Contro il consumo di suolo: cambiamogli nome!

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Foto F. Bottini

Le parole sono importanti, come diceva quel tizio che in tanti considerano maestro, contenti loro. Ma anche contenti per così poco, le parole restano comunque importanti: sprawl per esempio. Soprattutto oggi che nella versione “consumo di suolo” viene indicato come radice delle devastazioni da pioggia e allagamenti. Una volta mica si usava la parola sprawl così tanto per dire nei salotti buoni, salvo magari in privato e per privatissimi motivi: non startene sempre lì stravaccato sul divano / don’t sprawl on the couch! Sbotta privatamente la mamma o moglie col marito o figlio pigro e sciatto. Ma l’etichetta impone a chi si esprime formalmente e pubblicamente di non usare quell’espressione, rafforzando al tempo stesso l’effetto della parola le rare volte in cui la si ascolta.

La prima uscita pubblica, del genere che fa davvero infiammare un pochino le gote delle damigelle del Vecchio Sud in platea, si deve all’architetto venuto da fuori ma localmente ben integrato da anni, Earle Draper. Nativo della East Coast ma affermato professionalmente progettando i villaggi operai industriali nella Georgia a cavallo del (remoto ma efficace) New Deal, Draper sta denunciando un rischio che si profila all’orizzonte: le campagne tradizionali sepolte da una finta urbanizzazione, “più che dispersa, direi proprio stravaccata”, dice. Siamo nel 1937, e le discendenti legittime di Scarlet O’Hara arrossiscono ancora alla piccola volgarità, molto più che davanti alla segregazione razziale.

Ma la battuta in fondo si perde nell’uditorio come lacrime nella pioggia, davanti alla marea montante delle auto e furgoncini profetizzati dall’industriale Ford che la città vuole obliterarla, teorizzati dal sociologo Roderick McKenzie che auspica la Metropolitan Community, e armati grazie all’ingegno italiano e germanico della nuova micidiale trovata: l’autostrada senza incroci a livello. Il termine sprawl così, senza alcuna efficacia vera salvo quella di qualificare chi lo usa, inizia il suo personale percorso di transustanziazione, prima fra altri inorriditi esteti britannici, nelle udienze parlamentari della Commissione Scott per l’Agricoltura e il Paesaggio, o nel dopoguerra fra i seminali saggi della profetica raccolta The Exploding Metropolis, curata da William H. Whyte col solo effetto pratico di lanciare nel firmamento delle celebrità l’esordiente Jane Jacobs, che si occupa di tutt’altro. La parolaccia è solo diventata un po’ meno parolaccia, e la marea avanzante dello stravaccamento metropolitano automobilistico dilaga auto-ribattezzandosi american dream (prima era tutt’altra cosa, questo sogno). Efficacia accertata zero, insomma.

Chi vuole denunciare le nefandezze dello sprawl, di parole ne usa a modo suo altre, come Richard Yates che in Revolutionary Road (1961) racconta tutto l’orrore di un’esistenza familiare autosegregata in villetta, rinunciando a tutte le aspirazioni urbane e adeguandosi invece al pensiero corrente del sogno consumista. Il marketing all’italiana già all’epoca dimostra di non capire un tubo, e la nostra edizione nelle vetrine delle librerie (1964) recita un incongruo I non conformisti. Del resto anche la più nota traduzione nostrana di sprawl pare non cogliere troppo né il senso né la sostanza della denuncia: “villettopoli” esprime più il disprezzo estetizzante di un intellettuale non consultato per tempo, che un vero allarme sociale. E anche qui hanno buon gioco, anzi ottimo, i cantori del cosiddetto sviluppo del territorio, da un lato a negare l’evidenza, dall’altro a servirla a tavola condita da appetitose spezie terminologiche che ammiccano alla sensibilità del portafoglio. Esattamente come accaduto altrove.

Ci ritroviamo così oggi, in piena era di minestroni terminologici globalizzati, a vedere ancora qualche assessore di paese sviluppista tuonare in pubblico che “noi qui non ce l’abbiamo mica il spruul”, giusto perché il panorama che si vede dalla finestra della sala congressi non prevede quelle caratteristiche strade curvilinee tipo Wisteria Lane, ma i miserabili schemi a scacchiera capannonata da piano di lottizzazione. Vaglielo a spiegare, che appunto non si tratta di questione estetica, o moralistica, o chissà che, ma legata a cosine come l’energia, il clima, la coesione sociale. Lui non capirà mai, forse anche perché troppo ostinatamente ci si è aggrappati a quello spruul foneticamente efficace, ma in pratica controproducente. E sorge spontanea la domanda: perché non piantarla, con tutte queste formulette da catechismo neoconformista, visto che allontanano dall’oggetto vero del contendere, nonché dal consenso che serve per combinare qualcosa di buono? Proviamo a trovare argomenti, e terminologie, diversi. E la stessa cosa forse vale anche per le devastazioni, le cementificazioni, gli ecomostri, che a furia di evocare cosucce da nulla si limitano, anche quelli, a mettere un’etichetta soprattutto in fronte a chi li pronuncia. Ahimè.

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