Un’altra critica al movimento per la Città Giardino (1914)

hamp01Mi ero avventurato in una breve critica al movimento per la Città Giardino, e dato che quella critica è stata oggetto di alcuni commenti, mi è stato permesso dalla cortesia del Direttore di sviluppare ancora un po’ l’argomento. I principali capi di imputazione contro le città giardino, erano che il tipo di insediamento proposto non porta a bellezza, efficienza, economia. È distruttivo della bellezza per due ragioni. In primo luogo porta a deturpare la campagna, col risultato che sempre meno persone saranno in grado di trarre godimento dalle bellezze della natura; in secondo luogo, le case che sono state costruite sinora nei sobborghi e villaggi giardino sono poco adatte ad essere viste in gruppo, perché le loro numerose sporgenze e abbaini le qualificano come case di campagna, che potrebbero figurare molto bene se ciascuna fosse collocata da sola in un proprio paesaggio, e fornita di un ambiente adatto di alberi, prati, siepi. L’effetto non è di spaziosità, perché ciascuna abitazione sembra voler espandere sé stessa, ma non le è consentito, e per questa ragione molti trovano un’esperienza estetica deprimente una visita ai sobborghi giardino.

Questo tipo di insediamento non conviene, perché aumenta senza necessità la dimensione urbana, rendendo più difficile per gli abitanti comunicare fra loro; è evidentemente diseconomico, perché è molto più conveniente costruire grosse concentrazioni di case e strade, che non edifici singoli organizzati in modo simile. Sembra comunque, a molti, che queste considerazioni debbano essere considerate nulla di fronte al basso tasso di mortalità delle città giardino. In un importante articolo sul Manchester Guardian del 14 ottobre, l’autore esprime un certo grado di approvazione sugli aspetti estetici dei miei capi di imputazione, ma è convinto comunque che le statistiche sulla mortalità costituiscano «una formidabile giustificazione al movimento». Ci viene riferito che per Manchester, Liverpool, e Bethnal Green, i tassi sono rispettivamente del 19,9; 20,3; 25,0 per mille; mentre per Bournville, Letchworth e Hampstead esso sono del 5,7; 4,8; 4,2 per mille. Ora, queste statistiche sembrano a prima vista piuttosto evidenti, ma guardiamole più da vicino per vedere cosa esse realmente dimostrano.

Si scopre, che esse ci raccontano soltanto qualcosa che chiunque già sapeva prima, ovvero che se si piantano le persone come vegetali in campagna, i loro tassi di mortalità saranno con scarsa probabilità più alti di quelli di una strada sovraffollata in uno slum. Ma non è questo il punto in questione. Siamo interessati a capire se l’obiettivo di liberare le città dalla congestione non possa essere raggiunto in modo più spedito con qualche altro metodo, diverso da quello suggerito dai promotori del Movimento per la Città Giardino. Alcuni propagandisti sono molto lenti nel riconoscere che ci possono essere due cure per lo stesso male, e che il mettere in discussione un metodo, non significa mostrare approvazione per il male. Esiste una mancanza di candore, alla quale i riformatori sociali sono particolarmente propensi, e spesso essi insinuano che chiunque non accetta la loro panacea deve essere necessariamente un reazionario.

Il bisogno più urgente, è quello di mettere a disposizione un numero molto maggiore di abitazioni, perché si possa prevenire il sovraffollamento. Dobbiamo chiederci come, data una certa quantità di denaro da spendere, possiamo realizzare il maggior numero di abitazioni salubri. Se i piccoli e pittoreschi cottages, ciascuno circondato dal suo terreno, in un sobborgo giardino, sono più economici degli alloggi multipli da affitto in centro città, quanto più conveniente sarebbe il consto medio delle abitazioni, in luoghi dove il terreno si può ottenere a basso prezzo, se esse potessero organizzarsi secondo la vecchia formazione per strade e grossi gruppi? Aumentiamo la dimensione delle città e costruiamone delle nuove anziché, nel nostro odio per ciò che è male nelle città, essere ciechi di fronte alle loro innumerevoli virtù!

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È piuttosto probabile che se ci si potessero procurare statistiche relative a quelle porzioni di Londra, Birmingham, Manchester, dove le case sono costruite correttamente e non occupate da quantità di persone maggiori di quanto non fossero progettate per contenere, si scoprirebbe che il tasso di mortalità non si confronta sfavorevolmente con quelli di Letchworth o Port Sunlight. Statistiche come queste possono essere difficili da ottenere, ma nessuna altra cosa potrebbe aver peso in questa controversia. C’è un’altra ragione per cui la comparazione di cifre, tanto cara ai sostenitori della città giardino, è davvero priva di valore. Le carenze alimentari sono una causa altrettanto importante di morte prematura, come quelle di aerazione. In un luogo come il sobborgo di Hamspead, la proporzione dei molto poveri è molto inferiore di quanto non sia a Poplar, Lewisham, Bermondsey, Shoreditch, Stepney, Burnley, Liverpool o Stockport. La maggior parte degli abitanti di Hampstead Garden Suburb sono evidentemente del ceto medio, e consumano i propri quattro pasti al giorno con perfetta regolarità. A Bayswater ci sono migliaia di persone altrettanto sane.

Un articolo intitolato «Una difesa del Movimento per la Città Giardino», comparso nell’ultimo numero di questa Rivista, contiene alcune affermazioni che sembrano fondarsi su un lieve fraintendimento delle questioni in gioco. Se ho espresso il parere che nelle piccole e pittoresche case «sono stati inseriti alcuni dei peggiori e più insalubri elementi dell’edilizia medievale», non è una risposta l’affermare che «ogni finestra ha almeno 60 gradi di illuminazione». La difficoltà è che gli abbaini sono spesso tanto piccoli, e i soffitti tanto inclinati, che molta poca luce e aria possono penetrare nella stanza. Chiunque può trovare parecchie di queste stanza da letto a Letchworth o Hampstead. Quando ci viene detto che «si è giunti al progetto dei Garden City Cottages solo dopo che molti architetti avevano partecipato a due distinte mostre, nel 1905 e 1907, organizzate specificamente sul tema», questo non cambia in alcun modo la questione.

La cosa più probabile è che gli architetti in questione siano stati obbligati, come spesso accade, di rinunciare alle migliori idee per compiacere i committenti. Si richiedeva di progettare qualcosa di ordinario e meretricio, e dunque si è progettato qualcosa di ordinario e meretricio. Queste mostre di cottages sono la rovina dell’architettura e non producono nulla, se non reazione. È impossibile realizzare qualcosa di nuovo nel progetto di un’entità così piccola come il cottage per il lavoratore, e i tentativi per essere originali in questo caso portano solo alle eccentricità. É nella strada, nella piazza, e nelle altre grandi formazioni che si trova l’opportunità per grandi risultati artistici, e il fatto che queste ultime siano non solo piuttosto salubri (provveduto che si eviti il sovraffollamento), ma anche molto più economiche del cottage isolato, dovrebbe raccomandarle ai riformatori sociali.

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Il mio critico afferma che c’è qualche incongruenza nell’inserire nello stesso testo riferimenti ai «101 ammennicoli medievali di questi cottages» e al «grande disprezzo del passato espresso dal Movimento per la Città Giardino». Ma non c’è nulla di incongruente. Gli «ammennicoli medievali» sono caratteristiche inappropriate, una incomprensione del passato che si dimostra proprio nell’usarli. Il villaggio medievale ha molta più coesione del sobborgo giardino tipo, con la sua orribile orgia di abbaini. D’altra parte, gli innumerevoli esempi di case singole di città, pur rappresentando – come fanno – un alto standard di architettura domestica, non hanno avuto alcuna influenza sui progetto degli edifici nei sobborghi giardino, senza contare il fatto che questi ultimi sono così vicini l’uno all’altro da poter apparire tollerabili alla vista solo se assumessero quelle forme rettangolari che danno adito, sino ad un certo punto, al mantenimento di una linea.

Questi principi sono stati scoperti molto tempo fa, e nessuno deve vergognarsi di affermarli, anche a rischio di venir chiamato «un dogmatico della specie peggiore», o «un appiccicamento architettonico al passato». Il progresso consiste nell’edificare su fondamenta che sono già state gettate. Naturalmente, se la rottura delle regole estetiche è produttiva per la bellezza, è tempo di metterle in discussione, ma quando porta a bruttezza e dissonanza, come nelle città giardino, ci sarà dato il permesso di sostenere che le regole sono degne di considerazione. Da un certo punto di vista, molti degli esperimenti della città giardino saranno di grande servizio all’architettura, perché saranno esempi standard di cosa va evitato. Saremo così portati ad apprezzare di più le bellezze possedute dalle nostre città, e scopriremo i meriti di molte delle nostre strade, tanto quiete, dignitose, appropriate, che possiamo passarci attraverso senza essere consapevoli di nulla tranne una sensazione di agio che non ci prendiamo la fatica di definire. Le persone inizierebbero a scorgere virtù mai notate prima in Regent Street, nei quartieri a stucco di Londra, o nelle architetture civiche dei nostri antenati del diciottesimo secolo.

hamp03I difensori del Movimento per la Città Giardino citano South Square e «Wordsworth Walk» a Hampstead come esempi di «controllo e disciplina nel progetto». È difficile trovare molte tracce di «controllo e disciplina» in questa piazza. Visto che si era adottato uno schema formale in pianta, ci si sarebbe naturalmente aspettati un prospetto altrettanto formale, e invece a ciascuna casa si dà un trattamento separato nelle finestre, col risultato che l’effetto complessivo della facciata è un guazzabuglio. Se l’architetto avesse voluto che considerassimo ciascuna casa come entità a sé, e questo fatto fosse stato espresso non solo nel prospetto, ma anche in pianta e nella disposizione delle coperture, non ci sarebbe stato motivo di critica. Ma così come stanno le cose, la forma regolare della pianta, sui tre lati di un rettangolo, ci obbliga a leggere tutte le case all’unisono, come se esse fossero parte di una solo composizione; ma le loro caratteristiche sono tali da non ammettere di considerarle così. Nei fatti, questa piazza è la semplice parodia delle imponenti piazze di Parigi, Londra, Edimburgo, Liverpool, e altri luoghi. E per quanto riguarda «Wordsworth Walk», sembra che sia stata disegnata sulla carta senza rapporti con il suo stare posata a terra. Qui abbiamo raddoppiati i gruppi di cottages pittoreschi, con un percorso in mezzo; ma, sfortunatamente, a causa dell’inclinazione del terreno su cui è realizzata, un gruppo di cottages è considerevolmente più in alto dell’altro, così l’effetto generale è di penzolamento estremo.

In più, è discutibile se qualunque gruppo informale di case sia adatto a far parte di uno schema geometrico, per quanto semplice. È un’ingiustificabile miscela di formale e informale, l’introduzione di un elemento di rigidità in un sistema tollerabile solo quando si metta da parte ogni nozione di rigidità. Quando un soldato abbigliato in modo strettamente convenzionale sta sull’attenti, non c’è alcuna incongruità; ma se uno spazzino fa lo stesso, la trascuratezza del suo aspetto è indebitamente messa in rilievo. Il fascino dell’informale sta nella sua involontarietà, nell’essere il prodotto del caso. Talvolta è piacevole attraversare strade dove non esiste un aspetto ordinato, perché in queste strade (se non c’è agitazione) ci si può soffermare in totale riposo dello spirito, per quanto riguarda l’architettura; ma quando voi raddoppiate un gruppo informale di case, come è stato fatto a «Wordsworth Walk» e in molti altri casi a Letchworth e Hampstead, è evidente che la sistemazione d’insieme è deliberata, col risultato che cominciate a criticarla come tale. Ma proprio in quanto tale, non regge l’esame per un singolo istante; non c’è abbastanza intelligenza in essa ed è totalmente priva di coesione: come è naturale, visto che il progettista stava tentando di cogliere il fascino dell’inconsapevole, da casuale.

Ho avuto occasione di esprimere il parere che nelle città giardino «viene prima il giardino, e poi la città», i loro difensori dicono: «Il fatto è che stanno assieme nelle corrette proporzioni e correlazioni l’una con l’altra … e nella maggior parte delle comunità britanniche la città viene prima e il giardino viene raramente, quando c’é». Si può ammettere che non ci siano giardini a sufficienza nelle nostre città, e che questo sia dovuto in gran parte alla trascuratezza nel periodo di crescita più rapida, seguito alla rivoluzione industriale nel secolo scorso. Ma bisogna insistere sul fatto che i nostri grandi romantici furono in parte responsabili per questa trascuratezza. Al tempo della loro nascita, l’interesse popolare nell’arte prese forma di intensa ammirazione della natura e della pittura di paesaggio; Walter Scott e Ruskin riportarono gli uomini al Medio Evo, così che essi pensarono più a chiese gotiche e a castelli in rovina, che non ai possenti risultati che la parola «città» suggeriva.

Durante quell’epoca fatale, si costruì su molti spazi aperti delle nostre città, su molte vecchie piazze del mercato, e allo sviluppo urbano era consentito di avanzare a grandi passi senza traccia di controllo. I promotori del movimento per le città giardino, con il loro odio per le città e la santificazione della natura, sono pure dei Romantici. Gli uomini i cui antenati spirituali provocarono tanti misfatti nelle nostre città, non sono gli uomini che le salveranno. In realtà, alla maggior parte di questi propagandisti, la città come la consideriamo noi non appare degna di alcuna redenzione, e quindi stanno realizzando luoghi di fuga da essa chiamati «Città Giardino». Un piccolo cottage in campagna: questo è il popolare richiamo. Si assume che tutti possiamo avere un cottage in campagna, e nello stesso tempo tutelare la campagna. Ma quando costruite villini in queste quantità, e tanto vicini da distruggerla, la campagna, il risultato è una città, è in questo caso le abitazioni dominano la natura, e dovrebbero esprimere questo fatto assumendo le grandiose forme dell’architettura civica familiari a tutti.

hamp04abLa terminologia «Città Giardino» suggerisce una moltitudine di case tanto vicine l’una all’altra da doverle chiamare città, e ancora un carattere tale da essere davvero dominate dal verde, negli spazi tra loro, col risultato che la prima impressione avvicinandosi è quella di un parco, o di un bellissimo giardino, punteggiato da edifici. Il promotori della città giardino promettono ai propri clienti un ambiente rustico che non è possibile avere in queste condizioni, e il tentativo di mantenere una finzione di rusticità, quando non ci sono le condizioni, è causa di un tipo di sviluppo che non merita di essere chiamato moderno, o avanzato, ma è di fatto una retrocessione di rango, un affondare nell’organizzazione primitiva di capanne che ha preceduto l’epoca in cui gli uomini furono capaci di architetture continue. A questo si arriva, mettendo prima il giardino, e poi la città.

Avevo affermato che un tipico sobborgo del nuovo genere non avesse «né l’affollato interesse della città né il tranquillo fascino della campagna», e i miei critici replicano che «la frase ‘affollato interesse della città’ è piuttosto ambigua in questi tempi di quartieri degradati e sporca congestione». Questo atteggiamento è tipico di molti riformatori sociali; sono così impegnati a tempo pieno nello studio di ciò che è brutto, squallido, mediocre, da non aver occhi per ciò che è nobile. Uno pronuncia la parola «città» e il loro pensiero non vola verso Atene, Roma, Firenze, Venezia, Parigi, Francoforte, Norimberga, Winchester, Oxford, Edimburgo, o anche alle nostre piccole cittadine di campagna tanto famose per la loro bellezza. No, loro pensano a Bermondsey o a Poplar. Se qualcuno parla del fascino delle strade, loro pensano immediatamente a Whitechapel Road, o all’ultima fila di casupole speculative: mai a Regent Street, o a Boulevard Des Italiens.

Mi sono riferito alla società che vive nelle città, intendendo che la civilizzazione, così come la conosciamo, è il prodotto della vita urbana, e i miei critici esclamano, «Quale società? Sicuramente non la stanca e pretenziosa atmosfera sociale di una Balham o la rispettabilità snob di una Streatham?». Stupefacente! Questa frase dovrebbe essere appesa, stampata su una targa, in tutte le sale pubbliche di Balham e di Streatham come esempio della persuasiva eloquenza dei sostenitori della città giardino. Si sarebbe supposto che in un movimento nuovo come il loro anche reclute da posti come Balham e Streatham sarebbero state le benvenute. Anche le personalità più grandi hanno dovuto talvolta inchinarsi, per ottenere i propri scopi. È sempre la vecchia storia: la prosperità si porta appresso l’orgoglio!

Ma è ancora possibile affermare che chiunque si prenda il disturbo di visitare questi sobborghi, e studiarne l’aspetto fisico, la generale modestia, l’espressione facciale degli abitanti, troverà che essi sembrano altrettanto intelligenti dei nobili residenti di Letchworth o Golder’s Green. Ma forse è sbagliato dare troppa importanza a questo sfogo (contro Balham e Streatham). Bisogna ricordarsi quel piccolo episodio dell’Iliade, dove si racconta che Ajace ebbe una lite con Agamennone, mostrando tanto poco autocontrollo da massacrare un intero gregge di pecore. Questo è il modo in cui a volte gli innocenti soffrono insieme ai colpevoli!

Si può sostenere che il movimento per la città giardino è servito al suo scopo. Era sin dall’inizio un movimento settario, che traeva origine dalla protesta contro il sovraffollamento delle nostre città. Ci sono ampie prove che la coscienza popolare ora è pienamente consapevole della gravità dei mali causati dalla scarsità di abitazioni, e a questo risultato i sostenitori della città giardino hanno grandemente contribuito. Ma se Hampstead e Letchworth sono indubbiamente più salubri di Poplar, molti riconosceranno che essi non rappresentano il migliore, né il più economico, tipo di insediamento. Una città ben sistemata, senza fumi e quieta, con il traffico ben controllato, con strade e case organizzate in modo compatto; una città che ha sufficienti parchi, piazze e altri spazi pubblici, ma che contiene anche una considerevole popolazione in un’area relativamente piccola; una città compatta, con un numero limitato di case singole abbastanza grandi poco all’esterno, e immediatamente dopo una natura illimitata: questo è un ideale che pare più attraente della diffusa monotonia della Città Giardino.

da: The Town Planning Review, gennaio 1914 – Titolo originale: A Further Criticism of the Garden City Movement – Traduzione di Fabrizio Bottini
– La prima puntata di questa storica polemica, in questa stessa sezione Antologia: Una critica al movimento per la Città Giardino (1913)
Immagini da Raymond Unwin, Town planning and modern architecture at Hampstead Garden Suburb, Londra 1909

 

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