Effimero, immaginario e rigenerazione urbana

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Foto J. B. Hunter

Popup. Una bella parola onomatopeica, che evoca spumeggianti salti di tappi, festa, sorpresa, innovazione, sbocciare di cose che prima non c’erano. Potenza della pubblicità, come al solito, perché dopo tanto evocare la realtà è un pochino diversa, a volte molto diversa. Il fenomeno è quello degli esercizi temporanei, ovvero del riuso di spazi abbandonati o comunque vuoti, in forma non definitiva: un capannone ex industriale che ospita una fiera o mercatino estemporaneo, la discoteca che apre e chiude nei locali in disuso del dopolavoro solo in occasione di qualche anniversario, l’installazione multimediale che riempie lo spazio urbano degradato fra due quartieri residenziali, ma solo in occasione del ponte di Natale … Eccetera. Non sono tutte cose a loro modo carine, positive, innovative? La risposta sta ancora nel nome: Pop!

Pop! Ovvero così come sono arrivato me ne vado, e le cose ritornano come prima, o magari proprio non come prima. Un po’ meglio? Addirittura peggio? Dipende, e torna puntualmente in campo la solita divaricazione fra piano e progetto, interesse particolare di breve termine e idea collettiva di più ampio respiro. Il discorso per certi versi è un po’ simile al rapporto che le amministrazioni locali hanno di solito con le occupazioni abusive, che sono sì illegali, ma a volte rispondono pur in modo improprio a esigenze del tutto condivisibili, come ad esempio proprio la rivitalizzazione di spazi che altrimenti starebbero a lungo sul groppone della città. Quindi anche il negozio temporaneo del marchio di moda, dentro l’arcata ferroviaria degli ex mercati generali per due settimane, a modo suo è un progetto di riqualificazione urbana … se si inserisce in un programma più ampio nello spazio e nel tempo che mira a questi obiettivi. Altrimenti per dirla col solito Fantozzi è una “boiata pazzesca” che può interessare al massimo i patiti della ciabattina di tendenza o della collezione di foulard autunno-inverno. Sai che roba!!

È con tutte queste cautele che vanno letti di solito quegli entusiasti articoli sul tema dei negozi popup, o di certa street art o attività di ristorazione mobile episodiche. L’immagine che ne esce apparentemente sarebbe del tutto positiva: i chioschi di vario livello qualitativo che specie nel periodo estivo infondono vita a spazi di solito derelitti (dal parcheggio all’angolo genericamente triste) evocano in potenza città molto diverse da quelle che siamo abituati a vedere, più varie anche nell’offerta di sapori e colori, magari prendendone a prestito da lontani paesi del mondo, e però non si va molto oltre il folklore considerandoli solo come virtuali esperienze turistico-grastronomiche: ce l’hanno davvero un ruolo in città, oppure servono solo come paravento a un colpevole vuoto di idee alternative? Tempo fa un articolo sul Los Angeles Times, non a caso storica capitale della dispersione metropolitana, decantava come surrogati di spazio pubblico i baracchini dei tacos dove ci si ferma in macchina per uno spuntino veloce. Il che, mi pare, è tutto dire: un po’ meglio di niente, ma accontentarsi qui è vera eresia, se parliamo di urbanistica e dintorni!

Una volta chiarito il contesto, non è detto che le attività e iniziative cosiddette effimere non abbiano un ruolo anche centrale nella vitalità e rivitalizzazione urbana: del resto cosa c’è di più effimero del passaggio di persone lungo un percorso? Eppure è proprio quella la differenza fra uno spazio morto, magari insicuro, e uno vissuto e cercato. Dunque i cosiddetti eventi, se inseriti in una logica di politiche urbane e affiancati ad altre iniziative di riqualificazione (del verde, degli arredi, fiscali ecc.) possono fare la differenza tra metropoli e necropoli, per così dire. In fondo anche il guru Richard Florida, quando propone le sue ricette standard per la ripresa di centri piccoli e grandi, gira e rigira ruota attorno a concetti molto simili, al punto di essere accusato di banalità.
E del resto cosa c’è di più effimero e transeunte del commercio, a cui le nostre amministrazioni si affidano mani e piedi per la vitalità di quartieri e indirettamente svincoli autostradali? Un giorno vetrine sfavillanti, quello successivo un po’ più pacchiane scritte SVUOTO TUTTO, e poi la serranda abbassata. Qualsiasi cosa per farla sollevare quella serranda, anche un esercizio pop-up!
È la ricetta scelta ad esempio da molte amministrazioni suburbane dell’Illinois, travolte dalla crisi economica in un momento di transizione particolare.

È noto che la cultura cosiddetta new urbanism (ma anche pensatori assai più tradizionali come Joel Kotkin) cerca di orientare il consumo di spazio suburbano verso un modello diverso dall’accoppiata casette con giardino e shopping mall. In particolare si tratterebbe di modificare e/o realizzare insediamenti dove, ferme restando densità non esagerate e preferenza per modelli diversi dalla classica metropoli con edifici a torre ecc., esistano comunque riferimenti come piazze, spazi pubblici, composizione funzionale più simile a quella dei quartieri europei. Una cosa del genere si chiama «centro», non è fatto né di villette né di scatoloni prefabbricati attorno a uno svincolo, e si caratterizza per la molteplicità degli operatori ed esercenti, di solito medio-piccoli. Esattamente il tipo di attività più immediatamente colpite dalla crisi economica, e che ora tendono pericolosamente ad abbassare serrande e vanificare così tutti gli sforzi per costruire centri vitali. Allora ben vengano, per quanto provvisorie, anche tutte le iniziative che danno un senso qualunque a quelle orbite vuote, come le mostre d’arte o i murales.

Il punto chiave starebbe però nella volontà o meno dell’amministrazione pubblica di trasformare l’effimero in strumento di continuità, con un obiettivo chiaro: quartieri dove continua il traffico pedonale, magari solo per dare un’occhiata alle installazioni in vetrina, saranno sempre più attraenti anche per esercizi permanenti e abitanti, magari con un po’ di sostegno ad esempio in termini di gestione del traffico, o agevolazioni di altro tipo. Perché altrimenti chi glie lo dice, agli appassionati della villetta immersa nel verde ma ahimè segregata nel nulla, che si sta tanto meglio vicini ad altri esseri umani, magari rinunciando a qualche metro di spazio privato a favore di tanto spazio pubblico in più?

È così, con una evidente qualità superiore di spazi e servizi, che si attirano nuovi clienti al banco della città sostenibile. Ma non va dimenticato che sul versante opposto, alla carota va per così dire affiancato il bastone: quello della pianificazione territoriale che scoraggia (e/o rende molto, ma molto costoso) scapparsene in villa a parecchi litri di benzina bruciata di distanza. Altrimenti le pur lodevoli iniziative locali di densificazione dei centri, promozione di quartieri misti, offerta di nuove tipologie abitative, non vanno da nessuna parte, anche quando sono precedute da norme e piani quadro efficienti e chiari, basati anche su constatazioni scientifiche come il cambiamento climatico o il risparmio energetico. E pensare che volendo, saltano proprio all’occhio certi squilibri indotti da un modo casuale e pasticcione di costruire le nostre città, anche e soprattutto quando facciamo finta di non chiamarle tali, le travestiamo chissà perché da campagna, e le riempiamo di praticelli coltivati a nani e piscine private.

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