Ecomostro sarà lei!

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Foto F. Bottini

Non passa giorno, ormai minuto sui social network, senza che spunti qualche poeta del bel tempo andato, quando si stava così bene, ma così bene … che tutti provavano a scappare a gambe levate, da quel bel tempo andato, costruendo appunto i vari tempi attuali per nulla desiderabili. Uno strabismo di gran moda, quello del bel tempo andato, c’è addirittura una pagina che si chiama Nostalgia di cose mai vissute, che propone ogni giorno cartoline da tutto il mondo. Per non parlare degli infiniti intellettuali della sventura, quelli che predicano il ritorno ai veri valori della famiglia e del focolare, unico rimedio alla civiltà dei consumi sfrenati e dell’abbrutimento del pianeta. Immaginandosi naturalmente come delle specie di Mosè alla guida delle genti attraverso il deserto, senza la sete, la frustrazione, praticamente solo nel momento dell’apertura automatica a scorrimento del Mar Rosso, tipo Charlton Heston negli scintillanti colori dei Dieci Comandamenti.

A tutti questi profeti, appassionati di nostalgia a fondo perduto, amici e parenti, di solito non passa neppure per l’anticamera del cervello che alcune cose che ritengono irrinunciabili, del mondo d’oggi, non galleggiano affatto nel nulla, ma si legano indissolubilmente a sistema con tante altre assai meno carine. Lo stesso accadeva anche in quelle cartoline: la famiglia riunita della giornata festosa per il matrimonio, sprizzava tanta gioia proprio perché sapeva benissimo che dal giorno dopo, e per tutta la vita, non ce ne sarebbe stata quasi più. E cosa c’è di più sistemico della città, dove si mescolano spazi, aspirazioni, bestie varie (compresi noi bipedi spelacchiati), natura, artificio, conflitti inevitabili? Ma anche qui, i profeti da cartolina non mancano di agitare la loro mannaia cosiddetta critica, dipingendo un passato campato in aria per farci sognare un futuro scemotto e buono solo per il loro arzigogolare. L’internazionale dei perdigiorno a spese del prossimo.

Una tribù particolare, e particolarmente trasversale fra etnie e religioni, è quella degli appassionati della città giardino. Ovviamente nessuno di loro o quasi si chiede cosa diavolo sia davvero, questa città giardino, limitandosi a sognare vagamente una porta sul retro e un prato falciato, magari a temperatura media di fine aprile. Stop. Bella immagine, certo, ma non è una città, non è neppure un giardino, soprattutto non ha né capo né coda come posto per vivere la complessità della vita. Chi ci ha provato davvero, a confrontare questo sogno della città giardino con l’esistenza umana, ad esempio ha capito e sperimentato l’impossibilità di convincere le attività economiche a adattarsi adeguatamente dentro a quello scorcio di primavera soggettiva. Niente attività economiche, e la città giardino diventava sobborgo, quartierino, casetta, tinello con affaccio sull’aiuola di petunie. Per guadagnarsi da vivere, per andare a scuola, per fare tutto, bisognava andare da un’altra parte. Soluzione sbagliata insomma, ripensiamoci.

Pensa che ti ripensa, dopo un paio di generazioni di rimuginamenti ecco l’occasione del secolo: aiuto, arrivano i comunisti con l’atomica sovietica, scappiamo tutti nella città giardino! Pare una battuta scema, ma corrisponde a verità, come confermano molte letture d’epoca delle leggi sulle New Town britanniche. Il sogno del decentramento pianificato di residenze e attività produttive, si realizzava dopo mezzo secolo di tentativi con un enorme sforzo collettivo, proprio grazie alla paura dell’atomica nella prima e più emergenziale fase della guerra fredda. Convergevano così sia le aspirazioni degli utopisti sociali, sia quelle delle imprese più innovative, sia infine quelle dei due schieramenti liberale e socialista: la paura fa novanta, e fa anche città nuove. Però c’era la faccenda sistema, dove tutto si tiene, e della città giardino restavano tutte le idee urbanistiche, sociali, economiche, ma non quel particolare (a ben vedere trascurabile e sovrapposto per caso) dei cottage immersi nel verde con tetto spiovente e abbaini. Per quelli non c’era tanto spazio, troppo costosi, si mangiavano troppe superfici, impossibile attrezzare economicamente tutte quelle casette con gli impianti indispensabili per la vita moderna. Già: la doccia calda, dove la mettiamo la doccia calda per tutti, padroni e operai?

Una risposta scientifica l’avevano elaborata soprattutto gli architetti del continente europeo, e aveva la forma di un parallelepipedo (più o meno), dentro al quale si allineavano in serie, come in un alveare, appartamenti, tubi, cavi, spazi comuni, impianti eccetera. Non era bellissimo a vedersi, ma di sicuro ci si poteva consolare sia standoci dentro al calduccio d’inverno, sia potendo scendere un paio di rampe di scale per socializzare allegramente con tante persone simpatiche. Oppure, risalire le stesse due rampe di scale per starsene in pace lontano da tutti quegli stronzi, volendo. Ma i profeti della cartolina là dentro non ce la vedevano, la doccia calda, il soggiorno via via arredato Ikea tanto più comodo della stanza comune in cascina coi topi dietro la dispensa. I profeti della vanvera cronica là ci vedevano solo il casermone, il “falansterio” come lo chiamano ogni tanto senza aver la più pallida idea di chi sia Charles Fourier, o la “falange degli eletti” da cui citano a loro insaputa. Le città nuove, a volte anche le nostre periferie più o meno grigie, realizzavano tantissimi aspetti del “pacifico sentiero verso una autentica riforma sociale” così come immaginato dai pionieri riformisti a cavallo tra i due secoli, ma i cretini ci vedevano e ci vedono ancora solo i “casermoni”. Perché in effetti ci sono proprio dei parallelepipedi, questo è innegabile.

E non solo quello. Ci sono anche i fallimenti politici, come una pessima gestione urbanistico-edilizia dei progetti, tutti pensati come se gli abitanti fossero polli in batteria, divisi tra polli di lusso (pochini) nei loro quartieri recintati a cubetti piccolini, e polli lumpenpennuti dentro al caserrmone lungo parecchie centinaia di metri, dotato di appositi labirinti dove disorientarsi sin da piccoli, crescendo così già pronti per il mondo straniante della catena di montaggio a cui si era destinati. Tanto per capire che anche il casermone non sta sospeso per aria, ma ha un suo rapporto preciso con un altro pezzo indispensabile della vita. Ma spiegatelo ai poeti a gettone, quelli del “perché abitano là dentro?” pronunciato con la medesima convinzione di Maria Antonietta e le sue mitiche brioches. Adesso i medesimi sedicenti critici, nei lustri che ormai ci separano dalla caduta del cosiddetto socialismo reale, paiono ricascare nell’equivoco di un secolo fa, ma sono davvero senza attenuanti nella prospettiva di osservazione assolutamente angusta: tutto quanto prodotto dall’idea della città macchina finisce dentro il calderone dei grigiore comunista e dintorni, salvo illuminare qui e là parallelepipedi identici agli altri, ma firmati dal progettista di grido (l’antenato degli archistar) e quindi chissà perché diversi. Purtroppo la città giardino ideologica esiste solo nella testa buca dei critici nostalgici, che però hanno l’enorme potere mediatico di evocarla nella mente del pubblico, nonché di qualcuno che poi la cavalca per i fatti propri. Mentre gli utopisti veri sono quelli che la vivono quotidianamente cercando di migliorarla, la città.

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