È arrivata la Gentrification e non ho niente da mettermi

Immagine: Salvatore Santuccio

Chi non coglie l’entità di certi drammi urbani vive come normale l’istinto mattutino di farsi dare una spuntata al Barber Shop etno-fighetto dell’angolo subito prima del tè verde bio-tech da cinque euro all’ex carrozzeria occupata trans-stilista. Del resto erano ormai anni che sperimentavo un po’ tutte le etnie del ramo anche per ragioni di studio. Vado più spesso da uno cinese. C’è un problema di comunicazione ma fino a «più corti ai lati e un po’ più lunghi sopra» riusciamo ad intenderci. Sono accomodante e poi «poca spesa molta resa!».

Girare nei quartieri vuol dire però anche qualcosa di più della sperimentazione sull’hairdressing di tendenza e tutto sommato non mi ci vedo acconciato come un calciatore o come uno appena uscito dal gabbio, che poi sono spesso simili. Non ho neanche un tatuaggio o altra ferramenta addosso, non sarei credibile neppure nel buio di un apericena molto alcolico.

Bighellonare scientificamente è una delle cose che mi riesce meglio in assoluto. Se dici o pensi con tono nasale da professorino «sto facendo una deriva debordiana» o addirittura ti convinci che «faccio una flânerie» c’è anche il rischio che qualcuno non pratico dell’argomento ti metta le mani in faccia…e ci ha anche le sue sante ragioni.

Bighellono per curiosità. All’università le mie lezioni avvengono giocoforza sotto un accademico titolo che recita come se fosse inciso nel marmo: METODI DI VALORIZZAZIONE TURISTICA. Detta così, sembra una roba da tabelle, formule e manualistica varia. Invece, nei fatti, è esattamente il contrario. Quello che mi interessa è sollecitare domande per smontare e fuggire dai luoghi comuni (!) turistici. Il metodo è non-metodo, se mi si passa il paradosso tascabile. Uso una didattica dello sguardo alternativa dove diventano fondamentali gli approcci di scrittori, fotografi e cineasti. Stimolo uno spostamento di punto di vista in chi sta studiano come fare del turismo una professione. Spingerli a diventare una specie di formatori del turista. Il mio è un tentativo di indurre una mutazione genetica in quello che oggi, spesso e volentieri, soprattutto nell’epoca dell’overtourism, è una specie di animale mitologico metà umano e metà ombrellino alzato alla guida un codazzo di inconsapevoli transumanti.

Spingere i ranger guida dei più banali diseducativi percorsi a cambiare strada anche materialmente. Cose del tipo «Cinque Capitali in Cinque Giorni» o «Gita delle Pentole» non sono in realtà diversissime tra loro, se guardiamo a ciò che resta in termini di esperienza. Il selfie col centurione al Colosseo è tutto quello che un turista americano del Midwest si porterà a casa come ricordo di Roma, però anche questo è «turismo esperienziale» e diventa scientificamente interessante osservarne le articolazioni-contorsioni: non solo dell’eventuale fatale turista diseducato ma ancor più di chi specula economicamente su questo sterminato redditizio settore di mercato fedele al motto «poca [nessuna] spesa molta resa».

Certo per dirla tutta apprezzo e condivido i temi di chi prova a studiare i processi di Gentrification così come si sono evoluti e fine ‘900 e all’alba del terzo millennio sul versante sociale urbanistico economico di esclusione e trasformazione materiale dei luoghi. Il racconto degli spazi e soggetti che esprimono. Il mio interesse, umano accademico o professionale, non è certo diverso. Ma la curiosità mi spinge soprattutto a toccare con mano prima che con metodo – più o meno sistematico e documentato – nella vita quotidiana dei quartieri la consistenza del dramma di cui si parla e soprattutto straparla. Lo straparlare, soprattutto giornalistico ma non solo, mi rende abbastanza prevenuto di fronte alla narrazione ormai mainstream.

Sospetto sin quasi alla certezza che da anni si stia appiccicando con eccessiva disinvoltura un’etichetta DOC che richiederebbe invece di verificare meglio segnali e connotati precisi. Che si faccia troppo presto a definire gentrification fenomeni locali che non lo sono o non lo sono ancora. Come una rondine non fa primavera un barber shop o un localino poke non fanno automaticamente gentrification. Andrebbe verificato, e con qualche metodo incluso quello del bighellonamento debordiano o quel che è. In generale ciò che mi rende scettico rispetto alle attribuzioni del titolo di gentrificato, in tante zone o quartieri che dir si voglia, è il dispiegarsi o meno e in quale forma o potenza relativa del catalogo di riconosciuti e condivisi segnali necessari e sufficienti per il passaggio investigativo dall’indizio alla prova. Come si suol dire in quei Dipartimenti di Ricerca dei film in bianco e nero col cappello.

A causa di un tanto facilone e disinvolto uso delle parole, oggi tanto in voga, basta che il negozietto sotto casa «quello coi vecchietti tanto carini che mi ricordo da quando ero bambino» sia sostituito da una diversa attività e poi come succede un altro e un altro ancora, e subito qualcuno entra in fibrillazione, reagisce trincerandosi dietro il termine gentrificazione che spesso sostituisce psicologicamente la mitica insicurezza percepita. E inizia a radunare truppe disposte alla battaglia contro gli usurpatori in nome di una inaccettabile contaminazione di un tessuto sociale e di una identità violata.

Il fenomeno della gentrificazione come facilmente intuibile, che si tratti di quella probabile reale o del tutto inventata, ha caratteristiche diverse da nazione a nazione, da città a città, e va quindi valutato caso per caso. Tuttavia, e mi si conceda l’eccessiva sintesi, possiamo dire che il termine indica una sostituzione quantitativamente significativa degli abitanti di quartieri popolari con altri residenti di classi più agiate e relative operazioni immobiliari che assecondano le nuove necessità. Se gentry in inglese indica la «piccola nobiltà rurale urbanizzata» e per questo motivo, a fronte di nuovi abitanti con appetiti diversi e con maggior capacità di spesa, il tessuto commerciale si adegua rendendo «fighetto» il vecchio quartiere fino ad allora depresso almeno su quel versante del mercato.

Quello che avviene con tempi e modi diversi in tante situazioni, ma non dappertutto e non nella medesima misura quantitativa e qualitativa. E ce lo racconta peraltro sempre la stessa pubblicistica quando andiamo a spulciare i dettagli di queste supposte gentrificazioni. In genere le caratteristiche di alcuni quartieri o zone iniziano a richiamare nuovi abitanti con redditi significativi e la cui domanda incide più o meno pesantemente sui valori immobiliari e sul tessuto commerciale locale. Gli interessi immobiliari sono supportati dalla stampa [in Italia in genere le due cose coincidono], e si scontrano in varie fasi con la presenza dei residenti storici e/o delle attività a loro rivolte.

Si diluisce la percezione di una vera e propria sostituzione sociale, anzi fa probabilmente gioco anche della speculazione più di bassa lega mantenere una «quota popolare» che fa tanto pittoresco e delabrè, ma la tendenza in atto è comunque di trasformazione in un certo senso. Possiamo sempre metterci l’etichetta di Gentrification con quel che ne segue in termini di stigmatizzazione e appiattimento anti-urbano che si porta appresso? Mentre quello che di solito nella maggior parte dei casi si verifica è l’arrivo delle avanguardie, degli esploratori di ogni mutamento socio-urbano che si rispetti, in genere giovani a caccia di affitti bassi impensabili nelle zone stabilmente sedimentate. Di solito caratteristicamente giovani qualificati ma a redditi contenuti, studenti, lavoratori ancora precari.

Se poi l’entroterra del porto iniziale in cui sbarcano questi fantozziani esploratori si dimostra amichevole, dove fare comunità, dove il multietnico può convivere coi locali storici borgatari (quelli che ricostruiscono sempre ovunque un villaggio virtuale ancestrale dentro la metropoli) ricreando un po’ di effetto Belville o Greenwich Village, non si può proprio dire che sia gentrification: potrebbe esserne una premessa ma non è detto. A volte l’interregno dura anni, decenni, si attenua l’effetto novità per puro assorbimento e/o generalizzazione. Più naturale evoluzione locale che gentrification inceppata.

Non credo si possa mai parlare di gentrification se non a ciclo concluso: le strade pittoresche ma linde, la street art pagata dallo sponsor e ripulita dagli articoli di stampa che accennano a disagi vari ispiratori, a consolidare una percezione di sicurezza necessaria all’immagine e alla stabilizzazione in alto del valore immobiliare. Poi ci saranno egualmente spaccio reati disordine ma saranno comunque cosette più costose e performanti, come richiede la nuova domanda. Insomma si sbaglia se si corre troppo ad appiccicare etichetta e magari a chiedere a gran voce interventi pubblici furi luogo o fuori bersaglio.

Spesso a rallentare efficacemente quel processo di accelerazione e semplificazione sociale che chiamiamo gentrification, c’è il fisiologico mescolarsi alla resistenza dei residenti storici di quella di immigrati e giovani che non si possono permettere di abitare altrove. Più ancora se certe comunità si riorganizzano con propri negozietti etnici e soprattutto attività in grado di offrire occupazione (spezzare la monocoltura residenziale di origine suburbana è uno degli antidoti più efficaci alla classica gentrification pilotata). Si tratterebbe di far capire queste cautele di giudizio ai neofiti degli studi urbani che scoprono le cose leggendo altri neofiti e rigurgitandone il «pensiero» senza pensarci troppo su. Ma quella è un’altra storia che con la Gentrification c’entra come i cavoli a merenda.

il testo è un estratto editato e adattato dal dialogo impossibile sul marciapiede tra l’Autrice e Gino Delledonne in: Gentrification. Guida semi seria e illustrata a un fenomeno urbano di Irene Ranaldi, illustrazioni di Salvatore Santuccio

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