Energy sprawl: un problema per il territorio e la sostenibilità

coverjpgIl rapporto tra la città e l’energia dovrebbe essere chiarissimo dal punto di vista dei consumi. Cosa da un certo punto di vista ovvia sino alla banalità, da un altro un po’ meno. La banalità è l’immagine classica dell’area urbana fatta di ciminiere, ma anche solo di camini delle utenze domestiche, di automobili o treni o tram che corrono qui e là, insomma luogo centrale di tutto ciò che in genere identifichiamo come «attività umane», quelle stesse che costituiscono per esempio l’oggetto del contendere tra le varie spiegazioni più o meno fondate del cambiamento climatico. L’altro rapporto tra città ed energia che qui ci interessa particolarmente sottolineare, e che comunque distingue l’ambiente urbano dal resto del territorio, deriva dal fatto che la città si distingue dal territorio rurale principalmente per la concentrazione: di popolazione, di attività, di manufatti, e conseguentemente dei consumi energetici, assoluti così come pro capite. Il cambiamento climatico, citato, insieme alla questione altrettanto grave dell’esaurimento delle risorse (per non parlare dei problemi ambientali contingenti), è il motivo per cui molte politiche e orientamenti ai vari livelli puntano da diversi anni verso le energie da fonti rinnovabili. Così come accade per altri temi analoghi, si ritiene da parte di molti che il campo preferenziale e privilegiato di applicazione, delle rinnovabili, possa e debba essere quello delle aree urbane, del resto tendenzialmente luogo di residenza futura dell’umanità quasi tutta, e in una non lontanissima data.

Le politiche urbane e i consumi energetici

Nella malattia c’è anche la cura, come si suol dire, e tra i tanti rilevati primati delle concentrazioni urbane c’è anche quello di poter rispondere nel modo più efficiente ed efficace alla crisi energetica, ambientale, climatica (e di qualità della vita per i propri cittadini), contribuendo in modo fondamentale al passaggio dalla prevalenza delle energie di origine fossile, a quelle rinnovabili. Le città al giorno d’oggi, abitate da un po’ di più del 50% della popolazione mondiale, assorbono per le proprie varie attività il 65% del totale consumato, ed emettono l’anidride carbonica che riscalda il pianeta per una quota di circa il 70%. Numeri che indicano, tra le tante altre cose, come in ambiente urbano comunque (contando che è lì che si concentra la stragrande maggioranza delle attività) esista una straordinaria efficienza, reale e potenziale, di razionalizzazione e riorganizzazione. Oggi le energie da fonti rinnovabili sono tecnicamente ed economicamente disponibili, collocabili e sfruttabili nel modo più ragionevole e sinergico, in grado di fare da motore a un ripensamento complessivo dell’organizzazione urbana, del metabolismo cittadino, dell’abitare, dei trasporti, dei servizi. Si può anche dire, col sostegno di parecchie esperienze concrete in corso da diversi anni in tutto il mondo e in contesti diversi, che la conversione energetica e la riorganizzazione indotta sono anche un modo per creare posti di lavoro ad alta qualificazione. Ma resta pur sempre un dubbio, di fronte a questa rosea immagine del mondo pur realisticamente proposta da operatori e amministrazioni. Un dubbio che dovrebbe essere colto in modo stimolante da chi ritiene che la parola «urbanistica» debba essere interpretata in modo ampio.

Il fattore spazio-distanza: sprawl energetico

Il dibattito sul cosiddetto «consumo di suolo», anche quando supera certe genericità e distorsioni, prima fra tutte la confusione tra gli impatti sul paesaggio e quelli più generali sull’ambiente, tende comunque ad essere abbastanza compartimentalizzato. E per esempio, a classificare solo vagamente come tali quegli usi del suolo non direttamente legati alla città, alle infrastrutture urbane, all’edilizia abitativa, industriale, commerciale. Parlando di energia, del suo stretto legame con ciò che accade dentro le città, ci si riferiva (con quelle quote percentuali superiori alla quota di popolazione) ovviamente ai consumi, senza alcuno specifico rapporto con la produzione. E qui casca l’asino, perché proprio nella produzione di energia si sta assistendo a un vero e proprio dilagare, a uno sprawl di superfici dedicate, con conseguente artificializzazione, impatti naturali e agricoli, una sorta di «urbanizzazione virtuale» che nessuno mai si sognerebbe di definire città, ma che guarda un po’ rientra in quei bilanci come nulla fosse, dato che le città vere pare non badino gran che all’origine territoriale di ciò che consumano, ovvero sinora non pare chiarissimo se esista, o no, un obiettivo di «chilometro zero energetico da fonti sostenibili» (visto che quello da fonti fossili è ovviamente precluso per definizione). Tanto per fare un esempio quantitativo, le colture di biocarburante da sole occupano oltre i due terzi del totale di area energetica, contribuendo per il solo 6% al totale di energia. Mentre la quasi totalità delle classiche fonti fossili copre il rimanente terzo di superfici di questo sprawl, ovviamente tutto extraurbano, tutto da trasportare e importare nei luoghi di consumo. La domanda quindi, se consideriamo il territorio alla pari di ogni altra risorsa come si deve, suona ora: quale quota del proprio consumo da autoproduzione possono e devono porsi come obiettivo, le aree urbane, magari entro le soglie temporali stabilite da quelli sul riscaldamento planetario? Pare ragionevole, e soprattutto non cerca di scopare sotto lo zerbino le questioni fastidiose: sapere che con tutti i pannelli solari sui tetti dell’universo si riuscirà a coprire al massimo un 5% del fabbisogno urbano, con le tecnologie attuali di produzione locale, sarebbe già un’informazione.

Riferimenti
– Anne M. Trainor, Robert I. McDonald, Joseph Fargione, Energy Sprawl Is the Largest Driver of Land Use Change, Plos One, settembre 2016
– IRENA – International Renewable Energy Agency, Renewable Energy in Cities, Abu Dhabi ottobre 2016 (pagina del comunicato stampa, il rapporto pdf è scaricabile in calce)

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