La vera dimensione dell’urbanistica

stradeDi cosa deve occuparsi l’urbanistica? Probabilmente tutti abbiamo una risposta spontanea e pronta, magari con sfumature diverse a seconda degli orientamenti e delle specifiche conoscenze, ma invariabilmente (magari qualcuno più orientato agli aspetti politico-decisionali, altri alla regolamentazione tecnico-giuridica dei poteri economici in campo, altri ancora alle forme fisiche e alle qualità da inseguire) penseremmo a qualcosa che ha a che fare con l’organizzazione  materiale dello spazio in cui passiamo quasi tutto il nostro tempo. Ma contemporaneamente, è ancora dentro quei vasi solo vagamente comunicanti della politica, delle regole, del progetto spaziale, che leggiamo anche le contraddizioni di ciò che è avvenuto storicamente, determinando crisi, diseconomie, vere e proprie tragedie epocali sul territorio. Non ultima, certamente, quella diffusa idiosincrasia che fa tagliare corto a tanti, e non da oggi, verso le varie utopie antiurbane, che si chiamino città nuova, suburbanizzazione conservatrice a centralità familiare, o vera e propria reazione vandeana post-contadina come quella che anima oggi certe improbabili ideologie di ritorno alla terra, confondendo anche i concetti di progresso o pura illusione nostalgica senza base alcuna. E tutto, tutto perché dell’urbanistica si continua ad avere un’idea, e soprattutto una pratica, limitata e a vasi pochissimo comunicanti.

Quante cose si tengono

Per usare la terminologia anglosassone tanto cara al giorno d’oggi specie a chi la usa strumentalmente, proviamo a pensare al land use per quel che effettivamente è. Ovvero all’intreccio fra lo spazio e quel che ci succede dentro, e di fianco, e attorno interagendo con esso. Perché non è vero che le due parole accostate abbiano la medesima considerazione: c’è da una parte land, e dall’altra use, parrebbero fuse in una sola cosa, ma non lo sono affatto, e ognuna va per conto proprio. Basta pensare a due cose quasi identiche e sovrapponibili come urbanistica e trasporti: provate a dire a qualcuno che sono una cosa sola, che è del tutto scemo che esistano due signorotti avversari che si guardano in cagnesco (intere facoltà universitarie e discipline formalizzate, i due settori politico amministrativi territoriali, immensi corpus legislativi e culturali ecc.) dai rispettivi spalti. E vi guarderanno con il classico sorrisetto di compatimento. E la cosa invece vale non solo per questo elementare e banale rapporto spazi-flussi, ma anche per una infinita serie di altre interrelazioni, che ci sono, ci passano sopra la testa in quanto esseri umani e cittadini, in pratica trovano sintesi volenti o nolenti nella nostra esistenza, ma non sono quasi mai osservate in quella prospettiva. Invece.

La città dell’uomo

E invece, quando la politica prova a interpretare seriamente quel vago slogan «uno vale uno», ovvero il cittadino non deve più essere bersaglio e discarica di tutte le beghe, ma al contrario modello e ideale delle decisioni, pare succedere una specie di miracolo. Ovvero che le due parole Land e Use si riavvicinano, o per lo meno provano a farlo. Ad esempio ricordandosi che la città (ce lo ribadiscono involontariamente anche certi economisti, oggi nonostante tutto ancora del tutto insensibili ai temi della densità, del risparmio di risorse, o delle interrelazioni) prima che un mucchio i pietre è soprattutto un luogo di attività, dove in sostanza sono in prima istanza i flussi a definire i luoghi, e non viceversa. Così, il primo obiettivo di una «idea di città» non parte da certi sognanti rendering, ottimi per il coperchio della scatola dei giochi, meno efficaci per ispirare politiche, ma proprio da un’idea socioeconomica, da cui a loro volta discendono ruoli, localizzazioni, intrecci. La ragione sociale della città è starci a far qualcosa, che sia lavoro, socializzare, istruirsi o fruire di cultura e tempo libero, ed è su queste esigenze che si incrociano e sovrappongono gli spazi, senza dimenticare sia le qualità assolute, sia quelle relative di rapporto tra le varie zone, sia infine l’equilibrio tra l’organismo nel suo complesso, e la scala regionale urbana più ampia. Il tutto a pura introduzione del documento con cui il sindaco di quella che continua ad essere al momento la principale metropoli del mondo, ovvero la Grande Londra, propone la sua «idea di territorio abitato» ai cittadini, a fungere da contenitore strategico di successivi piani di settore, attuativi, a termine.

Riferimenti:
Office of the Mayor of London (Sadiq Khan), A City for All Londoners, programma preliminare, ottobre 2016

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