Visione periferica

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Foto F. Bottini

Vi è mai capitato di essere urtati, o magari addirittura investiti, o aggrediti, e poi di provare a ricostruire a freddo i fatti? Spesso ripensandoci con attenzione, ricostruendo in modo sistematico gli eventi e le sensazioni, scopriamo che in fondo quel trauma potevamo evitarlo, o quantomeno attutirne gli effetti. E sempre per lo stesso motivo: l’abbiamo visto arrivare, ma non ci abbiamo fatto troppo caso all’avvertimento da visione periferica, finché non ci è crollato tutto in testa. Qualcosa si muoveva ai margini della nostra sensibilità, ampiamente individuabile, in fondo era lì e non potevamo non accorgercene, ma l’abbiamo automaticamente relegato nel campo dell’irrilevanza, quando irrilevante non era affatto. Il rumore che cresceva alle nostre spalle, lo spostamento d’aria, la prospettiva visuale che cambiava gradualmente, l’ombra che si allungava, ma noi niente, non avevamo al momento alcun interesse per aria, prospettive o ombre. Però ripensandoci si può non solo capire, ma anche cambiare metodo, ovvero imparare dall’esperienza. Questa visione periferica ignorata, vale in modo particolare per le periferie.

Il paraocchi dello specialista

In questi giorni, dopo le aggressioni verbali e non ad alcuni esponenti della politica che provavano a confrontarsi, ciascuno a modo suo, col disagio delle cosiddette periferie, pare rispuntata l’eterna questione. Strumentalizzazioni pretestuose a parte, sono le riflessioni più critiche e documentate a interessare, perché paiono ancora molto focalizzate da un punto di vista di prospettiva. Paiono cioè a rischio di perdere sulle periferie la famosa visione periferica, che avverte del pericolo di andare a sbattere o essere aggrediti. Molto schematicamente, la prospettiva chiusa riguarda due aspetti poco o nulla mescolati: lo spazio, e tutto ciò che viene gettato confusamente dentro, a quello spazio. Cose ovviamente complementari, e senza entrambe non esisterebbe neppure, il concetto di periferia, ma chissà come quando si tratta di fare analisi il vizio di separare definitivamente è troppo forte. In breve, c’è chi vede solo i palazzoni (troppo grossi, troppo brutti, troppo poco curati, con troppo poco verde e servizi), c’è chi vede solo le relazioni che lì dentro si sviluppano (i conflitti, i rapporti economici, il consenso politico), e le conclusioni rarissimamente mescolano i due aspetti.

Il poeta e il contadino

Jane Jacobs, quando criticava a metà ‘900 lo spazialismo puro macchinista di certi progetti, evidentemente fallimentari, lo faceva da una prospettiva sociale esterna, mescolava cioè nella critica spazio e società, tentava una sintesi fra approccio tecnocratico e umanistico. E la trovava in qualche modo guardando dalla finestra, proponendo null’altro che il quartiere dove abitava come modello di riferimento in cui i due aspetti convivevano virtuosamente, senza esplodere nei conflitti caratteristici invece di certe periferie. La sociologa L.E. White, paragonando la magnifica organizzazione della cucina moderna alla disorganizzazione urbana, più o meno negli stessi anni suggeriva come metodo una maggiore presenza delle donne nella pianificazione urbanistica, perché solo un punto di vista praticamente gestionale avrebbe potuto integrare i balzi vertiginosi dell’innovazione tecnico-progettuale. Solo pochi giorni fa, di fronte alle nostre esplosioni di violenza periferica, Antonietta Mazzette dalle pagine di Eddyburg invocava per l’ennesima volta «interventi pubblici volti a risanare le periferie, partendo dai bisogni primari». Tutti approcci condivisibili, quelli citati, ma che pur nell’impegno a non indossare il paraocchi dello specialismo eludono un aspetto, ovvio e ineluttabile: la pura progettazione tecnica e spaziale. Ovvero: individuiamo dei bisogni, e diamo a questi bisogni una risposta adeguata anche dentro spazi diversi: nessuno schematismo macchinista in stile CIAM, ma anche nessuna forzatura ideologica a ignorare che, come avevano intuito pur malamente gli architetti razionalisti, la qualità fisica dello spazio si impasta, inestricabilmente, con la società.

Riferimenti:

L.E. White, Belle cucine, pessime città, Town and Country Planning settembre 1951 (traduzione di Fabrizio Bottini)

Antonietta Mazzette, La violenza nelle periferie, Eddyburg 16 novembre 2014

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