Comportamenti urbani puliti e illuminati bene

img_8601

Foto F. Bottini

«Non mi importa di essere detestata, la cosa peggiore in assoluto è essere ignorata»: didascalica e certamente da contestualizzare, ma assai efficace, quante volte l’abbiamo sentita, una frase del genere da qualcuno a proposito di qualcosa? Dentro i flussi urbani questa consapevolezza degli altri, di sé, e delle relazioni reciproche che di continuo si intrecciano, diventa fondamentale non solo per la convivenza intesa come agio o ricomposizione di conflitti (il famoso vago «senso civico» agognato troppo spesso e con troppo riferimento solo ai fatti propri), ma per il banale, o niente affatto banale, funzionamento dell’immenso organismo. La consapevolezza di sé e degli altri può naturalmente essere spontanea, guidata, o indotta caso per caso, e può riguardare sia lo stare (occupare uno spazio) che il flusso (muoversi occupando via via spazi diversi dove subentrerà qualcun altro), che il comportamento, il produrre eventuali rumori, odori, altre attività e condizionamenti. Riguarda gli individui, i gruppi, le istituzioni, e quando qualche aspetto specifico evidenzia difetti forse è il caso di cogliere l’occasione per sottolineare come non esistano «buoni e cattivi», ma solo migliori o peggiori livelli di questa consapevolezza, che si manifestano in modo incrociato e pernicioso.

Un caso particolare

La famiglia dei vicini che serenamente vive la propria esistenza, serenamente ignara degli attriti che questa sua serena esistenza produce su altre famiglie, per questo un po’ meno serene, è l’esempio più classico da riferirsi a questa generalità: rumori a orari non compatibili coi bioritmi medi, o occupazione indebita di spazi collettivi per fatti propri o oggetti strumentali, dall’auto allo stendino dei panni ecc., sono cose che conosciamo tutti in un modo o nell’altro. Ma qui vorrei raccontare con qualche dettaglio una piccola esperienza recente, che coinvolge fasce allargate di soggetti, spazi, tempi. Tutto comincia, significativamente, da una istituzione che pare non avere né adeguata coscienza di sé, né adeguata consapevolezza dell’altro: l’istituzione è l’amministrazione locale, e l’altro nel caso specifico sono i cittadini ciclisti. Risulta piuttosto noto che uno dei rischi maggiori nella circolazione urbana delle biciclette è rappresentato dalle rotaie del tram, dentro cui finiscono regolarmente le ruote dei velocipedi, scivolano, si incastrano, provocano cadute con conseguenze anche molto gravi. Ma, si dice, mica si possono abolire i tram, e neppure di punto in bianco risolvere la faccenda, che so, allargando le ruote (se ne vendono già, di biciclette così) o restringendo le fessure. Giusto: e però succede che ci siano chilometri di rotaie patentemente inutili, abbandonate, spezzoni monchi di linee inattive da decenni, che restano lì, pezzi di ferro micidiali senza altro scopo apparente che lo star puntati contro il pedalatore di passaggio. A volte colpiscono, come successo al sottoscritto ad esempio anche ieri, lungo il Naviglio. La bici scappa via improvvisa da sotto il sedere, fortunatamente non passano auto, ma è inevitabile una fragorosa caduta, che si trascina per qualche metro di rimbalzi. Escono esercenti a vedere cos’è quel casino per strada, controlli, rassicurazioni, no, dai l’ambulanza no, mi arrangio grazie. Ma poi si fa un bilancio, di questa istituzione così poco consapevole di me: una gamba che zoppica vistosa, la ruota posteriore della bicicletta danneggiata, che per fortuna gira, ma il mezzo si può muovere solo portato a mano, e siamo a diversi chilometri di strade urbane da casa, e/o dal meccanico di fiducia. Che fare?

Sharing economy e non solo

Per fortuna mi ricordo che in effetti c’è qualcuno che bada a me e a quelli come me. Non lo fa per responsabilità, ma per interesse economico e di immagine. Si tratta di nient’altro che del servizio di Bike Sharing comunale, che ha una delle tante stazioni non molto lontano da dove sono rovinosamente caduto a terra. Zoppico, mi fa male una caviglia ad ogni passo, temo che una volta esaurita l’adrenalina che ti sostiene in casi del genere possa andare molto peggio, e decido di cogliere l’attimo facendo due cose in una: tornare verso casa col mezzo a noleggio, e portare la mia bicicletta dal meccanico di fiducia. Perché l’alternativa sarebbe di legarla da qualche parte lì per strada, lasciarcela almeno tutta la notte (siamo in piena zona della movida) a rischio furto, e comunque tornare a recuperarla con metodi analoghi. Fa buio, pioviggina, si accendono i lampioni stradali e i fari delle auto, inizio a caracollare un po’ faticosamente e a prendere un minimo di ritmo, mentre provo a pianificare in anticipo il percorso. Lungo una strettoia che ho imboccato perché mi pareva deserta, qualcuno mi lampeggia alle spalle perché vorrebbe passare ma lo spazio occupato dalle due bici affiancate evidentemente glie lo impedisce: perché non aspetta un attimo, questo rompiscatole? Non vede che sono già in difficoltà per conto mio? Accosto barcollando a destra, mi fermo per lasciarlo passare (ci sarebbe passato lo stesso, a ben guardare), e resto in piedi per miracolo solo appoggiandomi allo specchietto retrovisore di un’auto parcheggiata. Decisione: mai più strade strette, e mai più intersezioni senza semafori, altrimenti rischio davvero di cadere in mezzo alla strada con le mie due biciclette, in caso di frenata imprevista o brusca. Sui viali più larghi, per quanto trafficati e intasati nell’ora di punta pomeridiana, sembrano più chiare le regole di condivisione degli spazi, dell’ordine su più corsie, ci si intende, si è tutti per forza consapevoli degli altri. E funziona: faticosamente, lentamente, con l’acqua che cola un po’ sugli occhi, ma si viaggia nella striscia libera fra la colonna di auto più a destra e gli affacci degli edifici, o i veicoli parcheggiati. Con l’eccezione degli idioti, che mi fanno davvero vedere i sorci verdi.

Mine vaganti

È dentro questi piccoli claustrofobici, accoglienti canyons urbani, tra un semaforo e l’altro delle circonvallazioni alberate, che si manifesta in tutta la sua evidenza quanto detto all’inizio. Ovvero che nei flussi urbani la consapevolezza degli altri, di sé, e delle relazioni reciproche che di continuo si intrecciano, diventa fondamentale, per la convivenza e lo stesso funzionamento dell’immenso organismo. Qui si dispiega spudorata la patologia dell’idiota, eccezione che conferma la regola, ma eccezione quanto mai sintomatica, enfatizzata dal solito coefficiente di moltiplicazione automobilistico. Gente che, poveretta, ha un solo titolo di studio da poter ostentare, e non vede l’ora di farlo, ad esempio scegliendo di mettersi in strada giusto adesso, del tutto ignorando che si tratta dell’ora di punta, quando centinaia di migliaia di altre anime in pena sono proprio obbligate a farlo. E poi, ovviamente «stupiti» nonché contrariati da quel fastidioso disturbo dell’incomprensibile traffico nella loro personale strada, i campioni dell’individualismo tontacchione iniziano quella serie di comportamenti culminanti nel piccolo tragico esempio che coinvolge il sottoscritto arrancante nelle tenebre sotto la pioggia. Ovvero cercare di occupare senza alcun motivo con l’auto quel corridoio, fisiologicamente libero, tra l’ultima corsia a destra e il margine della carreggiata, sfiorare pericolosamente la seconda bici tenuta in precario equilibrio con la mano sinistra, e poi (per forza) incastrarsi e chiudere la strada. Obbligando il sottoscritto a frenare, e obbligando tutta la colonna a quei lunghi adattamenti peristaltici che fanno la differenza tra il traffico, pesante purchessia, e l’ingorgo. Dopo cinquantacinque minuti di questo andazzo, finalmente, compare oltre l’Ultima Thule dei semafori di periferia la rastrelliera per depositare la bici a noleggio, ma siamo anche quasi in vista delle Tangenziali, quando l’individualista tipo inizia a sentire sul serio l’odore del sangue, e il mohicano part-time del caso mi si piazza pomposamente davanti e pure di traverso, facendo scattare la tariffa degli ulteriori 50 centesimi ogni mezz’ora. Ma questa è un’altra storia. Per adesso siamo arrivati in salvo, e citando quasi alla lettera Hemingway: «A clean, well-lighted place is a different thing. Now, without thinking further, I will go home. I will lie in the bed and say to myself, it’s probably only insomnia. Many must have it».

Commenti

commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *