e proprie politiche coerentemente nimby di «contenimento dello sprawl» a scala microscopica, diciamo di circoscrizione elementare, non solo si riducano a una inefficace teorica affermazione di principio, ma addirittura finiscano per indurre danni all’ambiente spostando le tensioni altrove, in luoghi diciamo così di minore attrito, ma dove possono impattare ancor di più. Certo, è ovvio e comprensibile che chi ha comprato poniamo una casetta davanti a uno spazio aperto, che è rimasto tale vent’anni nonostante il piano urbanistico dicesse chiaro e tondo che lì è terreno edificabile, si inalberi quando la proprietà decide di sfruttare il proprio diritto, e si fa approvare un legittimo progetto di trasformazione. Ma dal fastidio per il piccolo panorama rovinato, alle alte considerazioni di principio su tutela ambientale, o addirittura (succede pure questo) lotta al cambiamento climatico o per l’avanzamento dell’umanità tutta, ce ne passa.

Ruoli

Si inizia a intuire così che esiste una catena, non ineluttabile e consequenziale ovviamente, a comprendere cittadini direttamente e spontaneamente contrari alle trasformazioni sgradite, i loro rappresentanti eletti o candidati che si fanno carico delle loro istanze, e gli urbanisti che con un ruolo di consulenti dei comitati o comunque di supporto culturale (magari attraverso i media, la scrittura di appelli ecc.), ratificano «scientificamente» questa impropria equazione fra meno trasformazioni più ambiente. Certo, per la più o meno colpevole svista, diciamo eccesso di semplificazione, anche i cittadini hanno la loro parte di torto, nell’enfatizzare esageratamente quello che in fondo altro non è che un loro comodo, una tutela del proprio benessere magari evidentemente a spese di quello altrui. Ma è certamente nel campo della politica e delle discipline del territorio, da cercare il torto maggiore, visto che in entrambi i casi si tratterebbe di interpretare, non semplicemente di amplificare e ratificare, queste spinte spontanee. Sbaglia il rappresentante politico, a confondere la parte col tutto, a trasformarsi in lobbista dichiarandosi invece ambientalista, e a far danni all’ambiente fuori dal «cortile» rappresentato. Sbaglia in modo forse più sottile ma evidente l’urbanista, quando scambia una pur indispensabile e virtuosa tecnica come quella del governo di densità e altri indici edilizi, per modo di qualificare lo spazio e la vita della città. Che è ben altro. Forse riflettere su questi aspetti, onestamente, potrebbe servire a tutti.

Riferimenti:
Justin Fox, Opponents of urban density: Are you really fighting the good fight? Minneapolis Star Tribune, 7 maggio 2016

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